Perche' non uccidere
Bisogna chiarire il famoso detto di Christa Wolf secondo cui tra l'uccidere e il morire l'alternativa e' vivere. Il vivere, infatti, non sfugge al morire. Il dilemma da cui vogliamo uscire vivi e' tra l'uccidere e l'essere uccisi. Questa e' la tenaglia maledetta con cui la guerra, e ogni violenza, ti persuadono ad uccidere, rubandoti l'umanita' per lasciarti la vita animale. Da ogni guerra si torna o morti o assassini. Si salvano i disertori. Uccidere e' morire ancor piu' che l'essere uccisi. Infatti, io moriro' certamente, o per limite naturale, o per mano umana. Dal punto di vista della mia situazione (diverso e' per chi mi uccide), il venire ucciso sara' soltanto un'anticipazione temporale rispetto al morire. Forse potrebbe essere addirittura meno doloroso e umiliante di una lunga decadenza e malattia. Non posso sapere se guadagno o perdo vita nel venire ucciso, come Socrate non lo sapeva del semplice morire. Perdo anni di vita, ma, come diciamo giustamente, conta di piu' dar vita agli anni che anni alla vita. Non e' affatto detto che venire ammazzati sia il massimo male, da cui difenderci con ogni mezzo. Se mi uccidono mentre lotto per una causa giusta, muoio vivendo per un motivo umano, e non per mero esaurimento biologico. Invece, se io uccido, anche per difendermi dall'essere ucciso - per questo atto (difesa legittima, omicidio legittimo, depenalizzato) la societa' non mi condanna - mi faccio autore di morte, la morte mi usa; divento rapinatore di una vita che devo guardare, anche quando e' colpevole, con rispetto sacro e assoluto, se voglio sperare lo stesso rispetto. L'evoluzione umana non e' ancora arrivata, nelle morali, nelle leggi, nelle stesse religioni, a saper superare la giustificazione dell'uccidere per evitare di essere uccisi. Anche le legge migliori (Costituzione italiana, Carta dell'Onu) giustificano ancora, entro molti limiti, la guerra di difesa. Ma le alternative a questi omicidi legittimati sono la necessaria direzione di ricerca, spirituale anzitutto, quindi pratica e politica. Se io uccido una vita tolgo rispetto alla mia vita. Questo e' il piu' serio fondamento possibile alla pena di morte: non la vendetta, ma la presunta perdita del diritto alla vita in chi toglie ad altri la vita, a cui hanno diritto. Eppure, la pena di morte va ugualmente condannata, perche' bisogna evadere, come individui e come societa', dal mimetismo riproduttivo del male, e trascenderlo. La legge contro il crimine non puo' somigliare al crimine. Invece, se vengo ucciso, mi e' tolta la vita fisica, ma diritto e dignita', indistruttibili, sono intatti, anzi risaltano, come afferma l'onore che rendiamo alle vittime. La dignita' e' inviolabile: "Non vi spaventate per quelli che possono uccidere il corpo ma non possono uccidere l'anima" (Matteo 10, 28). Qui non si tratta di una sostanza immortale, come ha pensato una filosofia, ma del senso e valore imperdibile della vita offesa, che dunque non rimane perduta. * L'obiezione di coscienza alla pena di morte, alle economie omicide, alla guerra, all'esercito, alla fabbricazione e commercio di armi, alle spese e alla cultura militare, alle politiche che includono tutto cio' nel catalogo dei propri mezzi; il rifiuto del reclutamento obbligatorio come di quello mercenario, la propaganda antimilitarista, la condanna delle culture e politiche di dominio; queste obiezioni oggi non spettano solo al soldato, ma al cittadino e alla cittadina qualunque, ribelli nonviolenti alla societa' violenta, che li vuole coinvolgere in mille modi. Tutto questo, unito all'impegno costruttivo di gestione nonviolenta dei conflitti, e' l'atto restauratore di umanita', che afferma l'uscita in avanti, non di lato, dal dilemma bellico: uccidere o venire uccisi. A questa tenaglia, in entrambi i casi mortale, sfugge anche l'obiettore, come Franz Jaegerstaetter, che paga con la vita, che non si sottrae al venire ucciso da quella stessa autorita' dia-bolica (cioe', operatrice di divisione), che gli comandava di uccidere. E questa autorita' non e' solo il nazismo, ma ogni stato o potere che fa guerra e violenza, qualunque sia la ragione che adduce. Sulla tomba di Jaegerstaetter, nel pellegrinaggio internazionale compiuto il 9 agosto, nel giorno del sessantesimo anniversario del suo martirio-testimonianza, ho visto che un morto come questo - incatenato, decapitato, sotterrato, tacitato, annullato - agisce, parla, convoca, insegna, ammonisce, testimonia, riunisce, incoraggia, consola, guarisce, riconcilia, sprona, mette in cammino, costruisce politica e storia, trasmette uno spirito, dunque vive: e' molto piu' vivo lui oggi di quanto era vivo e potente chi allora lo ha ucciso. Molto piu' vivo lui di noi che vivacchiamo nella paura e nell'incoscienza. Sperare si deve. Essere ucciso per la giustizia e' vivere e produrre vita piu' del sopravvivere fisicamente. Uccidere e' morire piu' di colui che e' ucciso. In Capitini c'e' questa idea: la vita senza morte comincia col non uccidere.
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