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Il potere bianco

I tweet di Donald Trump sulle donne politiche non bianche sono razzisti. Mostrano più che una mentalità: la white supremacy, la supremazia bianca negli Usa
23 luglio 2019
Adrian Daub
Fonte: Zeit Online - 16 luglio 2019

Donald Trump

Una delle poche costanti dell’eccentrica carriera politica di Donald Trump è la sua relazione con gli americani non bianchi. O, detto con termini meno gentili, le sue esternazioni razziste. Eppure Trump, in apparenza, riesce a sorprendere ogni volta il mondo politico di Washington e i media che lo raccontano con nuove dichiarazioni – “è stato toccato di nuovo il fondo”, si dice a quel punto. Anche questa volta. 

Non c’è affatto da sorprendersi che domenica scorsa, via Twitter, l’uomo che nel suo passato da portavoce dei Birther, il movimento dichiaratamente razzista, ha negato a Barack Obama la legittimità di Presidente degli Stati Uniti (visto che, a quanto si dice, Obama non è nato negli Usa, così dichiarò in modo palesemente falso, bensì in Kenia) abbia consigliato “alle deputate ‘progressiste’ dei democratici” di “tornarsene nei posti corrotti e infestati dal crimine”, ovvero nei “Paesi da cui provengono”. Rientra sempre tra i suoi schemi anche il fatto che l’affermazione sulle deputate, che non ha nominato ma a cui ha fatto chiaro riferimento, fosse in gran parte errata: tre dei quattro membri della cosiddetta squad – Alexandria Ocasio-Cortez, Ayanna Pressley e Rashida Tlaib – sono nate negli Usa, a New York, Chicago e Detroit. Il rapporto superficiale con i fatti e la verità in assoluto di Trump è cosa nota da molto tempo. 

Ciò che è veramente interessante, tuttavia, è il vocabolario con cui frattanto la politica e la società americane trattano il razzismo di Trump. 

Da una parte, molti periodici ed emittenti televisive hanno apertamente parlato di tweet “razzisti”, anziché, come accade sempre, ripiegare su strane e retoriche definizioni senza senso come “colorati di razzismo” o “pregni di razzismo”. Dall’altra, però, l’informazione non si è più soffermata sulla singola affermazione, ma ha inserito i tweet di Trump in un contesto più ampio. Durante la sua conferenza stampa di lunedì, Ilhan Omar, la quarta deputata della squad nata in Somalia, ha parlato di una “agenda nazionalista bianca” che si riflette nei tweet di Trump. E Nancy Pelosi, la portavoce della Camera dei Rappresentanti, ha twittato, a sua volta, su come le affermazioni di Trump del weekend dimostrino che “Make America Great Again” in realtà ha sempre significato “Rendere di nuovo bianca l’America”. 

Chi è un vero americano?

Le affermazioni di Trump, e la reazione che ne consegue, mostrano perché il dibattito pubblico negli Usa ormai non venga più condotto soltanto intorno al problema principale del razzismo, ma in rapporto all’amministrazione Trump si focalizzi su una questione molto più specifica: la white supremacy, la dichiarazione della supremazia dei bianchi. Sempre lo scorso weekend sono apparse alcune immagini del vice di Trump, Mike Pence, che lo ritraevano mentre si faceva mostrare un campo profughi al confine degli Stati Uniti con il Messico. Osservando queste immagini e con quale sguardo impassibile Pence avesse fatto visita ai sudamericani stipati nelle gabbie, era difficile potersi sottrarre alla sensazione che le due cose fossero connesse: Trump riconosce solo gli americani bianchi come veri americani e il suo elettorato viene evidentemente colpito con favore da come l’amministrazione Trump avvilisca sistematicamente i migranti e il Presidente in persona, a quanto apprendono, gli americani non americani.   

Di quali tracce lasci dietro di sé l’ideologia della white supremacy abbiamo potuto prendere visione due settimane prima proprio sul New York Times. Qui, in occasione dei primi dibattiti televisivi dei candidati democratici alla presidenza, abbiamo potuto leggere un commento del giornalista Bret Stephens su cosa reputava che pensassero gli “americani normali” a proposito di costoro. Deve sembrargli, così Stephens, come se i democratici non siano lì per loro, ma per altri. “Loro parlano spagnolo. Noi no. Non sono cittadini statunitensi e non sono qui legalmente. Noi sì.” Il partito fa “sentire troppi americani come stranieri nel proprio Paese”. Quando, a causa del suo testo, sull’autore si è abbattuta un’ondata di indignazione, Stephens si è mostrato scosso. “Ho soltanto scritto una colonna sugli elettori normali”, ha twittato risentito, “eppure vengo definito razzista.” Stephens, tuttavia, aveva evidentemente messo sullo stesso piano “normale” con “bianco” – e su questo punto si era sollevata l’indignazione. Lo studioso di religioni Reza Aslan e la ex reporter della CNN Soledad O’Brien, infatti, su Twitter avevano definito il testo come “nazionalista bianco”. In seguito a ciò Stephens ha replicato: “Tante persone che non mi hanno mai conosciuto mi incolpano di qualcosa che non sono.”

L’escamotage di Stephens, coscientemente o meno, ha tratto vantaggio da un’intera serie di ambivalenze nel concetto di white supremacy. Che i concetti racism, white nationalism e white supremacy siano interconnessi è chiaro, essi, tuttavia, indicano rispettivamente altri complessi problematici che nella sua autodifesa Stephens è apparso voler escludere di proposito. Questa ambivalenza gli ha consentito di trasformare la critica al suo testo in una diatriba tra punti di vista. E quest’ultima gli ha consentito di respingere sdegnato il rimprovero e di scansare un biasimo molto più rilevante. 

Per prima cosa i conservatori preferiscono parlare di cosa sia il razzismo

Tradizionalmente i conservatori americani, quando viene trattato il tema razzismo, mostrano molto più zelo tassonomico che sincera simpatia nei confronti delle vittime di razzismo. Quando, per esempio, neri, musulmani o latini intendono raccontare esperienze di discriminazione, diffamazione o violenza, per prima cosa i conservatori preferiscono parlare di cosa sia esattamente il razzismo e cosa la xenofobia; cosa significhino “le preoccupazioni economiche” e dove incominci la “esterofobia”; in quale misura l’estremismo di destra dei Proud Boy si differenzi da quello dei white nationalist o cosa divida l’alt-lite dall’alt-right. Quando vengono trattate questioni di razzismo, improvvisamente si segue, con un lavoro millimetrico, tutte le regole delle gradazioni di grigio. 

Il commentatore di Fox News Brit Hume, per esempio, ha fatto sapere su Twitter che i tweet di Trump sono certamente “xenofobi, inappropriati e politicamente sciocchi”. Ma la “definizione standard di razzismo” non può valere per essi e descrivere i tweet come razzisti è “avventato”. Su cosa si basasse esattamente la “definizione standard” Hume non lo ha detto. Le distinzioni che egli ha fatto erano, per usare un termine tecnico, bullshit – la questione era far fare la figura degli “avventati” a chi muove la critica di razzismo e non al Presidente il cui razzismo è inconsistente come un fuoco fatuo. 

Alla strategia paradossale di far apparire impreciso qualsiasi rimprovero di razzismo tramite una presunta messa a fuoco dei concetti torna utile, a sua volta, la pregnanza multiforme del concetto white supremacy. Suoi seguaci ed effettivi white supremacist si definiscono apertamente negli Usa soltanto gli skinhead di estrema destra o i membri del Ku Klux Klan. L’espressione evoca i vecchi Stati del Sud, le croci che bruciano, gli assassini degli attivisti dei diritti civili. In termini numerici i seguaci di queste idee sono una questione marginale, fenomenologicamente di certo non ascrivibile al mainstream politico. Riconosciamo subito i loro rappresentanti quando ce li abbiamo davanti. In questo senso lo stesso suprematista bianco si sposta come tale da un luogo all’altro, non occorrono grandi prove. 

Tuttavia, la cosa strana è: per quanto il suprematista bianco possa essere marginalizzato, la supremazia bianca di cui difende la causa ha un ruolo centrale nella storia delle idee americana. 

Supremazia per legge

Per lungo tempo la white supremacy, la supremazia dei bianchi, è stata addirittura accettata come una constatazione al centro della società americana. Implicitamente, l’espressione ebbe grande influenza su svariate aggiunte alla Costituzione americana; fu la premessa per la prima legge sulla naturalizzazione degli Usa, il Naturalization Act del 1790 che consentì di ottenere la cittadinanza statunitense esclusivamente ai “bianchi liberi” tra tutti gli immigrati (di fatto, soltanto con l’Immigration and Nationality Act del 1965 ci si è sbarazzati negli Usa della discriminazione contro gli immigrati di colore); essa trovò esplicita menzione nella maggior parte delle dichiarazioni di secessione alla vigilia della guerra civile; figura tra le costituzioni di molti Stati federali oppure a essa ci si è appellati agli inizi del XX secolo durante la loro approvazione – la maggior parte di queste costituzioni sono ancora in vigore. È la mission dell’assemblea costituzionale, così un delegato della Louisiana nel 1899, “garantire la supremazia della razza bianca in questo Stato”. Le cosiddette “leggi Jim Crow”, che stabilirono la segregazione razziale e la sistematica discriminazione degli afroamericani negli Stati del Sud, furono abrogate solo nel 1965. 

In questo senso, pertanto, la white supremacy non è affatto il vessillo sotto il quale oggi soltanto qualche skinhead schiamazza per le strade sventolando una bandiera. E non è neppure qualcosa che si aggira sinistro nelle menti – bensì resta scritto nei codici e nelle norme. A tutt’oggi le persone negli Usa vengono spedite in prigione o viene impedito loro di votare o acquistare un’abitazione sulla base di leggi che sono state scritte nello spirito della white supremacy. Ed è esattamente a questo punto che le cose si fanno complicate: secondo il costume linguistico, i white supremacist sono quelli che intendono conservare la supremazia dei bianchi incluso con la violenza extralegale. Ma come si definiscono le persone che non hanno alcun problema con la considerevole violenza legale che il sistema politico degli Usa mette a disposizione per raggiungere lo stesso fine?

A tal proposito, la bufera scatenatasi su Twitter intorno alla colonna scritta da Brett Stephens sul New York Times è istruttiva. Infatti, l’idea che gli americani bianchi equivalgano all’America “normale”, anzi, che essi addirittura incarnino “gli Stati Uniti” per eccellenza si accompagna all’idea che lo Stato e le sue leggi debbano servire proprio loro, i “cittadini normali”. In una situazione in cui esistono ancora molte norme che in origine dovevano assicurare l’egemonia dei bianchi, l’idea che i bianchi rappresentino il tipico americano non è affatto un’imprecisione innocente, ma è politicamente assai esplosiva.  

Le questioni razziali sono questioni di potere

Il ripiegamento di Stephens sulla considerazione piccata di esser stato trattato alla stessa stregua degli skinhead è espressione di una negazione più grande. Questa lascia passare in sordina che la supremazia bianca, seppur di carattere simbolico, ha ripercussioni concrete. Infatti, nel nome di chi vengano promulgate le leggi, chi siano “gli elettori” le cui preoccupazioni devono essere prese sul serio, chi sia “il popolo” da cui la classe politica non deve allontanarsi troppo – sono tutte questioni di cui troviamo traccia nei testi legislativi e nelle scale delle priorità politiche. 

Per molte persone tutto ciò risulta chiaro già da molto tempo, in particolare per i membri delle minoranze i quali avvertono immediatamente le ripercussioni negative. Salta agli occhi, tuttavia, come questa cognizione si sia imposta, proprio sotto gli effetti del governo di Trump, nel discorso sociale: anche negli odierni Stati Uniti le questioni di potere continuano spesso a dipanarsi lungo il confine tra i bianchi, da una parte, e le persone di colore, dall’altra. Partendo da testi di autrici e autori neri come Gloria Jean Watkins (nota con lo pseudonimo bell hooks) e Ta-Nehisi Coates queste conoscenze sono ora approdate anche alla Camera dei Rappresentanti e in una parte dei media. 

La mancanza di chiarezza, di cui si è servito Stephens affermando che è stato rimproverato di razzismo (anziché considerare seriamente che il suo testo avalla il nazionalismo bianco), ha un’evidente corrispondenza politica: essa circoscrive in modo sicuro il razzismo. Quanto la sociologia continua ad assicurarci da oltre cento anni – ovvero che il razzismo non è un’accozzaglia di pregiudizi personali, ma l’adesione spesso irriflessiva alla strutture sociali – viene reso invisibile da una melodrammatica fantasia di copertura. Lo si potrebbe chiamare effetto Green Book, secondo il nome dell’omonimo film vincitore dell’Oscar: a Hollywood un eroe (bianco) può da sempre serbare pregiudizi razzisti e, tuttavia, alla fine conoscere una conversione sulle note di uno stucchevole sottofondo musicale – durante uno scontro con un qualunque sceriffo o teppista che scaglia dappertutto la N-word e con ciò mostra che aspetto ha il “vero razzismo”.

Nel rifugio del proprio io

Chi con white supremacy intende solo i saluti hitleriani e le croci che bruciano crede, a torto, in una vita personale totalmente corretta. A gruppi quali i Black Lives Matter si rimprovera volentieri di essere troppo fissati con le loro idee – a esser vero è il contrario. Le idee, per loro, non fanno relativamente differenza. Sono i loro oppositori che fanno di buon grado riferimento alle proprie opinioni personali, al loro io più intimo. Persone come Brit Hume che credono che accusare di reale razzismo chi si presta soltanto ad affermazioni razziste sia diffamazione personale; gente “nelle cui vene non scorre neppure una goccia di sangue razzista” o che è “la persona meno razzista di tutte”, come è solita assicurarci. Le ultime due affermazioni sono le scuse standard di Donald Trump.

Nel rifugio del proprio io si è esattamente il contrario di ciò che un’affermazione o un’azione esteriore identifica la persona in questione. È in sostanza questo il problema più grande della white supremacy. Il numero dei Proud Boy è irrisorio, soltanto in pochi si dichiarano apertamente nazionalisti bianchi. Negli Usa, tuttavia, il sistema discorsivo, che fa del razzismo un fenomeno tanto onnipresente quanto innominabile, è ampiamente diffuso – esisteva prima di Trump e sopravviverà al suo governo.

Forse è anche per questa ragione che in Europa termini come white supremacist e white nationalist sono così difficili da leggere. Non perché ci siano estranei, ma perché da noi non vengono neppure percepiti come problematici. Tutti i tedeschi non bianchi hanno esperienza di momenti in cui gli viene detto come siano stati in grado di padroneggiare bene il tedesco; tutti i tedeschi non bianchi conoscono la strana imprecisione racchiusa nel concetto “i tedeschi”; conoscono l’odioso gioco di parole secondo cui la convivenza tra gruppi differenti in un Paese è stato un “esperimento” che potrebbe “fallire”. Anziché percepire la convivenza, come qualche anno fa ha osservato in un discorso l’autrice Zadie Smith, semplicemente per ciò che è: “Credevo fosse semplicemente la vita”. Che non possa essere considerata esattamente in questo modo, negli Usa lo devono all’ombra lunga della white supremacy.

Tradotto da Stefano Porreca per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Per il profilo completo del traduttore clicca qui: www.proz.com/profile/2546108. Revisione della traduzione a cura di Manuela Martella.

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