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Alexander Langer, il tuo viso serio e gentile ci accompagna ancora

Non esiteremo mai a seguire l'esempio della tua vita, "invidiabilmente ricca di viaggi, di incontri, di conoscenze, di imprese, di lingue parlate e ascoltate, di amore"...
1 luglio 2012 - Alessio Di Florio

Stamperemo il tuo viso serio e gentile nei nostri cuori e andremo incontro agli altri con il tuo passo leggero, voglia il cielo che non perderemo mai la speranza

Carissimo Alexander,
anche quest'anno il calendario, inesorabilmente, torna a fermarsi su quel terribile 3 luglio, il giorno in cui tutto si fermò, il giorno del tuo più crudele dei commiati, lasciandoci in un vuoto immenso e un oceano di dubbi e domande.

La stella polare della tua esistenza è stata la purezza e la profondità dell'animo umano che va oltre ogni barriera, ogni egoismo, amando rivolgendo lo sguardo soltanto verso lo scrigno custodito nel cuore dell'uomo. Cresciuto in una regione di frontiera, hai visto nella conoscenza reciproca, nell'incontro fecondo, una ricchezza da costruire quotidianamente. E, cercando di farti comprendere da tutti, ti sei abbandonato all'ascolto del cuore, dell'animo, della sensibilità di chi avevi di fronte. Hai precorso i tempi, hai attraversato sentieri e strade con la lungimiranza e la visione di chi sapeva guardare oltre ogni orizzonte. Viaggiatore inquieto, hai donato tutto te stesso all'umanità sofferenta e oppressa, caricandoti i pesi e i dolori che hai incontrato con un amore immenso. Come il tuo amato San Cristoforo, simbolo dei viandanti e dei pellegrini, splendidamente rappresentato in una chiesa di Firenze con Gesù Bambino sulle spalle. E, esattamente come lui, Alexander ti sei caricato dei pesi e dei dolori che hai incontrato. Un peso apparentemente leggero, ma che si è caricato sempre più nell'attraversare il fiume.

Il caricarsi i pesi del prossimo, per allievare le sue sofferenze e curare le sue ferite, l'essere portatori di speranza e di amore, può portare a spingersi troppo avanti. Può condurre nel deserto, dove gli uomini non si amano e non parlano. Dove i pesi diventano eccessivi. Hai scritto nell'ottobre 1992, in ricordo della cara Petra Kelly, il dramma dei "portatori di speranza" che si ritrovano “troppo grande... il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono”.

Si può vivere immersi in una marea sterminata di contatti, di conoscenze e di esperienze e sentirsi soli. Incompresi. Accade che ci si senta soli, che si rimanga soli. Estranei, lontani. Nel deserto. Si è circondati da decine, centinaia, di persone, ma si vive il deserto dell'anima. Si dona così tanto amore che giunge il giorno in cui se ne ha necessità vitale, fosse anche solo una carezza o una parola di condivisione e conforto. Come fosse acqua. Pura, casta, genuina, vitale. Sgorgante da fonte vera e profonda. La sete arde, ti brucia dentro. Si è donato così tanto amore, dedizione, passione agli altri da non averne più per sé. Ci si sente fragili e indifesi, si ha la necessità di qualcuno al quale stringersi e sostenersi, che sappia chinarsi sulle ferite del tuo cuore (e delle miserie umane) e lenirle.
Si vive "in un tale incrocio di dolori" che non si riesce più a vivere, appaiono "troppe le attese frustrate e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le incomprensioni che nascono e segnano, troppo grande il carico di amore per l'umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che il cuore brama e ciò che si riesce a compiere." Si vorrebbe guardare sempre più in alto, ma il peso della convivenza umana, avvelenata dalla mancanza di umanità, schiaccia al ribasso. Ci sono giorni che fanno sentire tutto il loro peso. Un peso enorme, che schiaccia, di illusioni tradite, di incomprensioni, di violenza e di cuori in lacrime. Quanto è grande la differenza tra quel che è e quel che vorremmo. Quanto immensa è la facilità di essere fraintesi, incompresi, travisati, di rimanere soli.

Ma alfine caro Alexander, in questi cupi tempi nei quali il sistema in crisi, che il tuo sguardo profetico già vent'anni fa aveva saputo vedere, è diventato il Sistema di dominio e di oppressione di classe e di guerra ai poveri e agli ultimi, c'è una condanna dalla quale non possiamo esimerci: la speranza. E allora, com'ebbe a dire un tuo carissimo amico, non esiteremo mai a seguire l'esempio della tua vita, "invidiabilmente ricca di viaggi, di incontri, di conoscenze, di imprese, di lingue parlate e ascoltate, di amore" e fin quando il tuo "viso serio e gentile" ci accompagnerà nel cuore, cercheremo di andar "incontro agli altri con il tuo passo leggero" per non perdere mai la speranza e continuare, come ci hai chiesto quel dannato giorno a Pian dei Giullari, "in ciò che è giusto".

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