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Jalal Talabani non è stato soltanto, fino al 2014, il Presidente della Repubblica dell’Iraq. E’ stato il garante istituzionale di un Paese nato esattamente un secolo fa.

Jalal Talabani, un peshmerga, un leader, un uomo di pace

E’ trascorsa una settimana dal Referendum - così a lungo atteso - per l’indipendenza del Kurdistan Iracheno. Oggi la notizia della morte di Jalal Talabani. I due eventi, casualmente così ravvicinati, sembrano concatenarsi in una sequenza simbolica di passaggio di testimone.
4 ottobre 2017 - Andrea Misuri

Bandiera del Kurdistan

E’ trascorsa una settimana dal Referendum - così a lungo atteso - per l’indipendenza del Kurdistan Iracheno. Oggi la notizia della morte di Jalal Talabani. I due eventi, casualmente così ravvicinati, sembrano concatenarsi in una sequenza simbolica di passaggio di testimone. Un’epoca subentra alla precedente. Un periodo storico che ha attraversato gran parte del secolo scorso, lascia il campo a un tempo nuovo di speranze, gravido al contempo di incognite inesplorate. Pochi sono davvero gli uomini che hanno contribuito come Talabani a spostare in avanti la frontiera dei diritti di libertà del popolo curdo. Mai come lunedì della settimana scorsa, i curdi hanno avuto l’occasione di esprimere il loro desiderio di libertà, votando un Referendum tanto fortemente voluto quanto altrettanto fortemente ostacolato da tutti i Paesi dell’area mediorientale.

Un giovane Jalal Talabani sulle montagne

Jalal Talabani non è stato soltanto, fino al 2014, il Presidente della Repubblica dell’Iraq. E’ stato il garante istituzionale di un Paese nato esattamente un secolo fa. Quando l’implosione dell’Impero Ottomano e la volontà delle Potenze vincitrici del conflitto mondiale dettero vita all’accordo Sykes – Picot del 1916. Un Iraq che oggi, rotto ormai il vaso di Pandora, saltati gli equilibri che nel Novecento avevano tenuto insieme il Paese, è attraversato da divisioni forse insanabili.

Il quadro nella sede del PUK ricorda gli anni della lotta in montagna

 

Talabani era nato a Koya, a ovest di Sulaimaniya, vicino al lago di Dokan. I monti Shinerwe che fanno da confine con il vicino Iran. Un territorio che per lunghi anni, nella seconda metà del secolo scorso, è stato permeabile a possibili infiltrazioni e potenziale focolaio di tensioni. Il giovane avvocato, combattente indomito, fonda il Puk, il partito unitario curdo. Espropria ai latifondisti le terre – lasciando comunque loro quelle sufficienti per le esigenze familiari - per distribuirle ai contadini. In quegli anni, Joyse Lussu scrive che Talabani e i suoi peshmerga le ricordano i “partigiani della Maiella o del cuneese”. E pensa alle nostre partigiane, quando le raccontano “di Margarete, che aveva comandato una formazione ai confini dell’Iran, ed era morta in combattimento.

E ancora, a Damasco Joyse Lussu incontra Hero Ahmed Ibrahim: “…lei mi si aggrappò stringendomi forte, perché le portavo notizie del suo uomo molto amato che combatteva lontano”.

Ci sono stati poi gli anni del dopo Saddam. Gli anni della ricostruzione e delle speranze. Il Paese trasformato in un gigantesco cantiere in itinere. I proventi del petrolio investiti in infrastrutture, in una crescita improvvisa e tumultuosa. Progetti spesso faraonici. Senza piani regolatori. La difficoltà di conciliare il boom economico, là dove i proventi del petrolio arrivavano copiosi, con realtà rurali isolate, dove la vita è ancora segnata dal ritmo delle stagioni.

Con Hero Ahmed Ibrahim

In un incontro di qualche anno fa, Hero Khan, con la sua voce rauca che la caratterizza, ci diceva: “Ancora oggi quando mi sveglio, per un attimo penso se siamo ancora in guerra. Abbiamo percorso una lunga strada. Ma ne abbiamo ancora tanta da fare, per alzare il livello economico del nostro popolo. Il tempo, però, lavora per noi. L’isolamento dei curdi fa parte del passato”. Parole ponderate e propositive per il futuro.

A lei va l’abbraccio grande dei tanti amici italiani vicini alla causa curda. In questo momento di dolore, sappiamo che lei proseguirà il comune percorso intrapreso tanti anni fa. Un patrimonio di valori che rappresentano la migliore eredità che Jalal Talabani lascia al suo popolo. Il popolo curdo.

Ricordo la missione dei “Sindaci per la pace” nel Kurdistan iracheno, cui partecipai undici anni fa, scorgendo anch’io la spinta per lo sviluppo che già in quegli anni veniva intrapresa.
Ricordo un mio pensiero, un paragone che feci tra me e me, il popolo curdo come i nostri padri e nonni nell’immediato dopoguerra. Una guerra, la loro, che sembrava ormai conclusa, Saddam estromesso dal conflitto infinito che ancora si scatenava poco più a sud.

E qualche anno fa, l’invasione del “Califfato”. Di nuovo la ripresa delle armi, Peshmerga ancora in combattimento sulle montagne. Un percorso che sembra ricongiungersi su se’ stesso, la pace come evento provvisorio.

Sembra quasi una coincidenza, la scomparsa del vecchio combattente all’indomani del referendum. Come se il suo pensiero, da anni rinchiuso nel suo corpo inerte, alla determinazione coraggiosa del suo popolo abbia finalmente trovato pace.

Adesso tocca a loro, nell’incognita del proprio futuro. Il diritto all’autodeterminazione di un popolo di fronte agli interessi politici delle potenze mondiali.

Roberto Del Bianco


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