Pensieri sulla guerra
Mi è capitato di leggere osservazioni sulla guerra, nel senso universale del termine, secondo cui essa è nata con l’uomo e scorre nel sangue di ogni essere vivente sul pianeta. Da quando si formarono le prime tribù, i primissimi villaggi della preistoria, la guerra ha rappresentato lo strumento più potente di difesa. Ma la costruzione di un assetto militare nelle comunità primitive ebbe un senso solo dal momento in cui, causa danni provocati dagli agenti atmosferici, restavano danneggiati i propri raccolti, e per rimediare alle perdite la popolazione decideva di attaccare i villaggi limitrofi per rubarne le ricchezze. Fu solo successivamente che la guerra divenne strumento di conquista territoriale e di egemonia politico-economica. In molti sostengono che gli animali stessi affrontino la vita quotidiana sempre sull’onda della guerra, della violenza. Eppure esiste, in verità, una profonda differenza tra la società di oggi e quella degli uomini primitivi, così come esiste una diversità profonda tra noi e gli animali. Nel primo caso la differenza sta in millenni di storia, di esperienza sociale dell’uomo. Millenni in cui non si è capito che le ragioni di non conflittualità tra i popoli non sono da ricercarsi nel contesto politico, sociale, economico di un paese. Non esistono guerre giuste o sbagliate, perché prima di ogni altra cosa, il principio su cui deve fondarsi una società civile è quello della fratellanza. Questo principio, al contrario di quanto pensino le autorità politiche di tutto il mondo non va reso, promulgato, diffuso con interventi politico-militari, perché è un principio che alberga nel senso stesso che ciascuno di noi ha della vita. Ciò vuol dire che il senso di pace e giustizia sociale non devono essere emanati quali regole della convivenza, ma devono scaturire spontaneamente dal profondo degli uomini, in ogni momento della giornata, in qualsiasi intervento, azione si possa intraprendere. Le leggi, la politica non sopprimeranno il male che c’è negli uomini, potranno solo oscurarlo, nasconderlo, ma prima o poi un rovesciamento della situazione si avrà e si tornerà alla guerra. Dunque se la politica non può svolgere in questo un compito efficace, come agire? Occorre un costante processo di sensibilizzazione delle masse. La storia ci ha spesso insegnato quanto la folla sia suscettibile, quanto poco basti per trasformare estremismi politici in interventi bellici, talvolta una frase pronunciata da un grande leader, un discorso, un libro. Procedere con la diffusione culturale dei principi suddetti è il metodo giusto di azione. Il che non significa credere in un mondo immaginario, inesistente, né avere in mano le chiavi del successo, del mondo perfetto. Io sono del parere che una sola battaglia fermata vuol dire centinaia di morti in meno, vuol dire rendere consapevoli le genti che vivere la pace non è un sogno, ma una realtà. Da ciò è evidente quanto io creda nelle manifestazioni di piazza, quanto ritenga significativi i movimenti di pacifismo dei nostri giorni. Essi non sono certamente soluzioni immediate, né è giusto che lo siano. Questo perché manifestare in piazza il proprio dissenso contro la guerra non vuol dire provare a bloccare istantaneamente le ostilità nel mondo, non vuol dire avviare un piano diplomatico che risolva le questioni, come molti politici pensano, significa invece sviluppare una mentalità, creare una coscienza volte ai valori della pace e della buona convivenza; significa scrivere indelebilmente nella storia il dissenso personale alla violenza nel mondo; significa educare se stessi e le generazioni future a credere in un mondo diverso. Nell’era della comunicazione la diffusione di idee, opinioni ed altro ha assunto potenzialità smisurate. Basti pensare al ruolo che la televisione riveste nella nostra società. Essa ha influenzato, condizionato, nel bene e nel male, diverse generazioni. Un giovane che oggi accende la tv, cosa ha da imparare? Senza neppure accingermi a questa risposta cerco di arrivare al punto della situazione. Se gli stessi personaggi politici del panorama nazionale, diversi giornalisti, uomini di spettacolo esprimono giudizi incerti sulla guerra, se essi per primi sono incapaci di credere fermamente nel concetto di pace, quale può essere l’influenza su milioni di spettatori? La realtà che i mass-media ci presentano è una realtà travisata, falsata, quasi inesistente. Non è difficile rendersene conto. Mentre da mesi va avanti la “commedia televisiva” sulla campagna elettorale di Bush e Kerry, mentre Rumsfeld riflette su quali fantomatiche cause della guerra possano illudere i cittadini; mentre egli stesso ci mostra alternatamente due volti di questa guerra, prima affermando un rapido successo delle forze militari statunitensi, poi riducendosi alla constatazione di impossibile completamento dell’opera… mentre vanno in onda, dicevo, queste sceneggiate sul panorama internazionale, in quei luoghi, in Iraq, muoiono e restano ferite persone, si assiste quasi quotidianamente a rapimenti di soldati, volontari, si violano ogni momento i principi della Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani. Ovvio che le mie considerazioni non vogliono sminuire il ruolo comunque indispensabile della politica sul piano internazionale per la lotta al terrorismo. Ma le sue funzioni devono necessariamente abbracciare strategie culturali. Dunque ribadisco l’importanza dell’opinione pubblica, delle manifestazioni di piazza in cui si ritrovano ideali che sembravano essere svaniti e lo ribadisco sulla base di una convinzione: anche alle soglie di un mondo che è cambiato una politica senza ideali non è politica. Inoltre tutto ciò richiede una presa di coscienza del piano formativo ed istruttivo di tutti i paesi del mondo. Vanno, infatti, educati i giovanissimi, nelle scuole e nei luoghi di formazione adolescenziale, educati secondo i precetti del vivere nella solidarietà verso il prossimo, nella fratellanza, educati ai valori dell’antirazzismo, della pace, dell’uguaglianza tra i popoli. I ragazzi devono conoscere le realtà in cui vivono, avere la possibilità di formarsi un giudizio critico su ciò che accade in altre parti del mondo, cose in cui la tv oggi, ribadisco, non è di alcun aiuto. Senza inoltrarmi sul tema di cui sopra, mi accingo a discutere di un altro pensiero letto di recente. Opinione di qualche giornalista è che l’uomo non possa sottrarsi alla guerra, così come gli animali che di guerra vivono, perché essi stessi, gli uomini voglio dire, sono, in fondo, animali. Ma un uccello che mangia un insetto, il leone che afferra la gazzella non sono atti di guerra. Sono azioni che rispondono all'istinto di sopravvivenza, ed è diverso. E' diverso perché è proprio in questo che l'uomo si distingue dall'animale. Un atto di violenza diventa guerra se c'è coscienza di tale atto. L’animale non sa che uccidere è un atto immorale. L'uomo lo sa, e quando uccide, non sempre lo fa perchè risponde ai suoi istinti, lo fa per ragioni politiche, religiose, economiche, questo è il punto della situazione. Quando l'uomo compie un atto di violenza e lo fa nella presa di coscienza dell'ingiustizia che ne è alla base, allora l'atto diventa guerra.
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