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Resistenza nonviolenta. Recensione del volume di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina (15-12-2003)

La Resistenza taciuta

La partecipazione efficace delle donne alla Resistenza con mezzi quasi sempre nonviolenti
18 febbraio 2004

Presentazione Resistenza taciuta di Bruzzone e Farina

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Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Prefazione di Anna Bravo, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
Il libro viene presentato oggi, lunedì 15 dicembre, nel Centro Incontri della Regione Piemonte, sala 300, Corso Stati Uniti 23, Torino alle ore 17,30

Questo libro è la necessaria opportunissima riedizione aggiornata dell'indagine uscita dal 1976 in più edizioni, molto ricercata e ormai da tempo esaurita.
Il lavoro individuava e valorizzava la partecipazione delle donne alla Resistenza, effettiva e determinante, ma prima di allora largamente taciuta, sottovalutata, disconosciuta, dimenticata. Poiché, questo contributo fu in massima parte prestato senza uso di armi, il libro scopre e indica forme precise e molteplici di lotta non armata e nonviolenta, che sono fondamento storico, fattuale, non utopistico, della possibilità di lottare per la giustizia coi mezzi della giustizia, per la pace coi mezzi della pace, cioè coi mezzi della nonviolenza attiva.
È dunque possibile la sempre più necessaria alternativa, umana e degna, alla lotta armata, all'uso sempre più indegno delle armi omicide, anche e specialmente per le giuste battaglie di giustizia e liberazione.
La liberazione della storia dalla guerra è il «varco attuale» (Aldo Capitini) per un futuro umano possibile (l'imperativo categorico di Hans Jonas).
Come quello di Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone, In guerra senza armi. Storie di donne 1943-1945, Laterza 1995, questo libro di Bruzzone e Farina contribuisce per la sua parte a individuare un'esperienza, un modello, delle tecniche di difesa che superano e si emancipano dal crimine vergognoso della guerra. Questi libri scoprono nei fatti una concezione della cittadinanza attiva, svincolata dalla vecchia figura del cittadino in armi.
Questi due libri, e alcuni altri simili, entrano nella ormai ampia letteratura - di cui è disponibile una ricca bibliografia – sulle lotte nonviolente di tutti i tempi, e specialmente negli ultimi tempi.
Però queste lotte sono ancora largamente non viste dall'ottica storica prevalente, ancora tributaria del “pensiero unico” della politica di potenza, che non sa pensare una gestione dei naturali conflitti umani che non sia la potenza, il dominio e la distruzione.
Anche la politica “democratica” continua a giustificare la guerra, la cui massima potenza ormai si risolve nella distruttività universale, prima morale e poi fisica. Si veda su questo punto il pensiero fortemente critico e innovativo di Marco Revelli, in La politica perduta (Einaudi, 2003), sul fallimento della politica dei moderni, hobbesiana e machiavellica, da rifondare totalmente sulla base della filosofia nonviolenta.
Libri come questo di Bruzzone e Farina hanno portato ad un significativo mutamento nella considerazione della resistenza civile, disarmata, da parte di uno storico autorevole quale Claudio Pavone.
Egli, infatti, nell'importante e ampio volume Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri, Torino 1991), non si dimostrava sensibile alla ricerca sulla Resistenza non armata, tanto che trascurava del tutto la figura di Aldo Capitini, che da lungo tempo aveva resistito e aveva combattuto il fascismo con insolita profondità di motivi, ma senza mai prendere le armi. Inoltre, attraverso la citazione di una testimone, presentava un'idea del tutto inadeguata della nonviolenza come una posizione «metastorica» e irresponsabile (cfr ivi, p. 414).
Ebbene, lo stesso Pavone, introducendo invece, nel 1995, il numero della rivista Il Ponte dedicato al 50° della Resistenza, si soffermava sul saggio di Anna Bravo contenuto nel fascicolo (corrispondente all'introduzione al libro In guerra senza armi), per rilevare il «valore euristico» del concetto di resistenza civile ivi propo-sto, che è – scrive Pavone - «qualcosa di più ampio» della cosiddetta resistenza passiva, ma - come dice appunto Anna Bravo - una «pratica di lotta» con mezzi diversi dalle armi (I percorsi di questo speciale, articolo introduttivo del fascicolo de Il Ponte, n.1/1995, dedicato a Resistenza. Gli attori, le identità, i bilanci storiografici, p. 13.).
Il concetto di resistenza civile vale dunque a superare la tendenza, rilevata da Claudio Dellavalle nello stesso fascicolo, ad adottare «il criterio militare come criterio prevalente» (ivi, p. 12). È quanto dice, nel libro che presentiamo, la partigiana Teresa Cirio: «Io trovo che nella scuola è venuto fuori troppo solo l'aspetto militare» (p. 91, e anche XIV e 57).
Pavone scrive ancora su Il Ponte citato: «La Resistenza civile rimane una forma di Resistenza. I suoi confini con l'esercizio della violenza, anche di quella più palesemente difensiva, non sono sempre sicuri. Sicura è invece la sua distanza da quella "zona grigia" in cui si ritrovano coloro che i resistenti bollavano come "attesisti"» (ivi, p. 13).
Un libro come questo, dunque, per chi vuol vedere, va molto al di là della memorialistica, perché contribuisce ad un mutamento culturale verso l'emancipazione dalla violenza giustificata. Dalla storia delle donne emerge la storia delle lotte senza armi omicide, ma condotta con le più forti armi umane: l'unità, il coraggio, la buona coscienza, la causa giusta. Oggi – senza giudicare anacronisticamente le scelte del passato, in condizioni diverse di fatti e di consapevolezza - ogni causa giusta deve arrivare a ripudiare attivamente l'uso della morte, che resterà il contrassegno delle cause ingiuste, antiumane.

Enrico Peyretti (15 dicembre 2003)

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