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Tra le comunità dei cristiani d’Oriente, quelle dell’Iraq sono le più esposte alla violenza del conflitto interreligioso

Le minoranze religiose nell’Iraq di oggi

Eppure la Mesopotamia è da sempre società multi confessionale. Nella Baghdad di Marco Polo s’incrociavano le etnie più diverse e convivevano pacificamente musulmani, caldei, ebrei, giacobiti. Come in tutto il Medio Oriente, i luoghi di culto delle tre grandi religioni monoteiste – moschee, chiese e sinagoghe - sono sempre stati ugualmente rispettati, in uno spirito di tolleranza mai venuto meno.
16 gennaio 2011 - Andrea Misuri

Blocchi di cemento davanti alla diocesi caldea di Erbil

Arriviamo ad Ankawa – il quartiere dove vivono i caldei di Erbil, capitale del Kurdistan - nei giorni che precedono le festività cristiane. Gli abeti illuminano vie e rotonde, panciuti Babbi Natale di plastica sono dietro alle vetrine o dondolano dalle insegne dei negozi, le luminarie disegnano i profili di siepi e spartitraffico.

Tra le comunità dei cristiani d’Oriente, quelle dell’Iraq sono le più esposte alla violenza del conflitto interreligioso. Fino alla guerra del 2003, i credenti erano quasi un milione, oggi ridotti a meno di cinquecentomila. Fuggono da Baghdad e dalle città del sud, così come dall’enclave di Mosul, nel nord-ovest, verso il confine con la Turchia. Eppure la Mesopotamia è da sempre società multi confessionale. Nella Baghdad di Marco Polo s’incrociavano le etnie più diverse e convivevano pacificamente musulmani, caldei, ebrei, giacobiti. Come in tutto il Medio Oriente, i luoghi di culto delle tre grandi religioni monoteiste – moschee, chiese e sinagoghe - sono sempre stati ugualmente rispettati, in uno spirito di tolleranza mai venuto meno.

L’equilibrio millenario si è rotto. La strage del 31 ottobre nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso nel quartiere di Karrada a Baghdad ha scosso profondamente anche l’opinione pubblica occidentale. Il rischio è di una lenta diaspora dei cristiani, un’estromissione che taglierà loro le radici, obbligandoli a prendere la strada del nord. Verso quel Kurdistan sempre più terra di accoglienza per tutte le minoranze religiose.

Ad Ankawa si parla l’aramaico, lingua semitica di tremila anni fa, diffusa in Palestina ai tempi di Gesù. La lingua rappresenta il segno distintivo, il rafforzamento dell’identità minacciata. Ma diviene anche una forma d’isolamento nei confronti del territorio urbano circostante. La si studia nelle scuole del quartiere, ma non è parlata nel resto della città.

Il nostro pulmino Nissan bianco e celeste costeggia villette eleganti e silenziose. Poche persone per le strade. Svoltiamo a sinistra in una via deserta e anonima, se non fosse per i blocchi di cemento al centro della strada, all’altezza di una garitta, che ci segnalano l’arrivo alla diocesi. Proprio di fronte, un negozio di ferramenta, rischiarato dalla luce opaca di un neon, espone in bella mostra un mazzo di ombrelli.

Con l'Arcivescovo di Erbil Bashar Warda

Padre Bashar Warda è stato nominato Arcivescovo della diocesi di Erbil da Papa Benedetto XVI nel maggio scorso. Ci riceve nella sala di rappresentanza, sotto i ritratti di Ratzinger, di Jalal Talabani e di Massud Barzani. Alle finestre pesanti tendaggi giallo ocra, alla parete la bandiera del Vaticano, tra quelle dell’Iraq e del Kurdistan. Al centro della stanza, su bassi tavolini, vassoi dell’artigianato locale per i bicchieri da tè.

Ci accompagna Ra’id Michael Pataq. Quarant’anni, lavora per l’ONG “Un ponte per”. Originario di Baghdad, parla un italiano fluente grazie agli anni trascorsi a Incisa Valdarno, alle porte di Firenze.

Ad Ankawa arrivano molti cristiani in fuga. Le cifre disegnano un grafico che s’impenna verso l’alto.

Fino al 2003 erano arrivate mille famiglie – ci dice l’alto prelato - Due anni dopo se ne erano aggiunte altre tremila. Oggi sono settemila, e altre mille sono di curdi musulmani. Cercano rifugio a minacce spesso anonime, ma non per questo meno pericolose.”

Nelle zone a rischio, è ancora forte la solidarietà del vicinato e rappresenta un argine, se pur non sufficiente, alla disgregazione del tessuto sociale. I tentativi delle autorità di mettere in sicurezza le collettività minacciate, si frangono con l’uso sempre più diffuso delle armi da parte dei singoli. Non più e soltanto i vecchi kalashnikov. Sempre più spesso si usano pistole con il silenziatore – un’arma qui sconosciuta fino a poco tempo fa - che arrivano nelle città seguendo oscuri percorsi. Anche i muri tirati su per segmentare i quartieri alla ricerca della normalità perduta, hanno lo scopo di alimentare la speranza, più che rappresentare un ostacolo a nemici senza volto. Anche il vicino apparentemente solidale può diventare nemico.

L'albero di Natale nel cortile della diocesi

Questa violenza la possiamo combattere facendo conoscere aspetti della storia di questo Paese, sconosciuti ai giovani. Pochi sanno, per esempio, che negli Anni Venti fu l’allora Patriarca caldeo di Mosul a volere che la città entrasse a far parte del nascente Stato iracheno e non fosse assegnata alla Turchia.” Le parole dell’Arcivescovo sono la riaffermazione del ruolo svolto dai cristiani nella costruzione dell’Iraq. Un Paese che, pur se nato dalla volontà delle Compagnie petrolifere, aveva trovato un suo equilibrio. Un vaso di Pandora ora rotto.

Scendono le prime ombre della sera. Nel cortile della diocesi, di fronte alla facciata della chiesa sormontata da una grande croce, le luci rosse e gialle dell’albero di Natale arrivano a lambire il muro di cinta e i guardiani dentro la garitta.

Salim Kako ha cinquantasei anni. Eletto nel Parlamento del Kurdistan per il Movimento Democratico Assiro, è vice presidente della Commissione per l’Industria e l’Energia. Ci attende davanti a casa. Una forte stretta di mano e ci introduce nel salotto a pianterreno, con gli addobbi che ricordano il Natale alle porte. Siamo qui per cercare di capire quali sono oggi le aspettative della comunità locale.

Salim spiega che l’impegno delle autorità centrali è teso a rafforzare la sicurezza nei quartieri cristiani minacciati e a creare zone cuscinetto per il reinsediamento dei profughi all’interno del Kurdistan. In particolare in alcune aree sicure nella provincia di Niniveh.

Le cifre della diaspora cristiana che il parlamentare regionale ci elenca non hanno bisogno di commenti. “Dopo sette anni di oppressioni e uccisioni – mi dice – il numero di cristiani che hanno lasciato l’Iraq si avvicina al 50%. Molti si sono stabiliti in Paesi dell’UE. Altri in Canada, Australia, Stati Uniti. Ci sono poi i rifugiati nei Paesi limitrofi. In Siria tra i 60.000 e i 75.000, in Giordania tra i 25.000 e i 30.000, in Turchia tra i 20.000 e i 25.000, in Libano tra i 10.000 e i 15.000, in Egitto tra i 3.000 e i 5.000.”

Quali sono le principali richieste al Governo del Kurdistan per facilitare il reinserimento dei cristiani? Come si vive ad Ankawa questo flusso costante di profughi?”

Abbandonare la propria città – mi risponde Salim - significa innanzitutto perdere il lavoro. Nonostante che la maggior parte degli iracheni siano dipendenti pubblici, chi scappa difficilmente riesce a farsi trasferire. Dobbiamo mettere mano a una legge che permetta la possibilità della conservazione del posto di lavoro, così come l’ammissione degli studenti nelle scuole e nelle università della regione del Kurdistan, trovando loro gli alloggi per ricominciare. Chi fugge deve avere l’opportunità di ricostruirsi una vita più normale possibile. Dal 2003 si sono registrati molti cambiamenti in Ankawa. Sono arrivate migliaia di persone in una città già in rapida e massiccia evoluzione. Questo ha comportato un’impennata dei prezzi a cominciare da quelli degli immobili. Una società sostanzialmente rurale si ritrova di colpo in un contesto urbano complesso, con l’inserimento di tanti nuovi cittadini con abitudini, costumi e stili di vita differenti.”

Salim ci accompagna in Qasra Street, vicino alla chiesa di San Giorgio, al Museo Siriaco che sarà inaugurato ad aprile. Lo visitiamo mentre si stanno concludendo gli allestimenti delle bacheche e delle vetrine che documenteranno la storia della comunità caldea di Erbil: attrezzi agricoli, abiti, monili, tessuti, foto. Una scelta importante per fermare la memoria di un mondo che rischia di perdere per sempre la propria identità.

Il Kurdistan, terra caleidoscopio di fedi e religioni, nei giorni successivi ci offre l’opportunità di un altro incontro davvero unico.

Lalish

Da Erbil ci vogliono quasi tre ore di auto per raggiungere la valle di Lalish. Attraversiamo villaggi aggrappati alle brulle montagne dell’altipiano mesopotamico: Gawlan, Bardarash, Ali Ghana, Chrra. La qualità della vita scende rapidamente. Il lavoro quotidiano serve ancora per piegare ai desideri dell’uomo quest’arcigna terra. Così come il millenario rapporto tra l’uomo e gli animali, convive, ancora oggi, all’interno dell’unico spazio abitato.

Attraversiamo il villaggio di Shekhan e da lì il bussino sale fino a Lalish, il centro religioso degli yazidi, dove ogni credente viene in pellegrinaggio almeno una volta nella vita a visitare la tomba del profeta Adi (XII sec.). Religione pregiudaica nata quattromila anni fa, raccoglie cinquecentomila credenti, la maggior parte concentrati in questa regione. Lalish si trova sessanta km. a nord-ovest di Mosul.

Molto è stato scritto sugli yazidi e sui diversi elementi che nel tempo sono confluiti nella loro religione, a cominciare da quelli che si rifanno a Mazda e a Zaratustra. Certamente essi assegnano grande importanza a principi morali universali quali la pace, l’onestà e la tolleranza.

Un tempo questa religione incuteva timore alle popolazioni limitrofe, a causa della sua diversità rispetto a quelle professate nel resto del Kurdistan. A scriverne è un cronista ante litteram, l’italiano Alessandro De Bianchi. Al comando di un drappello di cavalieri della Guardia Imperiale Ottomana, dal 1855 al 1858 percorse la regione che delimitava il confine orientale dell’Impero Turco. Ogni volta, nei villaggi di montagna, De Bianchi era circondato dalla curiosità di popolazioni, che mai avevano visto un europeo. Per liberarsi da quest’attenzione ricorrente e oppressiva, si dichiarava yazida.

Entriamo nel Battistero, costruito in località Sorgente Bianca. Come gli altri luoghi di culto, spoglio e buio. Ci togliamo le scarpe. Scavalchiamo la soglia – sacra per gli yazidi – che i piedi non possono toccare.

 Il tempio del Sole

Visitiamo il tempio dedicato al Sole, con i tetti conici dalla punta dorata. L’astro che discende con ventiquattro raggi – le scanalature dei coni – attraverso i sette livelli dell’atmosfera, rappresentati da altrettanti gradoni di pietra.

In un cortile sottostante, un altro tempio con la tomba del profeta, ricoperta di drappi dai colori vivissimi. I rossi, i gialli, i verdi, gli arancioni dei tessuti sono così sgargianti che quasi rischiarano da soli l’oscurità circostante. Scendiamo ancora, sempre senza le scarpe. Piccole porte scavate nella roccia immettono in spazi irregolari che si perdono in cunicoli oblunghi. Sotto i nostri piedi, la pietra è perennemente bagnata per la presenza di corsi d’acqua sotterranei. Lungo le pareti, allineate su più file, decine di giare colme di un liquido denso e oleoso, nero come la pece, che con il tempo è colato e si è insinuato tra le pietre sconnesse del pavimento. E’ l’olio estratto dagli ulivi – come quello secolare, il tronco gigantesco e bitorzoluto che abbiamo visto nel cortile - con il quale ogni sera si accendono, in segno di buon auspicio, le candele nella valle di Lalish. Sopra le porte dei templi sono appesi piccoli oggetti di argilla, fiori secchi, uova colorate delle quali restano i soli gusci. Sono stati messi in occasione del capodanno yazida che si celebra il quattordici aprile del nostro calendario. I festeggiamenti, invece, avvengono il mercoledì successivo.

 L'incontro con gli yazidi

Incontriamo le autorità religiose nella grande sala delle riunioni. I divani allineati lungo i muri, accese le stufe a gas davanti alle quali alcuni yazidi scaldano i piedi nudi. Haji è il Faqer, “Il povero davanti a Dio”. La barba bianca incornicia il volto scavato. In testa il copricapo di lana nera scende sugli orecchi e sulla fronte. E’ il custode del tempio. Ogni anno, una famiglia del villaggio è scelta per aiutarlo ad assolvere i suoi compiti religiosi. Haji, intabarrato nel lungo vestito nero, ascolta in silenzio.

 


Il Faqer ( Il povero di fronte a Dio) Haji

 Il Baba Chawesh Ismael Hasan Al suo fianco parla il Baba Chawesh. Il suo nome è Ismael Hasan Sulaiman. Trentotto anni, la barba nera e ricciuta. Il viso allungato, proporzionato all’altezza vicina ai due metri. Gli occhi mobili e indagatori denotano un’intelligenza vivace, una personalità forte all’interno della comunità. Ismael ci spiega che la loro è una religione interiore. Le autorità non svolgono nessuna funzione interpretativa della fede. Tanto più che soltanto dai primi anni Settanta, giovani studiosi hanno cominciato a raccogliere il pensiero yazida. Oggi quei testi sacri sono conservati in parte in Kurdistan, gli altri a Baghdad.

Gli yazidi si sposano soltanto tra loro. Musicanti con flauti e tamburi percorrono i villaggi della regione per fare proseliti. Si prega due volte il giorno, all’alba e al tramonto. Le preghiere, indirizzate al sole come sorgente di vita, sono più che altro pensieri individuali di buon auspicio rivolti prima verso l’intera umanità e poi alla comunità di appartenenza. Un’armonia universale – tiene a precisare il Baba Chawesh – che trova riscontro nel proverbio yazida “Se incontri una persona che ha bisogno, aiutala senza chiedere la sua religione”. Nell’Iraq di oggi gli yazidi possono contare sulla difesa di una libertà religiosa che in passato non sempre hanno avuto. Non a caso Ismael Hasan parla di settantadue tentativi di genocidio che sono stati perpetrati nei loro confronti. Tra questi, quello compiuto proprio a Lalish nel 1892, quando le truppe ottomane passarono a fil di spada migliaia di abitanti. Ora nel Parlamento regionale – sistema uninominale – hanno un loro eletto. Sette in quello nazionale, dove si vota con il proporzionale. A questa rappresentanza si aggiunge una figura politica con il compito di tenere rapporti direttamente con il Presidente della Repubblica Jalal Talabani.

Nel cortile del tempio

Gli yazidi sono oggi al terzo giorno di digiuno. Domani, venerdì, sarà Jazhni Rozhan, giorno di festa. Nel salutarli, abbiamo forte la sensazione di una collettività sostanzialmente ancora isolata, legata a riti quotidiani, semplici quanto ancestrali, che cerca di preservare la propria identità. Quassù, dove il silenzio è interrotto dai richiami delle cornacchie e dei falchetti, gli yazidi vivono in pace con se stessi, perpetuando ritmi e consuetudini che si tramandano da tempo immemorabile.

Il pulmino Nissan ridiscende verso Shekhan. Immersi in un paesaggio rurale arcaico, interrotto da gruppi di case di pietra e fango, tutte provviste di antenna parabolica, siamo consapevoli di quanto la globalizzazione sia ancora lontana da qui.

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