Lettera ai familiari degli ostaggi in Iraq
In premessa, per non iscrivere anche noi alla lunga schiera degli ipocriti, ricordiamo che non siamo tra quanti distinguono le vittime dalla nazionalità, né abbiamo certo simpatia per il lavoro che i vostri cari svolgevano in Iraq: garantire la sicurezza a multinazionali calate come avvoltoi su un paese spogliato e distrutto. Eppure riteniamo strumentale e inumano il ricatto della cosiddetta "fermezza". Così come non comprendiamo le voci che denunciano il rischio di strumentalizzazione e perdita di autonomia del movimento contro la guerra. Preferiamo attenerci alla semplicità dei fatti. Noi siamo tra i milioni di fratelli e sorelle scesi in piazza per denunciare una guerra imperiale e ingiusta che minacciava lutti atroci alle popolazioni dell'Iraq e del mondo intero. Ora che quella tragica previsione si è avverata sono semmai rafforzate le ragioni della mobilitazione di quanti pretendono l'immediata cessazione dell'occupazione militare e la fuoriuscita da questo incubo globale. E c'è un importante motivo in più se questa mobilitazione oggi rappresenta un segnale per contribuire alla salvezza di tre persone che rischiano di essere abbandonate dall'ipocrisia del governo. Dietro la linea della fermezza si cela infatti solo la rigida difesa dell'occupazione e la subalternità alla politica anglo-americana. L'odio e il fondamentalismo "occidentale" del governo Berlusconi seguono una logica inquietante dell'occhio per occhio che alla fine rischia di farci rimanere tutti ciechi e vittime della barbarie della guerra globale permanente. I movimenti invece non devono dimostrare a nessuno la propria autonomia politica e culturale. La retorica del "non cedere al ricatto" non può ridurli all'inazione in un momento così drammatico in cui l'unica bussola possibile è quella della coerenza coi propri valori e i propri obiettivi. Le titubanze di alcuni ci sembrano figlie non della paura di una impossibile identificazione con chi gestisce il rapimento, quanto piuttosto delle ambiguità nel seguire l'esempio spagnolo per proporsi come alternativa a Berlusconi e portare il paese fuori dal vietnam irakeno. Contraddizioni di chi si propone come alternativa all'attuale classe dirigente senza avere una visione seriamente alternativa, non nostre che siamo tra i tanti che questo mondo non aspirano a dirigerlo ma a cambiarlo radicalmente. Per questo pensiamo e crediamo che in tantissimi raccoglieranno l'invito alla mobilitazione immediata.
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