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Lettera ai familiari degli ostaggi in Iraq

Cari, vi scriviamo pubblicamente per raccogliere e rilanciare l'appello di alcuni
tra voi a manifestare subito per il ritiro immediato dei militari italiani
dall'Iraq e per la salvezza dei tre ostaggi.
28 aprile 2004
Movimento dei disobbedienti meridionali


In premessa, per non iscrivere anche noi alla lunga schiera degli ipocriti,
ricordiamo che non siamo tra quanti distinguono le vittime dalla
nazionalità, né abbiamo certo simpatia per il lavoro che i vostri cari
svolgevano in Iraq: garantire la sicurezza a multinazionali calate come
avvoltoi su un paese spogliato e distrutto.
Eppure riteniamo strumentale e inumano il ricatto della cosiddetta
"fermezza". Così come non comprendiamo le voci che denunciano il rischio di
strumentalizzazione e perdita di autonomia del movimento contro la guerra.
Preferiamo attenerci alla semplicità dei fatti.
Noi siamo tra i milioni di fratelli e sorelle scesi in piazza per
denunciare una guerra imperiale e ingiusta che minacciava lutti atroci alle
popolazioni dell'Iraq e del mondo intero. Ora che quella tragica previsione
si è avverata sono semmai rafforzate le ragioni della mobilitazione di
quanti pretendono l'immediata cessazione dell'occupazione militare e la
fuoriuscita da questo incubo globale.
E c'è un importante motivo in più se questa mobilitazione oggi rappresenta
un segnale per contribuire alla salvezza di tre persone che rischiano di
essere abbandonate dall'ipocrisia del governo. Dietro la linea della
fermezza si cela infatti solo la rigida difesa dell'occupazione e la
subalternità alla politica anglo-americana.
L'odio e il fondamentalismo "occidentale" del governo Berlusconi seguono
una logica inquietante dell'occhio per occhio che alla fine rischia di
farci rimanere tutti ciechi e vittime della barbarie della guerra globale
permanente.
I movimenti invece non devono dimostrare a nessuno la propria autonomia
politica e culturale. La retorica del "non cedere al ricatto" non può
ridurli all'inazione in un momento così drammatico in cui l'unica bussola
possibile è quella della coerenza coi propri valori e i propri obiettivi.
Le titubanze di alcuni ci sembrano figlie non della paura di una
impossibile identificazione con chi gestisce il rapimento, quanto piuttosto
delle ambiguità nel seguire l'esempio spagnolo per proporsi come
alternativa a Berlusconi e portare il paese fuori dal vietnam irakeno.
Contraddizioni di chi si propone come alternativa all'attuale classe
dirigente senza avere una visione seriamente alternativa, non nostre che
siamo tra i tanti che questo mondo non aspirano a dirigerlo ma a cambiarlo
radicalmente.

Per questo pensiamo e crediamo che in tantissimi raccoglieranno l'invito
alla mobilitazione immediata.

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