La guerra scomparsa

4 dicembre 2004
Alessandro Dal Lago
Fonte: Il Manifesto

Si direbbe che da qualche giorno, dopo la «presa» di Falluja, i media sorvolino sulla situazione in Iraq, limitandosi a riferire gli attentati più clamorosi o a evocare, in generale, l' «insicurezza» delle città. Le dichiarazion di Allawi vengono prese per oro colato. Come se ormai fosse assodato che le elezioni si faranno, anche se in un clima di incertezza. I marine americani sarebbero più che altro impegnati in rastrellamenti. Insomma, la situazione irachena si starebbe normalizzando nella sua anormalità, incarnata dalla sporadica attività di terroristi e altri «combattenti» illegali. Che questa rappresentazione della transizione sia benedetta dall'Onu e da gran parte dei governi occidentali è evidente. Si lascia che il gigante americano continui a sbrogliarsela e si aspettano gli eventi per stabilire se e come i neutrali, a partire dall'ineffabile Kofi Annan, possano rientrare nel gioco (magari inviando delle truppe sotto copertura Onu a presidiare i seggi). Da parte sua, il nostro presidente del consiglio ha altre gatte domestiche da pelare. Laggiù, a Nassirya, dove gli sciiti apparentemente sono calmi, le nostre truppe pattugliano i perimetri delle basi e tutt'al più fanno dei controlli volanti agli incroci, sperando di non suscitare troppo interesse nei gruppi armati che in realtà controllano il territorio. Peccato che questa attesa o transizione, espressa dall'assenza di qualsiasi valutazione strategica della situazione, non corrisponda ai fatti, né dal punto di vista strettamente militare né da quello, infinitamente più importante, dei costi umani della guerra. Per cominciare, il mese di novembre, può essere considerato, insieme a quello di aprile, il più sanguinoso per gli americani dall'inizio dell'intera guerra. Al trenta del mese, i caduti Usa in novembre erano poco meno di 140 - solo a Falluja 71 -, e i feriti almeno un migliaio (in complesso la coalizione ha avuto, dal marzo 2003, 1350 caduti e un numero di feriti tra 10.000 e 17.000, di cui circa il 10% non americani). I dati sugli iracheni sono incerti, ma la valutazione pubblicata qualche mese fa da Lancet, 100.000 dall'inizio della guerra, in grande maggioranza civili non combattenti, è assolutamente realistica. Questo significa semplicemente che questa terza guerra irachena sta assumendo le proporzioni catastrofiche di quella tra Iran e Iraq, e al limite della guerra nel Vietnam. Una rapida analisi degli episodi in cui sono caduti i marines indica che si tratta di attacchi della guerriglia, di cui meno della metà a Falluja, e non di attentati o autobombe. In altri termini, l'opposizione armata all'occupazione è viva, vegeta e diffusa. La coalizione controlla solo le proprie basi e, nella zona sunnita, le città se le distrugge, come è successo a Falluja, e sta succedendo in queste ore a Ramadi, Baquba e Mosul. È assai dubbio che gli Usa possano permettersi a lungo un dissanguamento di questa entità del loro potenziale militare. E infatti il turn-over dei reparti è rimandato, vengono richiamati sempre nuovi contingenti: mercoledì è stato annunciato l'invio di altri 12mila soldati americani. Per evitare una crisi strisciante dell' apparato bellico, il governo Usa potrebbe, prima o poi, ristabilire qualche tipo di coscrizione, il che avrebbe delle conseguenze incalcolabili sulle sorti dell'amministrazione Bush (a meno che George W. non decida una mossa a effetto contro l'Iran, di tipo aereo o «chirurgico», per deviare su un altro stato canaglia le preoccupazioni di una buona metà dell'opinione pubblica americana...). Ma qui non è il caso di fare esercizi di futurologia, anche se ravvicinata. Il fatto è che l'Iraq, che le elezioni avvengano o no, è un paese sottoposto a un genocidio strisciante e capillare. E il governo italiano vi partecipa, lo copre e legittima, tacendo inoltre sulla data del ritiro delle nostre truppe. Dato che le nostre elezioni non sono poi così lontane, è troppo chiedere all'opposizione di incalzare il governo su questo tema? O qualcuno pensa di cavarsela stando a vedere, magari nella patetica attesa che l'Onu dica qualcosa? E se i movimenti pacifisti si sono mobilitati quando la strage era annunciata, nella primavera del 2003, perché non si mobilitano oggi, mentre infuria?

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