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Dopo il 20 marzo

Lettera aperta a Piero Fassino di Enrico Peyretti

23 marzo 2004 - Enrico Peyretti

Caro Piero Fassino,
voglio esprimerti la piu' sincera solidarieta' per il brutto episodio di ieri
nella grande manifestazione per la pace. Quei pochi che si sono comportati
male, fino a spingerti fuori dalla marcia, non rappresentavano
assolutamente il clima e lo spirito della grande massa dei partecipanti.
Era uno spirito impegnato, volitivo, ma sereno, senza toni violenti. Te lo
posso dire perche' ho percorso il corteo dalla testa, che era arrivata al
Circo Massimo prima delle 16, fino alla coda che scorreva ancora a piazza
Venezia dopo le 18,30. La critica politica al tuo partito non e' istigazione
all'aggressione, come sembri dire nel tuo comunicato di ieri sera.
Peraltro, e' impossibile escludere ogni facinoroso, falso pacifista, da una
massa cosi' grande.
Anch'io, come forse sai, critico come insufficienti le linee e le scelte
politiche del tuo partito sulla questione pace-guerra, ma vi voglio
ascoltare (ero anche domenica 14 al teatro Nuovo per sentirti
direttamente), cerco di discutere apertamente sui fatti e sui valori in
gioco, e soprattutto affermo e voglio che la discussione non degeneri mai
in rifiuto delle persone, come hanno fatto ieri nei tuoi confronti pochi
singoli. Diversi giornali oggi sbagliano nel fare di quell'episodio
un'immagine riassuntiva, ma falsa, di tutta la manifestazione.
Ho visto sui muri di Roma il manifesto dei DS, e ho notato con disappunto
che non c'era l'espressione "NO alla guerra", parola d'ordine della
manifestazione alla pari del "NO al terrorismo". Il tentativo di aggiungere
a questa un'altra manifestazione, senza partecipazione popolare, giovedi'
18, come se la nostra di ieri avesse bisogno di essere completata nella
condanna del terrorismo, e' stato un errore bello e buono, e' stata una grave
incomprensione dell'obiettivo intero del movimento per la pace, che
condanna il terrorismo tanto quanto la guerra e la guerra tanto quanto il
terrorismo. L'aver omesso il rifiuto della guerra dal vostro manifesto e'
stato un altro errore. Pesa in questi giorni la vostra astensione dal voto
sulla presenza militare italiana in Iraq, sotto il comando degli invasori.
Se aveste ribaltato sul governo il ricatto con cui esso associava nel voto
questa missione militare alle altre, sareste stati piu' chiari.
Ieri, io portavo sul petto un cartello "Guerra = terrorismo". L'ho mostrato
anche ad uno che marciava con la bandiera dell'Ulivo, lui lo ha condiviso e
mi ha risposto che convincere tutti, nell'Ulivo, di questa verita',
rappresenta "una strada ancora lunga". L'importante non e' la lunghezza
delle strade, ma imboccarle per il verso giusto.
L'idea piu' seria e qualificata della cultura politica di pace non e' "molta
pace e poca guerra", ma "tutta pace e niente guerra". Nulla di meno. Mi
spiego: o la politica espelle la guerra dall'insieme dei propri mezzi
d'azione, o non c'e' alcuna politica. La guerra, infatti, sospende ed
elimina la politica, ben lungi dall'esserne una continuazione, e pone a
regnare la violenza assoluta.
"Fuori la guerra dalla politica" perche' possa essere messa "fuori dalla
storia", e' l'obiettivo non di alcuni ingenui idealisti, ma di chi comprende
l'estremo totale pericolo che l'umanita' corre, pericolo mai prima d'ora
presentatosi, e di chi, in un tempo di grandi violenze, ascolta crescere
nella coscienza umana il ripudio di ogni violenza.
"Finche' la guerra sara' tra le opzioni possibili, la guerra ci sara'", ha
detto giustamente Teresa Sarti, di Emergency. E se vogliamo fare politica,
che e' la scienza e l'arte della convivenza, della vita insieme, dobbiamo
espellere dalla politica la guerra, arte nera del dare la morte.
Saper decidere anche la guerra e' necessario per dimostrarsi forza di
governo, voi avete detto nel 1999 (vedi oggi i risultati...) e anche dopo.
Questo e' un pesante errore storico. Il mondo di oggi si puo' governare
responsabilmente solo se si impara e si decide di eliminare la guerra dai
mezzi della politica. Altrimenti la guerra puo' eliminare politica,
politici, popoli, civilta' e umanita'. Siamo o no consapevoli di questo?
Quando Prodi ha ripetuto, nell'intervista a Nigrizia, il falso disastroso
arcaico principio "Si vis pacem para bellum", ha dato, a tutti noi che lo
stimiamo, una grossa delusione. Le sue precisazioni successive sono giuste,
ma non e' giusto aver richiamato quel detto come se avesse qualcosa di
valido. Titola bene l'Unita' di oggi: "Ci vuole pace per fare la pace".
Guerra ed eserciti non ottengono mai la pace. Se vuoi la pace prepara solo
la pace.
Naturalmente si deve capire ogni gradualita', purche' obiettivo e direzione
siano chiari e voluti. A voi politici deputati nei luoghi delle decisioni
istituzionali, tocca il faticoso lavoro, che comprendo e rispetto, di
vedere, decidere e compiere i passi possibili sul terreno accidentato della
storia. A noi comuni cittadini attivi, non meno politici di voi, tocca il
lavoro altrettanto responsabile e faticoso di interpretare i bisogni e i
diritti umani, e di indicare orientamenti necessari verso realizzazioni di
umanita' piu' piena nella storia. La collaborazione tra i nostri due ambiti
di pensiero e di azione e' necessaria. Ognuno puo' aiutare l'altro, perche'
ognuno ha bisogno dell'altro. Possiamo reciprocamente insegnarci qualcosa,
se ci parliamo senza affanno ne' fretta ne' partito preso ne' impossibile
pensiero collettivo. Teoria e prassi non sono separate, ma in sinergia,
come l'occhio e la mano, come lo sguardo e il cammino.
Ogni mente seria e libera da interessi osceni (industria e commercio di
armi; volonta' di dominio; profitto sulla vita altrui; difesa armata
dell'ingiustizia mondiale; uso politico della morte) vede che l'enorme
violenza bellica, anche solo potenziale, frutto delle piu' gravi e profonde
violenze strutturali e culturali, e' oggi il pericolo per la vita
dell'umanita', non meno del terrorismo. Chi vede questo deve premere e
insistere con forza sulla vostra azione politica, fino a ottenere il bando
della guerra, e la sua sostituzione, possibile e realistica, con altri
mezzi.
Come ha detto Luciano Violante domenica 14, al terrorismo si fa lotta, ma
non guerra. La guerra, infatti, lo imita, lo riproduce, lo alimenta, perche'
e' la sua copia speculare, suddita della cultura di morte. Guerra =
terrorismo.
Altri mezzi ci sono. La polizia internazionale e l'intermediazione civile
possono e devono soppiantare del tutto sia la guerra, sia la sua
preparazione negli eserciti permanenti, che sottraggono enormi risorse
vitali alla grande maggioranza degli esseri umani, e uccidono ogni giorno,
con la guerra della fame, un numero di vittime molte e molte volte piu' alto
delle vittime del terrorismo. Il quale non e' affatto giustificato da cio',
sia chiaro, perche' non puo' fare nessuna giustizia con la violenza, e perche'
c'e' da temere che usi il bisogno di giustizia per stabilire un dominio
violento.
Oggi la priorita' non e' del solo terrorismo, come hai detto tu il 14, ma e'
tanto della guerra quanto del terrorismo.
Come all'interno di una societa' politica sufficientemente civile, l'azione
di polizia controlla e contiene le violenze, senza far guerra, cosi' puo' e
deve essere nella comunita' internazionale. Polizia e guerra sono
qualitativamente diverse: la differenza e' di sostanza, non e' il gioco di
parole che fece Andreotti nel 1991. La polizia, quando e' corretta e legale
(non come a Genova nel 2001!) riduce la violenza, invece la guerra accresce
la violenza, perche' premia il piu' violento. La polizia e' forza, la guerra e'
violenza. Forza e violenza sono differenti e opposte. La forza e' una
qualita' umana, la violenza e' vergogna, e negazione di umanita'. La forza puo'
anche costringere, ma non distruggere, la violenza offende e distrugge. La
politica ha anche la forza tra i suoi mezzi necessari, ma non puo' avere la
violenza, contro la definizione weberiana dello Stato, dimostratasi erronea
e fallimentare (vedi la migliore filosofia politica, da Hannah Arendt
all'ultimo Marco Revelli).
Alle crisi internazionali potrebbe rispondere una vera polizia
internazionale, sotto l'autorita' dell'Onu, se la politica degli Stati
rispettasse e desse i mezzi necessari alla legge internazionale vigente di
pace, che e' la Carta dell'Onu. Per arrivare a questo, dobbiamo avere da
subito, forti del diritto della comunita' mondiale dei popoli, una cultura e
dei programmi precisi di totale messa al bando della guerra, di smontaggio
della sua strumentazione che gia' dissangua prima di sparare, di conoscenza
e sviluppo delle alternative possibili e realistiche, di rifiuto tranquillo
del monopolarismo imperiale.
Tu dicevi domenica 14: prevenire il terrorismo, scoprire finanziatori,
reti, coperture; a questo fine gli strumenti militari classici sono
inadeguati; nessuna ingiustizia giustifica il terrorismo (condivido
pienamente), ma ridurre l'ingiustizia economica mondiale e' una prima azione
necessaria. Poi confessavi con encomiabile sincerita' un grave ritardo (ho
preso appunti precisi) , dicendo: "Unico modo contro una dittatura e' la
guerra? Questo problema non ce lo siamo posti".
Ora, da almeno 50 anni, la moderna cultura di pace e nonviolenza, ricca di
tradizioni antiche, questo problema se lo e' posto bene: ha svolto indagini
storiche, ha elaborato riflessioni teoriche, ha accumulato esperienze nei
conflitti acuti, ha impostato metodi d'azione che non sono ricette magiche,
ma sono ricerche positive di alternative reali praticabili, in luogo della
guerra e della rivoluzione violenta. In questi decenni, con i metodi
nonviolenti sono state abbattute, senza spargere sangue, dure dittature.
Voi politici non potete ulteriormente ignorare questo patrimonio di
esperienze e di cultura, questa ampia letteratura seria (ancora snobbata
dalla editoria commerciale e accademica), non potete restare vincolati al
mito rovinoso della guerra "extrema ratio". La guerra non e' una estrema
ragione, ma e' "fuori da ogni ragione", alienum a ratione, e' pazzesco
pensarla capace di ristabilire la giustizia, come dimostro' Papa Giovanni
gia' nel 1963.
Alla tua sincera domanda ci sono risposte, certo non esaustive, ma valide
per vedere una linea di politica senza guerra, libera dalla guerra. Perche'
non cercate di conoscere e di scegliere questa linea? Perche' non
considerate la proposta seria e realistica, tutt'altro che rinunciataria,
che abbiamo presentato a Prodi (ottenendo una risposta evasiva), di
un'Europa militarmente neutrale, impegnata nel "transarmo" (passaggio dagli
armamenti strutturalmente aggressivi, quali sono tutti oggi, ad armamenti
esclusivamente difensivi), col programma di spostare ogni anno il 5% dei
finanziamenti dalla difesa militare alla difesa civile nonviolenta? Il 18
febbraio, un provvedimento positivo di questo governo negativo ha istituito
un comitato di consulenza per la difesa civile e non armata, secondo l'art.
8 della legge 230 del 1998. Vedremo gli sviluppi. Non fatevi superare dalla
destra su questa linea.
La lotta al terrorismo si svolge anche su piani culturali e spirituali (lo
hai detto bene anche tu), e proprio qui e' lotta alla guerra, sostituzione
della guerra con la politica concreta e positiva di pace. O la politica e'
pace, o non e' politica. La pace non e' la fortuna di un tempo senza
conflitti, ma e' l'arte e la scienza della soluzione non distruttiva dei
naturali conflitti umani.
La nonviolenza e' ignorata quasi del tutto dalla politica, ma e' necessaria
alla politica di giustizia. Il dibattito sulla nonviolenza in Rifondazione
sembra proprio una cosa seria, va seguito e sospinto da tutti con
attenzione. La nonviolenza non e' inerzia e astensionismo, ma e' forza, e'
attivita' intensa, e' gestione positiva della forza umana, e' inibizione della
nostra violenza che ci rovina, e' indipendenza dall'imitazione e
riproduzione della violenza altrui, e' testimonianza che un modo giusto di
vivere i rapporti umani, nelle piccole e nelle grandi dimensioni, e'
possibile, anzi e' necessario per sopravvivere. La nonviolenza e' la
necessaria politica di oggi e di domani. Diceva Capitini: "La nonviolenza e'
il varco attuale della storia". Senza la nonviolenza politica, se si resta
nella vecchia illusione di poter usare qualche dose di violenza a buon
fine, cioe' un mezzo ingiusto per un fine giusto, allora la storia non ha
varchi, non ha futuro, e la politica e' tradimento.
Ma la coscienza popolare cresce, matura, e, sia pure con le lentezze e
contraddizioni dei mutamenti storici di civilta', tutte queste cose le
comprende sempre un po' meglio. Ieri lo ha dimostrato di nuovo, in tutto il
mondo. Anche la vostra politica deve capire questo, se vuole essere
servizio al cammino di dolori e di speranze dell'umanita'.
Ti dico tutto questo con i piu' sinceri auguri di buon lavoro.

Torino, 21 marzo 2004
Enrico Peyretti (peyretti@tiscali.it)

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