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Libia: difendere i civili, fermare i raid

Questa guerra azzera il "risorgimento" delle popolazioni e consente alle potenze vincitrici di scegliersi gli interlocutori e di costituire regimi accomodanti in grado di garantire le risorse energetiche con opportunismo e obbedienza. Compito urgente è quello di chiedere la fine dei raid e l'attuazione della risoluzione Onu per quella che è l'unica legittima finalità per cui è stata richiesta: la protezione della vita di persone che rivendicano libertà e democrazia.
Nei giorni scorsi il regime di Gheddafi ha represso la popolazione civile che reclamava democrazia. Lo ha fatto bombardando, usando mezzi militari, mercenari e spargendo sangue. Da più parti si è levata la richiesta di una risoluzione dell'Onu fermasse le stragi creando una zona di non sorvolo militare e un intervento a protezione dei civili. Una richiesta in tal senso è venuta dalla Tavola della Pace e, con essa, vi è chi ha nutrito speranza nei confronti di una risoluzione Onu che riducesse l'escalation della violenza da parte del regime di Gheddafi. Sul sito di PeaceLink vi è una lucida analisi della risoluzione Onu, scritta dal prof. Antonio Papisca prima che venisse attuata l'azione in corso.
Ma invece dell'attuazione di una risoluzione che aveva lo scopo dichiarato di ridurre l'escalation, siamo in presenza di un'inquietante dinamica opposta che ha i connotati della guerra, proprio quella guerra che lo statuto dell'ONU bandisce. La bandiera dell'ONU

L'ONU ammette un uso della forza al solo scopo di "mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale", come specifica l'articolo 42 del suo Statuto. Parla di "ristabilire la pace" e non di innescare una guerra.
Il duplice compito di garantire la pace e di difendere la vita delle popolazioni non si compie con un'azione militare devastante che ha evidentemente altri scopi meno nobili.
Quali? Lo dicono chiaramente i giornali di destra.
"Sono anni che non ci scandaliz­ziamo per il fatto ch­e le guerre si fac­ciano anche per interessi economi­ci, perché da sempre avviene così", ha scritto oggi Mario Giordano su Il Giornale.
"In questa storia chi preme il grilletto per primo ha poi il diritto di sedersi al tavolo dei vincitori", ha aggiunto Mario Sechi su Il Tempo, sempre oggi.
Si mettono in campo forze assolutamente sproporzionate per una gara bellica - in cui l'Italia è passata la baciamano ai Tornado - che ha come scopo quello di "sedersi al tavolo dei vincitori" con il maggior "merito militare possibile".
Un intervento così distruttivo non ha ragioni militari ma politiche. Diritto di prelazione
Soprattutto pone "sotto tutela" e fuori gioco quella stessa popolazione che aveva manifestato per la democrazia.
Le ragioni della "necessità" della nonviolenza nella risoluzione dei conflitti stanno nella sua capacità di rendere protagoniste le fasce più deboli della popolazione. Abbassare la violenza aumenta la democrazia, aumentare la violenza significa annullare la partecipazione.

Questa guerra azzera il "risorgimento" delle popolazioni e consente alle potenze vincitrici di scegliersi gli interlocutori e di costituire regimi accomodanti in grado di garantire le risorse energetiche con opportunismo e obbedienza. 
E' la fine di un'autodeterminazione dei popoli e l'inizio di un nuovo regime eterodiretto.
Così si consegna la soluzione della crisi non alla sovranità popolare ma alle sole armi, facendo vincere non la forza della ragione ma unicamente la ragione della forza.
A 150 anni dall'Unità d'Italia occorre ricordare che una soluzione del genere sarebbe stata aborrita da Mazzini.
Compito urgente è quello di chiedere la fine dei raid e l'attuazione della risoluzione Onu per quella che è l'unica legittima finalità per cui è stata richiesta: la protezione della vita di persone che rivendicano libertà e democrazia.

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