Un libro che fa pensare (aprile 1992)

Violenza e Religione

Recensione di Filippo Gentiloni "La violenza nella religione", Ed. Gruppo Abele, Torino 1991.
3 marzo 2004
Fonte: Pubblicato su "il foglio", n. 189, aprile 1992

Il libro di Filippo Gentiloni La violenza nella religione (Ed. Gruppo Abele, Torino 1991, pp.135, £. 18.000) è un contributo serio al pensiero nonviolento, e naturalmente al pen- siero religioso nonviolento e all'esperienza di una religione nonviolenta, che del primo sono una componente importante. Mi trovo in consenso ampio con Gentiloni. Più che sotto- linearne le tesi, vorrei qui, partendo dal suo lavoro, presentare qualche semplice considerazione suscitata dalla lettura e dalla discussione. Se mi discosto in parte dal libro, non è per contraddirlo, ma per proseguire, anche dialetticamente, il di- scorso. UN'ESPERIENZA Dirò anzitutto la mia esperienza, che non ha nulla di spe- ciale. Conosco bene la prepotenza oggettiva (non ho da accusare alcuna persona singola) della religione istituita, ma ne ho un'esperienza più positiva che negativa. Come tutti (ma molti non possono riuscirvi) ho dovuto liberarmi da tanti di quei «pesi» di cui parla Matteo, cap. 23. Considero grazia di Dio questa libera- zione, mai terminata. Sto bene in un angolino della chiesa catto- lica, a cui sono totalmente grato perché mi ha parlato di Gesù Cristo. Ci sto liberamente e criticamente, senza obbedire a tutto, non agli ordini elettorali né a tutti quelli morali. Considero i vescovi pastori e padri (come altri maestri) quando mi aprono strade, altrimenti sono fratelli incaricati di fare unità, voci che la coscienza ha il dovere di vagliare nello spirito di Cristo. Sono ugualmente fratello di tanti protestan- ti, che per lo più non distinguo dai cattolici che frequento (le differenze passano dentro le chiese, come dentro le persone). Non spendo tempo a fare contestazione ecclesiale, se non quando lo impone il dovere di solidarietà verso le vittime della prepotenza religiosa. Alla chiesa chiedo fraternità, che è segno di Dio. In essa trovo stupende sorelle e fratelli, trovo la bibbia, che sta come la volta del cielo sopra le fatiche della vita, e trovo la liturgia, che è bisogno e gioia, perché, come la poesia, conduce a vedere che tutta la realtà è simbolica e si apre sull'ulteriore luminoso e indicibile, necessario proprio perché gratuito. Se sentissi la religione più violenta che amica la abbandonerei. Perciò rispetto e comprendo chi ha fatto così, ammiro e imparo il suo coraggio, e nel contempo soffro per lui, perché non gode, per il momento, questa bellezza, musica, luce. SMONTARE LA RELIGIONE Gentiloni afferma spesso nel libro un nesso forte tra religione e violenza, anche disumana e omicida. Anzi, dice che «quel contatto religione-violenza forse non si può staccare» (p.122, al termine della parte intitolata Speranze). Credo che sia utile "smontare" l'idea e la realtà di reli- gione, oltre ciò che fa Gentiloni da p.17 a p.20. Mi piace quel detto riferito da Aulo Gellio (Noctes Atticae 4,9): «Religentem esse oportet, religiosus nefas». Si può tradurre liberamente: bisogna essere uno che collega, mentre è nefasto essere legato. Michele Do, che è un uomo grande nello spirito, intende religione non come azione umana, riti, istituzione, contrapposta a fede (come fanno Barth e Bonhoeffer), non come dualismo (Gentiloni, p.17), ma come collegamento, e come lettura profonda del cuore delle cose, che - lui dice - «dà su Dio». Certamente si verifica il dualismo sacro-profano, che è già violento, ma non è questo che identifica l'autentica religiosità, la quale è, al contrario, unità, comunione universale, nella più viva libertà. Michele Do dice che «Dio è nell'incontro di due sguardi». E questo è fonda- mento di pace libera, giusta, felice. CONTRADDIZIONE O EVOLUZIONE? Gentiloni parla spesso di «contraddittorietà» dei testi e della storia religiosa. Mi convince di più quel che disse una volta Paolo Ricca: Dio si è convertito dalla violenza alla non- violenza (cfr. il foglio n.94, dicembre 1981, p.2). Almeno per la bibbia, più che contraddizione direi che c'è progressione, pro- spettiva chiara verso la nonviolenza, nelle nostre immagini di Dio e della vita umana nel suo spirito. Me ne dà conferma Gian- carlo Bruni, il quale, proprio nel tanto citato Lohfink (autore di Il Dio della Bibbia e la violenza, Morcelliana, Brescia 1985), legge che, nella bibbia ebraica, «la società alternativa di Dio emerse solo lentamente dalle società tradizionali», e precisamen- te attraverso «tre aspetti principali: partecipazione alla vio- lenza, smascheramento della violenza, annuncio di nonviolenza» (in Al di là del "non uccidere", Ed. Cens, Liscate-Milano 1989; volume collettivo che riunisce articoli in gran parte pubblicati su il foglio). VANGELO INCONCLUDENTE? «Violente anche le pagine del Vangelo, non diverse, in questo, dalle scritture di Israele» dice troppo facilmente Genti- loni (p.28) e cita Sergio Quinzio, il quale ripete in articoli e conferenze quel che scrive nel bel libro Radici ebraiche del moderno: «Il vangelo non insegna la non violenza, anche se c'è chi lo legge così» (p.72). Sembra che per Quinzio ci sia nel vangelo una inconcludenza, una non scelta tra violenza e nonvio- lenza (bisogna decidersi a scrivere sempre questa parola come unica, per le ragioni insegnate da Aldo Capitini). E' singolare ritrovare, in questo ordine di idee, interpretazioni di passi come, p.es., Matteo 11,12 e Luca 22,36, non diverse da quelle di una religione e di una chiesa che, insensibili al bisogno di superare la violenza storica, non uscivano da questa ottica, non riconoscevano segni diversi neppure nel vangelo. Si trovano in esegeti di oggi letture di quei passi in luce ben differente, con solidi fondamenti testuali. Questa asserita ambiguità del vangelo davvero non mi convin- ce, non la vedo nel suo spirito. Ma non rifiuto il problema. Ci sono oggi persone serie e spirituali che negano un nesso forte e chiaro tra vangelo e scelta nonviolenta (che non è uguale al pacifismo). In attesa di migliori spiegazioni, provo ad immagi- nare i loro motivi: non introdurre un nuovo precetto morale; non fare dell'integralismo pacifista, quasi politico. Ma chiedo: il vangelo non dà nessuna indicazione pratica? I cristiani possono scegliere una politica di pace o di guerra? Non credo che pensino così quelle persone serie. Trovo invece scandaloso che i vescovi italiani, prodighi di indicazioni morali dettagliate, nell'elen- care i valori da considerare nel decidere il voto (democristiano) non abbiano nominato la pace. Eh già, perché la Dc ha votato la guerra! Ma torniamo a cose serie. Quelle persone spirituali forse intendono soprattutto non semplificare il problema del male, pesantemente presente nel mondo, mistero d'iniquità che gli spiriti religiosi avvertono dolorosamente, e credono che la nonviolenza lo semplifichi inge- nuamente. Tutt'altro! Essa smaschera anche le violenze accettate dalla società, comprese le persone religiose. Essa non è asten- sione, ma lotta. Mentre la polizia e l'esercito, se sono fortuna- ti, respingono la violenza diretta e vistosa, introducendone altra (non sempre minore), la lotta nonviolenta va soprattutto contro la violenza strutturale e culturale, stando attenta a non imitarne modi e mezzi. La nonviolenza non è una religione, ma tocca il mistero religioso presente in ogni animo umano, non è una fede, ma le somiglia, perché guarda più lontano delle forze immediatamente calcolabili e confida in forze vitali profonde. Non conosce la nonviolenza chi la crede una ricetta illusoria proposta per tutti i casi, mentre è una ricerca con una lunga strada alle spalle e inedite possibilità di fronte. LA RELIGIONE VIOLENTA E' LA GUERRA Torniamo al discorso principale. La visione di Gentiloni, che lega fortemente religione e violenza, critica giustamente la religione che non è amore, ma - secondo la mia discutibile im- pressione - con un eccesso di sospetto (di cui capisco bene le ragioni), che finisce con l'occultare le reali esperienze di religione liberante e così toglie anche un sostegno spirituale alla ricerca nonviolenta. La religione violenta offende gli spiriti e poi anche i corpi, col santificare le guerre. Ma la vera religione violenta è la guerra stessa, anche quando sembra tutta laica o atea. Il mio amico ateo Costanzo Preve dice bene: la religione oppio dei popoli è considerare il capitalismo insuperabile. Così è pure della guerra. Essa è religione pesante perché pretende di essere un assoluto. La guerra è il massimo del farsi dio da parte del- l'uomo. Ma questo è pure fare un dio che schiaccia l'uomo. Nulla è più assoluto e teocratico della guerra. Essa è la cultura del diritto di uccidere. Non è un eccesso di legittima difesa né uno scoppio di collera, non è una violenza istintiva, ma un sistema di diritti e doveri, di scienze e di arti, di organizzazione e di pedagogia, di tradizioni e di cultura, di informazione e di propaganda, di valori e di giudizi, di interpretazioni della storia e della natura umana, di affrontamento delle diversità e dei conflitti, di concezioni della persona e della politica: di tutto ciò, e di altro, si struttura l'idea complessiva che, in certe circostanze noi abbiamo diritto di uccidere loro; diritto, e quindi dovere, e quindi merito e gloria nell'uccidere esseri umani. Non è la vergogna e la tristezza dell'essere costretti, in circostanze disgraziate, ad usare la violenza anche estrema per riparare una vita indifesa. Non conosco una guerra statale che rimanga umile e triste. Anche oggi, nell'era atomica, la guerra cerca pretesti se non trova motivi, poi cerca giustificazioni, e finisce sempre col vantarsi di dare la morte. Quel diritto di uccidere è la suprema arroganza teologica e - se un Dio c'è - la suprema bestemmia. E' l'azione contraria alla creazione. Con l'attribuirci il diritto di guerra, ci attri- buiamo l'assoluta, divina, decisione sulla vita altrui. Ci fac- ciamo, per l'altro, pari alla necessità, al destino, al giudizio ultimo e totale sulle sue azioni, da pagare con tutto il suo essere. E neppure sulle sue personali azioni, ma sulla sua appar- tenenza ad un gruppo che io tratto da nemico. Così finiamo per pensare Dio alla maniera del nostro farci dèi: un dio di morte e non di vita. Maneggiare la morte è opera assoluta. Non c'è padrone più totale del guerriero. Non c'è dio più orribile ed antiumano del dio-guerra. Un cercatore di Dio, come una mente dubbiosa che agnosticamente né afferma né nega un'eventuale divinità, entrambi devono disonorare e destituire il dio-guerra. Questo è l'idolo degli idoli. Niente di più anticristiano, niente di più antilai- co. I cristiani che ammettono la guerra sono idolatri, i laici che la giustificano non sono abbastanza critici. La guerra è una divinità che esige il massimo dei sacrifici: non solo una quanti- tà di vite fisiche di persone travolte in conflitti determinati da altri e pochi, ma un'alluvione di sofferenze interminabili e di rovine materiali, ed anche una disperazione sulla ragione e sulle risorse propriamente umane, che ci offende e ci degrada tutti, in quanto esseri umani, perché consegna ogni valore umano alla forza materiale delle armi, il cui giudizio è cieco e asso- luto. La rassegnazione alla guerra è la più avvilente alienazione "religiosa". Perché, come insegna Capitini, «la protesta contro la morte è più religiosa della sua accettazione» (Norberto Bob- bio, Introduzione a Il potere di tutti, di Aldo Capitini, Ed. La Nuova Italia, 1969, p.10). LAICI E CREDENTI: PROFANARE LA GUERRA I laici richiamano e aiutano i credenti a relativizzarsi, a non credersi potenti possessori di verità assolute. I credenti richiamano e aiutano i laici a non scivolare dal dubbio critico al relativismo e al nichilismo. Entrambi hanno bisogno di di- struggere gli idoli, i credenti per fare luogo a Dio, i laici per riportare l'uomo alla sua misura. La guerra, sempre assoluta, è nemica dello spirito religioso come dello spirito critico. Il realismo laico come la speranza cristiana possono saper vedere, ciascuno a suo modo, nella storia e nel presente, le reali alter- native umane alla guerra e possono costruirle per il futuro. Invece di risollevare steccati e vecchi equivoci, la guerra, tornata a farsi dèa e signora del momdo, impegna e accomuna i persuasi e i perplessi (per usare i termini classici di Capitini e di Bobbio) a trovare nella migliore fedeltà al proprio genio la forza di una lotta strenua per abbattere la divinità che si nutre di sacrifici umani, che vuole decidere la storia, occupare la politica, invadere gli spiriti. Sulle ultime ragioni dell'esi- stenza abbiamo chi un po' di fede, chi molti dubbi. Tutti abbiamo molti umili interrogativi. Tutti possiamo avere la volontà di liberare il cammino umano da questa divinità omicida, che lo sbarra. Di più. Le analisi più disincantate del fenomeno guerra ce lo presentano come un immenso business mondiale, che usa gli stati, l'Onu, i politici, il diritto, i sentimenti nazionali, gli eserciti, i mezzi d'informazione, il commercio di armi come l'embargo, gli uccisi come gli uccisori, la distruzione come la ricostruzione, che usa tutto ciò per il suo profitto. Una divinità inferiore al più miserabile degli uomini, un feticcio vile, che ottiene ancora infiniti sacrifici umani grazie al nostro culto rassegnato, alla mancata profanazione e ribellione da parte di società non ancora davvero secolarizzate e libere. Un demonio ancora onorato da statisti e sacerdoti, da intellettuali e giornalisti, da mistici e da storicisti. La liberazione da questa religione di morte è il compito storico del nostro tempo, ed è possibile, perché la guerra non è un dio eterno, ma un'opera dell'uomo che ha avuto inizio nella storia e nella storia può finire. UNA GRANDE ENERGIA Nella lotta alla violenza, è più che giusto smascherare il fattore violento nelle religioni. Ma a me pare, che, a confronto con questa vera e propria religione della guerra, oggi di nuovo in auge, le religioni classiche dello spirito, pur se compromesse e inquinate di violenza, sono una grande energia umana (e divina, per i credenti) contro la guerra. Sono soprattutto questo. Gan- dhi, che darà il suo nome al XX secolo, è una grande anima religiosa. Capitini pure. In qualche ampio senso, ogni cercatore della nonviolenza è religioso, e le religioni sono più nonviolen- te che violente. Anche l'Islam, nel suo insieme e nella sua essenza. Credo che ciò sia vero da sempre, non solo oggi che le religioni, pur tra contraddizioni, si muovono insieme, come non mai, contro la guerra. Il libro di Gentiloni suggerisce altre riflessioni, per esempio sulle idee stesse di Dio che ci facciamo, in relazione alla violenza. Ma semmai un'altra volta. Enrico Peyretti (23 marzo 1992)

Note: Un'esperienza - Smontare la religione - Contraddizione o evoluzione? - Vangelo inconcludente su violenza e nonviolenza? - L'unica religione violenta è la guerra - Laici e credenti: uniti nel profanare la guerra - Una grande energia di pace nelle religioni.

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