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Mentre il mondo riflette sui massacri che dieci anni fa ridussero il Ruanda a un lago di sangue tra l’indifferenza delle Nazioni Unite e dei media internazionali, lo spettro dello sterminio torna minaccioso in una regione situata qualche centinaio di chilometri più a nord: il Darfur.

Voci, testimonianze, storie e denunce provenienti dalle lande sabbiose tra Sudan e Ciad sembrano voler enunciare una sola, inquietante parola: genocidio.
Ne parlano i profughi neri costretti ad abbandonare le loro abitazioni nelle regioni occidentali del Sudan, i dissidenti del governo islamico e filo-arabo della capitale Khartoum, gli attivisti e i giornalisti locali.
Ne parlano gli organi di stampa internazionale e le organizzazioni non-governative, che rilasciano a getto continuo comunicati e dossier gonfi di accuse contro il presidente Omar al-Bashir e il suo Fronte nazionale islamico.
Ne parla il Segretario Generale dell’Onu, Kofi Annan, cosciente del fatto che questa volta non può sbagliare, come fece nel 1994 il suo predecessore Boutrous Ghali con il Ruanda.

Da oltre vent’anni una spirale di odio e violenza avvolge il Sudan. Prima, nel 1983, il sud cristiano-animista si era ribellato ai tentativi di Khartoum di imporre il proprio dominio politico, religioso e culturale nella zona. La reazione governativa fu feroce e ne nacque un conflitto in cui si stima siano morte almeno due milioni di persone.

Poi, negli ultimi anni, le popolazioni della regione occidentale del Darfur si sono opposte all’indifferenza e al disinteresse dimostrato dal regime nei confronti delle loro infrastrutture, e hanno formato due gruppi ribelli, lo Spla/m (Sudanese peoples’ liberation army/movement) e il Jem (Justice and equality movement). Anche questa volta, il governo ha reagito sparando su guerriglieri e civili e provocandone la reazione spesso ugualmente violenta.

I tentativi da parte della comunità africana e internazionale di mediare fra governo e ribelli sono stati diversi. L’ultimo di una serie infinita di cessate il fuoco siglati tra il governo di Khartoum e lo Spla/m e Jem è stato proclamato domenica per i prossimi 45 giorni.
Ma mentre i delegati delle due fazioni si stringono la mano e mettono firme su firme di fronte a giornalisti ed osservatori compiaciuti, una milizia di predoni arabi appoggiati dal governo – la Janjaweed - scorazza per il Darfur commettendo atrocità di ogni genere sulla popolazione civile nera. Lontano da sguardi indiscreti.

Da diverse settimane decine di migliaia di profughi (si parla di oltre centomila) stanno tentando di entrare in Ciad per sfuggire alle persecuzioni e ai saccheggi ad opera di queste milizie, che si muovono a cavallo o sul dorso di cammelli. I loro attacchi sono rapidi e letali. Sono tante le persone, prese e poi rilasciate, che tornano a casa segnate nel corpo e nella psiche da torture di ogni tipo. E tutto questo con la partecipazione o il tacito consenso delle autorità.

Un recente rapporto rilasciato dall’associazione Soat (Sudanese organisation against torture) racconta dettagliatamente le torture subite da molti membri delle popolazioni Fur, Zaghawa e Massalit. La lista è lunghissima.
Cinque agricoltori Ta’aisha, (una minoranza del Darfur, ndr) sono stati arrestati e accusati dalle autorità di omicidio senza alcuna prova. Adam Yasseen Mohammad, Abdel Kaream Ahmed Haydo, Burmma Abdel Rahman Masar, Saed Ahmed Mohamed e Dirima Bushra Datala sono stati presi a pugni e calci nei testicoli e torturati con coltelli e frammenti di vetro di bottiglia. Poi sono stati trasferiti nel carcere di Nyala.

Centocinquanta miliziani armati hanno compiuto un’incursione nel mercato del villaggio di Mulli, frequentato abitualmente da persone di origine Massalit. Hanno ucciso 55 persone e ne hanno ferite 53. Poi hanno rubato alcuni cavalli e cammelli, ma non prima di aver massacrato diverse centinaia di muli.

Le autorità hanno arrestato 24 persone di origine Fur. Alcune sono state portate nella prigione di Nyala, altre in quella di Kass. Sono stati tutti torturati e cinque di loro versano in gravi condizioni.

L’elenco riporta un centinaio di casi simili.

Pulizia etnica? Genocidio nascosto in Darfur?
Gli ufficiali di Khartoum si affrettano a smentire l’idea sempre più insistente che l’elite araba del Sudan stia cercando di liberarsi della popolazione nera.
Ma le Nazioni Unite ci stanno pensando, preoccupate di non tornare ad essere semplici spettatrici di un massacro. Così, dopo Sierra Leone, Liberia, Repubblica Democratica del Congo e Costa d’Avorio, anche il Sudan potrebbe presto rientrare tra i Paesi africani a cui sono stati assegnati contingenti di pace che tamponino ulteriori emorragie di sangue e profughi dal Paese.

Ma anche per questo ci vorrà tempo. Pochi credono che la pace si faccia da un giorno all’altro in una terra che vanta il primato della guerra più lunga dell’ultimo secolo, dove le persone nate dopo il 1955 hanno conosciuto pochi intervalli di tregua.

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