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«La guerra è un ostacolo alla lotta contro la fame»

Fao: rapporto sulla malnutrizione nel mondo

Cinque milioni di bambini muoiono ogni anno di fame e di malnutrizione. Lo afferma il rapporto pubblicato ieri dalla Fao, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'agricoltura e l'alimentazione, intitolato "Stato dell'insicurezza alimentare nel mondo". Secondo l'organizzazione tra il 2000 e il 2002, 852 milioni di persone hanno sofferto la fame: 815 milioni vivono nei paesi in via di sviluppo, 28 milioni in quelli considerati "di transizione" e nove milioni nei paesi sviluppati.
9 dicembre 2004 - Redazione
Fonte: Internazionale 9.12.04 e L'Unità on line 8.12.04

«La lotta alla fame non ha prodotto i risultati sperati perché il mondo ha vissuto dei ”traumi”, crisi interne e conflitti tra stati allontanano lo sviluppo, mentre i paesi, come il Mozambico, che godono di una relativa stabilità hanno compiuto passi in avanti». È l’opinione dell’ambasciatore Manfredo Incisa di Camerana, vice direttore della Fao.

INTERVISTA

Ambasciatore, ancora una volta i dati che la Fao diffonde, dimostrano che solo una piccola parte del pianeta si sta emancipando dalla schiavitù della fame, mentre ampie parti del mondo, in special modo in Africa, non riescono a sollevarsi.
«Non vi è stato il cambiamento auspicato anche perché la situazione mondiale ha registrato ”traumi” che causano instabilità e, di conseguenza, la povertà continua a persistere e, in certi casi, ad estendersi. La Fao fotografa una situazione che, da un lato, presenta aspetti positivi; alcuni paesi registrano concreti progressi. Tra questi si possono citare Mozambico, Angola, Benin, Brasile, Ciad, Cile, Cina ed altri. Nei paesi che godono di una relativa stabilità politica e sociale è stato possibile portare avanti programmi a largo raggio soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura. Dove c’è stabilità c’è progresso».

Quali sono invece ”i traumi” ai quali si riferisce?
«Vi sono situazioni di crisi e conflitti che condizionano negativamente lo sviluppo. Noi non entriamo nel dibattito politico, ma sappiamo quali sono gli ostacoli. Abbiamo constatato che nelle aree interessate da situazioni di conflitto sono aumentate la povertà e la fame. Mi riferisco a crisi interne o tra stati. L’altro elemento che ha influito negativamente sono stati i disastri naturali che accentuano la fragilità di alcuni paesi».

È possibile indicare le aree di maggiore sofferenza del pianeta?
«Si tratta delle realtà maggiormente interessate dalle crisi, come quella dei Grandi Laghi africani, e poi la Somalia, la Costa d’Avorio. Ma, al tempo stesso, alcuni paesi africani registrano significativi progressi, la fasce di povertà sono state ridotte grazie appunto alla stabilità. Il Mozambico ad esempio è un paese pacificato, e, pur avendo enormi problemi, anche grazie alla gestione seria da parte del governo ed ad una cooperazione internazionale intelligente, sta creando le basi per un vero sviluppo. Questo è l’esempio che noi vorremmo estendere ad altre realtà».

Il fatto che i risultati nella lotta alla fame non siano soddisfacenti è dovuto anche alla scarsa generosità dei paesi ricchi?
«A livello internazionale è in atto una riflessione sulla strategia d’intervento per lo sviluppo. Dopo decenni di interventi caratterizzati da importanti flussi finanziari e di risorse, abbiamo constatato che i risultati non coincidevano con gli obiettivi che ci eravamo preposti. Questa riflessione coinvolge tutto il sistema delle Nazioni Unite. Si è deciso di rivedere le strategie e di adattare alle realtà. Il Nepad (programma partenariato tra Africa e paesi sviluppati, ndr) è diventato un elemento quasi rivoluzionario in quanto sono i paesi africani che hanno preso coscienza della necessità di fissare nelle loro politiche nazionali, come priorità assoluta, lo sviluppo. In tal sono diventati i primi responsabili e la comunità dei donatori ha reagito in modo positivo offrendo aiuto ai programmi nazionali».

In tal modo si evita che gli aiuti finiscano nelle mani di dirigenti corrotti?
«Credo di sì, ma come dicevo, la questione essenziale è quella della stabilità. E poi occorre considerare l’impegno della Ong che noi riteniamo un attore essenziale. Le Organizzazioni non governative sono per noi un interlocutore essenziale e nei nostri programmi c’è un posto rilevante per loro per discutere con il paese beneficiante le forme migliori per rendere efficace gli’interventi».

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