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Non è la brutalità ad essere 'sistematica'. Lo è il mentire su di essa.

Robert Fisk racconta gli abusi dei soldati britannici a Bassora e denuncia la sistematicità nel "coprirne" le violenze.
12 settembre 2011 - Robert Fisk
Fonte: www.independent.co.uk - 09 settembre 2011

violenze esercito britannico Ricorderò per sempre il papà di Baha Mousa. In un giorno di calura opprimente a Bassora, Daoud Mousa cominciò a parlarmi della morte di suo figlio, dicendomi di come sua nuora fosse morta di cancro sei mesi prima, dei nipotini rimasti orfani, di come – non molto tempo dopo che l'Esercito Britannico l'avesse arrestato e picchiato a morte, perché questo è ciò che è successo – di come un ufficiale britannico fosse andato a casa sua e non riuscendo ad alzare lo sguardo gli avesse offerto del denaro come modo per chiedere scusa.

“Cosa mi suggerisce di fare?” mi chiese Daoud. Si rivolga a un avvocato, gli dissi. Lo riferisca ad Amnesty e all'Human Rights Watch. Mi permetta di scrivere un articolo. Quando mi rivolsi alla base britannica presso l'aeroporto di Bassora, un ufficiale mi rise in faccia. “Lo chieda al Ministero della Difesa”, mi disse per tagliar corto. Non gli interessava.

Avevo trascorso anni a Belfast, stesso tipo di reazione arrogante, crudele e indifferente all'accusa di brutalità da parte dei militari. Sempre la stessa. Terroristi. Propaganda dei terroristi. L'estrema disciplina di squadre di Britannici sottoposti a una pressione enorme, ecc.ecc. E poi – finiti i giochi e non potendo più nascondere i fatti - mi veniva data quella che chiamo “la risposta di Abu Ghraib”. Solo qualche “mela marcia”. Sempre colpa di alcune “mele marce”.

Centinaia di migliaia di bravi soldati britannici, esempio di coraggio e cortesia, che rischiano la propria vita 24 ore al giorno – si leggono queste frasi nei soliti giornali, oggi. Erano le vere vittime di queste mele marce - le vittime, i 14 cattolici morti la Domenica di Sangue a Derry, Baba Mousa a Bassora, le vittime collaterali che si erano trovate in mezzo al fuoco. Su di loro si poteva mentire.

Ma da dove vengono tutte queste mele marce, continuavo a chiedere, e chi sono gli ufficiali compiacenti e complici? Ricordo il giorno in cui il Reggimento del Gloucestershire correva per le vie di Belfast in preda a follia, spaccando tutti i vetri del pianterreno di una strada cattolica poco prima di rientrare in Gran Bretagna. Falso, chiaramente. Propaganda terroristica. E poi, alcune mele marce. Stavo forse dalla parte dell'IRA? E sempre così.

Non era la brutalità ad essere sistematica, bensì la menzogna. Nell'Irlanda del Nord, tra gli Americani dopo i fatti di Abu Ghraib e Bagram, e nelle prigioni segrete con le loro detenzioni illegali. A Baba Mousa furono inferte 93 ferite. C'è stata un'inchiesta, mi fu detto perentoriamente. Era ancora 'sub iudice', in attesa della decisione del tribunale.

Nemmeno le circostanze dell'arresto di Baba Mousa furono mai davvero investigate. Il colonnello Daoud Mousa – perché il padre di Baba era un vecchio ufficiale di polizia, che aveva ottenuto dalle forze britanniche il permesso di porto d'armi e di indossare l'uniforme – aveva potuto vedere suo figlio dopo l'arresto, costretto a mentire sul pavimento dell'hotel in cui lavorava.

I soldati avevano trovato delle armi – cosa normale a Bassora dove in tutte le case si trovano armi – ma quello di cui i Britannici non volevano si parlasse allora era che Baba aveva detto a suo padre che diversi soldati britannici avevano aperto la cassaforte e si erano messi in tasca mazzette di denaro.

Il colonnello Mousa riteneva che questa fosse la vera causa dell'omicidio del figlio. Baha era stato un informatore. Era un testimone della rapina. L'ufficiale britannico dell'hotel aveva promesso al colonnello che gli avrebbero restituito il figlio sano e salvo. Stronzate. Il 1° battaglione, Il Reggimento del Lancashire della Regina se ne occupò per bene.

Poi andai a trovare uno degli amici di Baha – appena rilasciato dagli assassini britannici – sembra che ci avesse rimesso un rene per il trattamento ricevuto. Piangeva. Aveva il volto bluastro con molte escoriazioni. Sì, è stato il mio paese a far questo. No comment. Chiamate il Ministero della Difesa.

Avevano rotto il naso di Baha Mousa. C'era del sangue al di sopra della bocca della salma. La pelle era stata strappata dai polsi. Il suo amico riferisce che Baha li aveva implorati, piangendo, di non ucciderlo, da sotto il cappuccio.

Ricordo che i Britannici si erano comportati allo stesso modo nell'Irlanda del Nord. I cattolici mi dicevano che affibbiavano loro i nomi dei calciatori, prima di cominciare ad essere picchiati.

Un po' sistematico, forse? “Ci prendevano a calci sul petto e tra le gambe e sulla schiena...” Diceva l'amico di Baha. “Continuava a chieder loro che gli togliessero il sacchetto e che stava soffocando. Ma loro ridevano e continuavano a prenderlo a calci.”

E gli ufficiali proponevano sempre dei parallelismi stravaganti. Noi trattiamo i cattolici meglio di quanto i parà francesi trattassero gli Algerini, mi disse un giorno un ufficiale nei pressi di Divis Flats. Noi non siamo cattivi come Saddam. E nemmeno come Hitler, sono lieto di poter dire.

Anche mio padre era un soldato, più anziano di mia madre, combatté nella terza battaglia della Somma, durante la 1a guerra mondiale, nel 1918. Combatteva in quello che sarebbe poi diventato il Reggimento del Re. Grazie a Dio, non della Regina.

I soldati: Quattro uomini con una pesante responsabilità

Al 1° Battaglione del Reggimento del Lancashire della Regina era stato assegnato il controllo di Bassora nel 2003. Doveva tener a bada le controinsorgenze, ed è stato lodato per essere riuscito a ripristinare l'ordine. I suoi soldati furono al centro delle prime accuse, da parte del Daily Mirror, di abusi nei confronti di militari iracheni, ma le foto furono ritirate perché ritenute dei falsi.

L'inchiesta identifica quattro soldati che avrebbero “una pesante responsabilità” per la morte del Signor Mousa e ferite inflitte ad altri nove civili.

Il Caporale Donald Payne fu recluso per 12 mesi ed estromesso dall'esercito nel 2006 per aver ammesso di aver compiuto azioni disumane nei confronti del Signor Mousa. Descritto come “tipaccio violento”, diresse il “coro” nel condurre attacchi a rotazione contro ogni prigioniero.

Il Tenente Craig Rodgers è stato ritenuto responsabile di non aver mantenuto la disciplina, specialmente quando i soldati entravano in competizione per prendere a calci, pugni e schiaffi i prigionieri. Non gli fu comminata nessuna misura disciplinare.

Il Maggiore Michael Peebles era responsabile delle condizioni dei detenuti ma non intervenne. Fu assolto dalla corte marziale.

Il Colonello Jorge Mendonca, l'ufficiale in capo, doveva sapere della violenza e delle tecniche proibite impiegate. Le accuse contro di lui furono lasciate cadere. L'inchiesta menziona 19 soldati come responsabili di violenze. Quelli ancora in servizio potrebbero essere sottoposti ad azione disciplinare; e tutti potrebbero essere passibili di azioni legali, civili o criminali.

Tradotto da Daniele Buratti.
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