L’Opa di Trump su Panama e America latina
Una cosa è certa: tramite il rinnovato interesse della Casa Bianca a guida Trump Washington intende lanciare una sorta di Opa sull’intera America latina. Del resto, fin dallo scorso novembre, gli Usa sono tornati ad utilizzare Panama come un paese chiave per mantenere sotto controllo (leggi spiare) i paesi latinoamericani inviando aerei militari soprattutto nella base di Howard. A denunciarlo era stato il sindacato Central Nacional de Trabajadores de Panamá, segnalando inoltre la presenza di elicotteri militari anche negli aeroporti internazionali Panamá Pacífico e Tocumen, oltre a veivoli militari da combattimento F-15 C Eagle, giunti nel paese per partecipare a delle non meglio precisate esercitazioni. Già prima dell’insediamento ufficiale di Trump erano cresciute anche le sortite del Comando Sur sul Canale di Panama con vari pretesti, dalla necessità di consegnare aiuti umanitari alla guerra al narcotraffico.
In tutto questo pare che ad aver rivestito un ruolo determinante sia stato Marco Rubio, uomo strettamente legato a Trump e, soprattutto, alla mafia cubano-americana di Miami, da sempre ostile ai governi di Cuba e Venezuela. Fin dai primi giorni del suo arrivo alla Casa Bianca, Trump ha iniziato ad esercitare forti pressioni su tutti i governi latinoamericani affinché si allineino immediatamente ai suoi interessi in maniera unilaterale.
La sparata di Trump sul Canale di Panama non è casuale poiché il presidente Usa sa benissimo che può sfruttare, a suo favore, le profonde disuguaglianze economiche generate da un modello di potere in cui si identifica pienamente e che privilegia esclusivamente gli interessi dei grandi magnati della finanza, ricordando al tempo stesso a paesi ben più piccoli di quale potenza dispone in una sorta di guerra psicologica caratterizzata da fattori combinati quali azioni militari e minaccia di sanzioni.
Nel 1983 l’invasione dell’isola di Grenada servì agli Usa per dare un avvertimento chiaro alle istanze rivoluzionarie latinoamericane. Oggi, in un contesto in cui i Brics cercano di dar vita ad un polo alternativo all’egemonia Usa, Trump minaccia di riprendere militarmente il Canale di Panama per indebolire la sovranità e l’integrazionismo latinoamericano. Inoltre, non si può non dimenticare che pure l’ambigua Osa (Organizzazione degli Stati Americani), a cui gli Stati Uniti e altri governi di destra sudamericani fanno riferimento ogni volta che lo ritengono necessario per attaccare il Venezuela bolivariano, sancisce l’obbligo, per i paesi aderenti, di rispettare l’integrità territoriale di ciascun stato.
Divenuto un protettorato Usa nel 1903 a seguito della firma del Trattato Hay-Bunau Varilla, la successiva costruzione del Canale e l’occupazione militare del Corridoio interoceanico, lo stato di Panama aveva recuperato il possesso del Canale stesso, e ottenuto il ritiro delle basi militari Usa, a seguito degli accordi tra Omar Torrijos e Carter del 1977. Dopo l’invasione statunitense del 1989 Panama ha finito per trasformarsi di nuovo in un protettorato Usa. Mireya Moscoso liberò il terrorista Luis Posada Carriles (arrestato a Panama nel 2000 con l’accusa di aver organizzato un attentato contro Fidel Castro e responsabile di aver promosso una serie di attentati a Cuba alle dipendenze della Fondazione Nazionale Cubano-Americana), Martín Torrijos firmò il Trattato di Libero commercio con la Casa Bianca e, ancora peggio, fecero Ricardo Martinelli, Juan Carlos Varela e Laurentino Cortizo che, in varie forme, hanno concesso una sempre maggiore libertà di movimento alle truppe militari inviate da Washington.
Lo stesso governo attuale, quello di José Raúl Mulino, aldilà delle dichiarazioni di facciata in cui assicura che la sovranità panamense sul Canale non sarà messa in discussione, sembra essere comunque sottomesso agli Usa. Il cosiddetto entreguismo che condanna Panama ad essere colonia statunitense a vita, generando una relazione eterna tra paese dominante a paese dominato, non terminerà almeno fin quando non verrà bloccata la presenza militare Usa sul proprio territorio che, peraltro, viola anche il principio della Comunidad de Estados de América Latina y el Caribe (Celac) che definisce l’intera regione come “Zona di Pace”, ma, in realtà, sempre più terreno da dedicare allo sviluppo e all’espansione delle infrastrutture militari.
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