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Come progettare un cambiamento partecipato per lo sviluppo alternativo

"Empowerment. Verso il potere di tutti". Un libro di Qualevita

Ho scritto questo libro, per fornire un quadro coerente dal punto di vista teoretico e morale che possa servire come punto di partenza per un processo storico di cambiamento. Soprattutto la società civile è stata spinta ad agire ed è impegnata in una politica di emancipazione. La chiave per il superamento della povertà di massa risiede nell’empowerment sociale e politico dei poveri.
14 marzo 2004 - John Friedmann
Fonte: John Friedmann, "Empowerment. Verso il potere di tutti", Edizioni Qualevita (tel.0864.46448)

La copertina del libro di John Friedmann Questo libro riguarda il fallimento e la speranza. Il fallimento è quello dell’attuale modello di sviluppo: la sua incapacità di affrontare i giganteschi problemi della povertà mondiale e della sostenibilità ambientale. La speranza risiede nella pratica di uno sviluppo alternativo e nelle sue istanze di democrazia, di crescita economica appropriata, di parità di genere e di giustizia intergenerazionale.

Generalmente fallimento e speranza non fanno parte del lessico delle scienze sociali analitiche; sono parole morali e normative. Qui esprimono una scelta che privilegia la gente e la considera soggetto attivo della propria storia.

L’empowerment delle persone (il loro self-empowerment collettivo) è il cuore della pratica dello sviluppo alternativo.

Ho intenzione di ridefinire le aspirazioni e le pratiche dello sviluppo alternativo alla luce dell’esperienza maturata in più di vent’anni. Come possiamo valutare questa esperienza? Che cosa abbiamo imparato? Questo compito è reso più difficile dalla mancanza di contributi che cerchino di illustrare una dottrina alternativa. Su questo argomento esiste una vasta letteratura, per lo più effimera, che fa riferimento alle esperienze di sviluppo alternativo di alcune organizzazioni non governative. Questa letteratura, che sarà presa in esame nel settimo capitolo è piuttosto spontaneista. Esistono, inoltre, diverse pubblicazioni sui bisogni primari, la sostenibilità e l’emancipazione delle donne, alcune delle quali saranno trattate nei capitoli successivi. In generale gli scritti sullo sviluppo alternativo tendono ad essere frammentari e occasionali. Probabilmente ad eccezione del saggio di Ross e Usher: From the Roots Up: Economic Development as if Community Mattered (1986), non esistono altri contributi sistematici per una teoria dello sviluppo alternativo che si prestino ad essere analizzati criticamente. Ross e Usher affrontano i problemi dello sviluppo locale in un contesto nord americano e non sono particolarmente interessati alla povertà del Terzo Mondo.

Perciò ho scritto questo libro, per fornire un quadro coerente dal punto di vista teoretico e morale che possa servire come punto di partenza per un processo storico di cambiamento. I tempi sono maturi per questa impresa. La storia corre in avanti. Un’economia veramente globale è in formazione. Si stanno diffondendo nuove tecnologie che cancellano il tempo e le distanze. Le vecchie economie agrarie nel Sud Est dell’Asia si stanno industrializzando, mentre le regioni di vecchia industrializzazione in Europa orientale, e altrove, stanno tentando di modernizzarsi e di collegarsi con il nuovo globalismo.

Soprattutto la società civile è stata spinta ad agire ed, in misura più o meno grande, si è impegnata in una politica di emancipazione, da piazza Tienamen a Plaza de Majo a Buenos Aires, da Soweto a Vilnius. Lo sviluppo alternativo fa parte di questa politica.

Ciò che noi ora chiamiamo “società civile”, il termine risale alla filosofia politica del XVII secolo, si riferisce a quelle associazioni,fuori dalla portata dello Stato e dell’economia corporativa, che hanno la capacità di diventare centri di azione autonomi. In senso stretto il termine società civile dovrebbe sempre essere usato al plurale per evidenziare i molti modi in cui questa è strutturata in termini di classe, casta, religione, lingua, identità regionale, cultura, razza e genere. Eppure non ci troviamo di fronte al caos ma di fronte ad un ordine, complesso e variamente intrecciato, che emerge da quei valori ed interessi condivisi dalla maggior parte dei suoi membri in qualsiasi regione del mondo: un’ardente desiderio di comunità politica e di libertà dall’oppressione.

Lo sviluppo alternativo, in quanto espressione di una società civile militante, è politico nella sua essenza. La sua politica afferma i diritti umani universali e i diritti particolari dei cittadini di specifiche comunità politiche, in particolare i diritti delle persone finora senza voce, i poveri disempowered, che costituiscono la maggioranza.

L’idea di uno sviluppo alternativo ha preso forma circa 20 anni fa, nel corso degli incontri di una “scuola invisibile ” di specialisti dello sviluppo internazionale. Delusi dal modello corrente che enfatizzava la massimizzazione della crescita, privilegiava le città e perseguiva l’industrializzazione a tutti i costi, questi specialisti sono riusciti a formulare le linee guida di un approccio che speravano portasse direttamente al miglioramento delle condizioni dei poveri, in particolare dei poveri rurali, e, nello stesso tempo, fosse compatibile con gli interessi ambientali emergenti.

Quest’approccio ha portato ad una proliferazione esplosiva di organizzazioni non-governative e delle loro attività in tutto il mondo.

L’approccio empowerment, fondamentale per uno sviluppo alternativo, sottolinea l’importanza dell’autonomia delle comunità territoriali nei processi decisionali, della self–reliance (ma non autarchia) locale, della democrazia diretta (partecipata) e dell’esperienza di apprendimento sociale. Il suo punto di partenza è la dimensione locale in quanto la società civile si mobilita più facilmente intorno alle questioni locali. Ma l’azione locale è fortemente limitata dalle forze economiche globali, dalle strutture che determinano una distribuzione ineguale della ricchezza e dalle coalizioni di classe ostili. Se questi vincoli non vengono rimossi, lo sviluppo alternativo non può essere altro che un’azione di contenimento della povertà estrema ed un deterrente contro ulteriori devastazioni della natura. Se lo sviluppo alternativo mira a mobilitare la società civile alle radici (grass roots), o, come si dice in America Latina a mobilitare le comunità “alla base”, deve anche, in parallelo, cercare di trasformare il potere sociale in potere politico e deve intraprendere la lotta per l’emancipazione su scala più ampia a livello nazionale e internazionale.

Uno sviluppo alternativo è essenzialmente una ideologia e una pratica dialettica. Dal momento che esiste lo Stato ed esiste una dottrina dominante, lo scopo dello sviluppo alternativo non è di sostituirsi all’uno o all’altra ma di trasformarli profondamente entrambi in modo che i settori dis-empowered possano essere inclusi nei processi politici ed economici e possano ottenere il riconoscimento dei loro diritti in quanto cittadini e in quanto esseri umani. Questa dialettica attraversa l’intera concezione dello sviluppo alternativo. L’autonomia di ognuno è limitata dall’autonomia degli altri; la self-reliance, si colloca in un contesto di interdipendenza, la democrazia partecipata è impegnata alla base dei più ampi processi di governance rappresentativa; l’apprendimento basato sull’esperienza è in un rapporto di tensione creativa con la conoscenza teoretica. Le politiche di sviluppo alternativo non possono essere totalizzanti. Si tratta di una politica di cambiamento che si trasformerà nel corso della pratica.

Il testo inizia con una esposizione dello sviluppo alternativo e della sua giustificazione morale. Il secondo capitolo prosegue spiegando la dinamica attraverso la quale la maggior parte della popolazione mondiale è esclusa dalla partecipazione economica e politica. Il terzo capitolo prosegue con una critica dei criteri di calcolo della richezza nazionale più diffusi e sostiene la necessità di riformulare i fondamenti economici all’interno di in un sistema economico globale. Il quarto capitolo considera più da vicino il concetto di povertà, proponendo un modello di (dis) empowerment in contrasto con la concezione burocratica tradizionale che definisce i poveri in base ad un livello minimo dei consumi scelto arbitrariamente.

Se la povertà è una condizione di relativo (dis) empowerment riferita all’accesso delle household a specifiche basi del potere sociale, allora la chiave per il superamento della povertà di massa risiede nell’empowerment sociale e politico dei poveri.

I due capitoli successivi tracciano gli obiettivi programmatici delle rivendicazioni dei dis-empowered: rivendicazioni per una democrazia inclusiva e per una crescita economica appropriata (capitolo cinque) e rivendicazioni per la parità di genere e la sostenibilità (capitolo sei). Il capitolo conclusivo considera criticamente le attuali esperienze di sviluppo alternativo, esamina l’importanza crescente del ruolo delle organizzazioni non governative (NGO) e si chiede che cosa succederà quando anche queste diventeranno (come sta succedendo in alcuni casi) organizzazioni burocratiche di mediazione tra lo Stato ed i poveri. Il capitolo termina con la conferma del valore delle battaglie portate avanti direttamente dalle comunità. L’epilogo ci ricorda che la povertà, l’esclusione ed il dis-empowerment esistono tanto nei paesi ricchi quanto in quelli poveri e solleva alcuni interrogativi per i paesi ricchi suggeriti dalle esperienze di sviluppo alternativo nel Terzo Mondo.
Gli esempi storici portati a sostegno delle mie argomentazioni sono ricavati principalmente dall’America Latina, la regione che conosco meglio e dove sono state portate avanti la maggior parte delle ricerche per questo libro. L’esperienza dell’America Latina, se tradotta in modo corretto nel contesto di altre culture e di sistemi sociali e politici che si sono evoluti storicamente, risulterà, spero, utile per le lotte di emancipazione della società civile in altre parti del mondo.

Note:

Il libro è pubblicato dalla casa editrice Qualevita. Per ordinarlo telefona allo 0864.46448 oppure al 349.5843946. Qualevita è su http://ospiti.peacelink.it/qualevita

Scheda sull'autore

John Friedmann è professore emerito di pianificazione urbana dell’Università della California. Los Angeles. Laureato ad honorem dalla Università di Dortmund, in Germania e dalla Pontificia Università Cattolica del Cile, per molti decenni ha lavorato come consulente di pianificazione in America Latina, in Asia e in Africa. Dal 1965 al 1969 ha diretto il programma della Fondazione Ford di assistenza allo sviluppo urbano e regionale del Cile e per il suo lavoro ha ricevuto il riconoscimento ufficiale del governo democratico di quel paese.
Tra i suoi numerosi libri di urbanistica, teoria pianificatoria e sviluppo regionale, si ricorda il suo saggio pubblicato in Italia: Pianificazione come dominio pubblico: dalla conoscenza all’azione, (Dedalo, 1993)

Allegati

  • Hanno pienamente ragione gli anarchici a insistere sul concetto e sulla questione del potere. E anche l’originale e fondamentale contributo di John Friedmann, che Alberto L’Abate ci ha fatto conoscere e Pasquale Jannamorelli ci mette a disposizione con le edizioni Qualevita, verte essenzialmente sul modo con cui possiamo recuperare, nelle situazioni apparentemente più disparate, difficili e chiuse, il nostro potere personale individuale e il potere collettivo.
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