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    L'uomo che sapeva troppo

    E' stato narcotizzato, rapito ed imprigionato per 18 anni dopo che aveva rivelato i segreti nucleari di Israele al mondo intero. Il prossimo mese Mordechai Vanunu dovrebbe finalmente essere liberato, ma quanta libertà gli sarà concessa?
    Robert Fisk
    Fonte: The Independent - 23 marzo 2004

    Un qualsiasi israeliano che avesse comprato il quotidiano Yedoth Ahronoth il 16 febbraio, avrebbe senz'altro creduto che dal carcere di Ashkelon fossero in procinto di rilasciare una persona decisamente malvagia.
    Ogni volta che un kamikaze si faceva esplodere, il detenuto esultava. Ancor peggio, diceva il giornale, quest' uomo - a cui, un tempo, erano stati affidati i segreti nucleari di Israele - una volta rilasciato, avrebbe messo ancora più in pericolo il proprio paese. Vengono citate le parole di un ex detenuto "Mi ha detto che lui ha ancora altro materiale e che rivelerà altri segreti?"

    Dovrebbe sorprendere, quindi, il fatto che lo stesso detenuto, che si dice festeggi il massacro di innocenti mentre si prepara a tradire di nuovo il proprio paese, abbia ricevuto una bella sfilza di premi e riconoscimenti dai gruppi pacifisti europei, il premio per la pace Sean McBride e la laurea ad honorem dall'Università di Tromso. Nel 2000, la Chiesa dell'Umanesimo si è così rivolta a lui: "Sei un uomo onesto, coraggioso, dagli alti principi morali e possa il grande sacrificio che hai fatto servire a proteggere non solo quelli che vivono in Israele, ma tutti i popoli del Medio oriente e, forse, del mondo intero". Lo stesso uomo è stato anche candidato al premio Nobel per la pace.

    Mordechai Vanunu, o si ama o si odia. Pare. Non è possibile rimanere indifferenti nei confronti dell'ex-tecnico nucleare israeliano, perché lui è l'uomo che, nel 1986, raccontò al Sunday Times tutta la storia sull' impianto segreto israeliano di armi nucleari a Dimona, nel deserto del Negev. completa di dati relativi al numero di bombe a fissione nucleare - allora 200 - e, fatto ancor più disturbante, di prove fotografiche.
    Raccontò che Israele aveva lavorato ad un progetto termonucleare e sembrava che avesse già a disposizione un bel numero di bombe termonucleari pronte all'uso. Da Londra fu poi attirato a Roma da una ragazza e poi rapito, narcotizzato e rispedito in Israele da agenti dei servizi segreti israeliani. Fra sole sei settimane, però, dopo 18 anni di carcere, 12 dei quali trascorsi in isolamento, il più famoso informatore del mondo, dovrebbe essere rilasciato. Israele , per non parlare del mondo intero, è con il fiato sospeso.

    Rivelerà altri segreti su Dimona, sempre che ne abbia ancora da raccontare dopo 18 anni di prigionia, o maledirà il paese di cui è cittadino, per quanto cittadino che si è convertito al Cristianesimo prima dell'arresto e che vuole emigrare negli Stati Uniti? Sarà diventato un uomo piegato, ansioso di porgere le scuse per il terribile tradimento del proprio paese? Oppure, come sperano i suoi amici, i suoi sostenitori ed i suoi genitori adottivi americani, diventerà un apostolo della pace, uno dei più grandi detenuti politici della sua generazione, l'uomo che ha cercato di liberare il mondo dalla minaccia della distruzione nucleare?

    Il governo israeliano è ancora incerto su come affrontare il rilascio di Vanunu il 21 aprile.
    Adesso stanno considerando, e forse hanno già deciso in proposito, "certi strumenti di supervisione" e "misure appropriate" per far tacere Vanunu. Nella seconda metà di gennaio, il primo ministro Ariel Sharon ha incontrato Menachem Mazuz, procuratore di stato di Israele, ed il ministro della difesa Shaul Mofaz, per discutere sull'opportunità di rifiutare il passaporto a Vanunu. Vanunu sarebbe quindi libero di andare ad abbronzarsi sulle spiagge di Tel Aviv ma non potrebbe andarsene in giro per il mondo a fare pubblicità alla potenza nucleare di Israele. Un segno di come il governo israeliano sia spaventato all'idea del rilascio di quest'uomo è rappresentato dal fatto che Sharon abbia invitato a questa riunione anche Yehiel Horev e la sua cosìddetta "Unità di sicurezza del Ministero della Difesa", i servizi segreti interni ed esterni del paese (Shin Beth e l'egualmente sopravvalutato Mossad), ed un rappresentante del Comitato Israeliano per l'Energia Atomica.

    Horev, adesso lo sappiamo, voleva dimostrare ancor più zelo di Sharon. Aveva proposto per Vanunu una detenzione amministrativa, la procedura di solito applicata da Israele ai Palestinesi che considerano "terroristi", anche se il consiglio è arrivato chiaramente alla conclusione che questo sarebbe solo servito a far diventare Vanunu un martire della pace mondiale. C'è un altro modo, ovviamente, per far tacere Vanunu. Può essere pubblicamente liberato e poi, appena dovesse cominciare a parlare del suo lavoro come tecnico nucleare, potrebbe essere di nuovo processato e rinchiuso nel carcere di Ashkelon, o di Shikma, come lo chiamano gli Israeliani adesso.

    Il vero motivo per cui Vanunu è un problema, comunque, è che servirà a ricordare al mondo, in un momento così critico per il Medio Oriente, che Israele è una potenza nucleare e che le sue testate sono già pronte all'uso, nel deserto del Negev. Ricorderà anche al mondo che gli Americani, dopo aver spianato l'Iraq per distruggere le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, continuano a dare il proprio sostegno politico, morale ed economico ad un paese che di armi di distruzione di massa ne ha segretamente accumulato un arsenale.

    Come può Bush rimanere in silenzio davanti alla potenza nucleare di Israele, quando non solo ha invaso illegalmente un paese arabo con l'accusa infondata di possedere armi nucleari e condannato l'Iran per avere le stesse ambizioni, ma ha anche elogiato (insieme al governo di Tony Blair) il colonnello Gheddafi per aver abbandonato i propri progetti in quel campo!? Se agli stati arabi vengono "tolti gli artigli" - sempre che ne avessero mai avuti veramente - perché a Israele non dovrebbe essere "tolto il nucleare"? Perché gli USA non applicano ad Israele gli stessi principi che applicano agli Arabi? Oppure, perché Israele non applica a se stessa gli stessi principi che applica ai nemici arabi?

    Questo è il dibattito che Israele e il governo americano vorrebbero far passare sottovoce. Negli Stati Uniti, dove ogni discussione sui rapporti Israele-USA che non sia "in positivo" viene di routine condannata come sovversiva o "anti-semita", il potere nucleare di Israele e' qualcosa di cui Washington non vuol sentir parlare nei talk-show.
    Vanunu, e questo bisogna dirlo chiaramente, è consapevole di tutto ciò. Di quale sia la sua importanza, infinitamente più grande adesso di quando era un semplice tecnico a Dimona, e del ruolo che decine di migliaia di manifestanti contro il nucleare si aspettano che lui possa ora giocare nel mondo. Molte volte, tramite amici ed anche i propri fratelli, Vanunu ha fatto sapere di non avere piu' segreti sul nucleare, ma solo il diritto di opporsi alle armi nucleari in Israele o in qualsiasi altro posto. "Io voglio solo andare in America, sposarmi e cominciare una nuova vita", dice.

    Nessuno dubita delle convinzioni di Vanunu. Nato nel 1954 in Marocco, da una famiglia ebrea, è emigrato in Israele all'eta' di nove anni. Ha prestato il servizio militare verso la meta' degli anni settanta ed ha cominciato a lavorare a Dimona nel novembre del 1976, mentre completava un corso di laurea in Filosofia e Geografia. Forse è stato durante i viaggi in Tailandia, Birmania, Nepal ed Australia, nei primi mesi del 1986, che ha deciso di avere il dovere morale di parlare delle armi nucleari di Israele. Lo stesso anno fu battezzato in una chiesa anglicana, a Sidney. Vanunu era chiaramente angosciato dalla crescente potenza nucleare di Israele quando decise di recarsi negli uffici di un giornale britannico nel settembre del 1986, con la speranza di raccontare al mondo di Dimona. Prima passò dal Daily Mirror di Robert Maxwell, consegnò le foto dell'impiante nucleare ed aspettò una risposta. Senza che Vanunu ne sapesse niente, Maxwell mandò le foto all'Ambasciata israeliana a Londra "perché dessero un'occhiata" per avere "conferma" se la storia fosse vera o no. Presumibilmente Maxwell aveva motivi diversi dall'integrità giornalistica per questo tradimento di Vanunu. Dopo la sua morte, avvenuta in mare nel 1991, Maxwell, che aveva rubato milioni in fondi pensione, ebbe un funerale di stato in Israele, durante il quale Shimon Peres elogiò il suo "servizio" reso allo Stato.

    Il Daily Mirror di Maxwell pubblicò un vero e proprio "depistaggio", il 28 settembre, un articolo nel quale sminuiva la testimonianza di Vanunu, dal titolo "Lo strano caso di Israele e del truffatore nucleare". Il Sunday Times pubblicò l'intera storia, ma Vanunu era ormai scomparso. Irretito da un'agente segreto, femminile, del Mossad era stato attirato su un volo della British Airways per Roma ed immediatamente sequestrato. Sembra, anzi, che sia stato catturato proprio all'interno dell'aeroporto di Fiumicino. Nell'impossibilta' di parlare con i giornalisti, scrisse scrupolosamente i dettagli dei suoi spostamenti sul palmo della mano e la premette sul finestrino del furgone mentre lo portavano in tribunale. "Roma ITL 30:09:86 2100 arrivato Roma con BA504" aveva scritto. Era stato rapito alle 21.00 del 30 settembre all'aeroporto Internazionale di Roma. Le autorità italiane furono coinvolte nel suo rapimento? Erano presenti alla sua cattura? Forse Vanunu potrà dircelo.

    Lui è senz'altro un uomo che non si scoraggia facilmente. Una volta, durante i suoi 12 anni di isolamento, le autorità del carcere per errore lo fecero uscire, per fare un po' di movimento, prima che i detenuti arabi fossero ritornati nelle loro celle. Vanunu si diresse subito verso di loro. Uno degli Arabi, un libanese in prigione per contrabbando di armi nei territori occupati, fu uno dei primi stranieri a raccontare al mondo esterno di quell'incontro: "Ci siamo imbattuti per caso in Vanunu , ci ha sorriso, e ce ne è voluto un po' prima che ci rendessimo conto di chi fosse" raccontarono i libanesi, una volta liberati,al The Independent. "Disse che era contento di vederci ed abbiamo pensato che fosse un uomo coraggioso. Poi, le guardie si resero conto del loro errore e siamo stati allontanati e spintonati via, nelle nostre celle".

    Un giornalista israeliano in visita ad una altro detenuto, fu sorpreso di vedere Vanunu. "Per un attimo ho visto una scena bucolica" - scrisse - "come se si trattasse di una realta' parallela: un uomo tranquillo che leggeva Nietzsche in inglese, seduto su una panchina del giardino. Mi sono avvicinato e gli ho teso la mano. 'Piacere, Mi chiamo Ronen' - ho detto . 'Io sono Motti , il detenuto più segregato dello Stato di Israele', rispose. Avevamo appena cominciato a parlare, quando arrivarono di corsa dei guardiani che urlando lo presero e lo portarono via".

    Un ex-detenuto, Yossi Harush, ci ha fornito un'altra immagine di Vanunu detenuto, negli anni seguenti alla fine del suo isolamento. "Di giorno" - ha detto Harush al Yedioth Ahronoth - " durante le passeggiate, incontrava gente e parlava con loro. Ho parlato molto con Vanunu. Eravamo amici. Veniva nella mia cella?è in buone condizioni. E' trattato bene in prigione?Non ha restrizioni per quanto riguarda l'uscire dalla sua cella, ma ne ha all'interno del carcere. Io stesso, in quanto detenuto- operaio, ho dipinto una linea rossa che lui non può oltrepassare. A me è stato ordinato di farlo, ma dopo quello i nostri rapporti si raffreddarono".

    Vanunu riceveva visite regolari da parte di un sacerdote anglicano, Dean Micahel Sellors. Fu proprio Sellors a fargli notare che la data del suo rilascio coincideva con il compleanno della regina. "Disse che allora avrebbe dovuto prendere il biglietto ed andare a fargli gli auguri di persona" Vanunu ha anche preso coraggio grazie alle iniziative dell'"Associazione per i Diritti Civili" in Israele, un'organizzazione di solito conservatrice, che ha dichiarato: "Qualsiasi sanzione contro Mordechai, dopo il suo rilascio, sarebbe illegale ed immorale". In una chatline , sul sito del quotidiano Maariv, un buon numero di giovani israeliani dice di considerare Vanunu un eroe piuttosto che una minaccia. Mary Eoloff, un'insegnante americana in pensione, che, col marito, ha adottato Vanunu nella speranza che gli possa così essere garantita la cittadinanza USA e quindi rilasciato, fu la prima a rivelare che quando i membri della sicurezza israeliana gli offrirono di rilasciarlo un anno prima della scadenza dei 18 anni di prigionia, Vanunu rifiutò. "Lui crede nella libertà di parola", ha detto Mary.

    E' da vedere però se Israele permetterà a Vanunu di metterla in pratica, la liberta' di parola che ama. Horev, l'ufficiale incaricato della sicurezza del Ministero della Difesa, che aveva partecipato alla riunione con Sharon, ha dichiarato che il tecnico nucleare rappresenta una minaccia, più per la sua ambiguità che per veri e propri segreti di stato che potrebbe rivelare. Horev paragona questa ambiguità all'acqua in un bicchiere. "Il mio lavoro è quello di assicurarmi che l'acqua non vada fuori dal bicchiere" - ha detto di recente - "Prima dell'affare Vanunu, l'acqua era ad un livello molto basso. Quello che è successo dopo ha fatto aumentare il livello in modo significativo e Israele ne ha ricevuto un grande danno, ma l'acqua non è ancora uscita. Se lasceremo certa gente libera di agire in una certa direzione, l'acqua trabocchera' "

    Il giornalista israeliano Raanan Shaker si è dimostrato molto più cinico nell'affrontare questo argomento alla TV Israeliana Channel 10. "Qual è la più grande minaccia per Israele?" - ha chiesto - "Ma naturalmente Mordechai Vanunu! Lui è il grande pericolo! La democrazia israeliana non può assolutamente resistere all'impatto con questo uomo che dice quello che sanno anche i bambini: che abbiamo armi nucleari."

    Il 21 aprile, quando Vanunu verrà rilasciato, scopriremo se l'acqua traboccherà dal bicchiere e se Vanunu oltrepasserà quella linea rossa, così minacciosa, dipinta sul pavimento secondo gli ordini delle autorità.

    Note:

    Tradotto da Patrizia Messinese, il 25 marzo 2004. L'utilizzo di questa traduzione e' liberamente consentito citandone la fonte (Associazione PeaceLink) e l'autore (Patrizia Messinese).

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