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Trasformate le promesse in aiuti concreti

L'appello di Jakarta Il segretario generale dell'Onu ha chiesto ai paesi membri di trasformare le promesse in aiuti. «Bisogna prevenire ulteriori sofferenze per la mancanza di acqua potabile, cibo, vestiti. Perché al maremoto non segua una seconda ondata di morte»
7 gennaio 2005 - Kofi Annan (Segretario Generale dell'Onu)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Abbiamo iniziato il nuovo anno con un'occasione unica per dare prova della nostra umanità. Per dimostrare che quando una calamità si abbatte sul mondo, siamo capaci di unirci per proteggere e assistere i nostri fratelli nel momento del bisogno. Ciò che è accaduto il 26 dicembre 2004 è una catastrofe mondiale senza precedenti. Essa richiede una risposta mondiale senza precedenti. Per l'Onu si tratta del disastro naturale più vasto cui l'Organizzazione abbia mai dovuto far fronte per conto della comunità internazionale, nei suoi 60 anni di esistenza. Dagli sperduti villaggi di pescatori a Sumatra ai moderni centri turistici in Tailandia, dalle spiagge dello Sri Lanka e dell'India alle comunità costiere delle Maldive e della Somalia, il disastro è stato così brutale, così rapido e così esteso, che facciamo ancora fatica a comprendere ciò che è accaduto. Pare a volte che si tratti di un incubo dal quale speriamo ancora di poterci svegliare. Eppure, per milioni di persone in dodici Paesi attraverso due continenti, e per decine di visitatori da quaranta nazioni di tutto il mondo, questo incubo è tragicamente vero.

Non conosceremo mai l'esatto numero di uomini, donne e bambini morti il 26 dicembre e negli undici giorni che sono trascorsi da allora. Il numero reale delle vittime eccede probabilmente 115 mila. Sappiamo con certezza che almeno mezzo milione di persone è ferito; che più di un milione di persone è profugo; che quasi due milioni di persone hanno bisogno di aiuto alimentare; e che molte di più necessitano acqua, aiuti sanitari e cure mediche. Milioni di persone in Asia, Africa e in altri Paesi lontani soffrono traumi inimmaginabili e ferite psicologiche che impiegheranno lungo tempo a rimarginarsi. Numerose famiglie sono state lacerate. Intere comunità sono scomparse. Nei Paesi dove la religione, la spiritualità e al cultura si trovano al centro dell'esistenza umana, luoghi di culto sono stati spazzati via.

Così, mentre piangiamo le vittime e preghiamo per chi sta ancora cercando i propri cari, abbiamo un dovere nei confronti dei sopravvissuti. Occuparci dei feriti. Prevenire ulteriori sofferenze che potrebbero provenire da acqua potabile contaminata, infrastrutture distrutte, mancanza di cibo, vestiti e rifugio. Questo, per far sì che al maremoto non segua una seconda ondata di morte, questa volta per cause prevedibili. E nel lungo periodo, per prevenire una terza ondata di disperazione, in cui le persone potrebbero non ritornare alle proprie vite, case o comunità.

Anche se eravamo impotenti di fronte al maremoto, insieme abbiamo ora il potere di fermare queste prossime ondate. Da quando si è abbattuta la catastrofe, abbiamo visto un moltiplicarsi di offerte e donazioni da parte di grandi e piccoli Paesi. Al fine di proteggere il numero massimo di vite, di recuperare la dignità e la speranza, la nostra assistenza deve essere tempestiva e ben coordinata. Molte delle offerte ci sono arrivate in denaro contante e in natura. Abbiamo bisogno che il resto delle offerte siano convertite rapidamente in denaro contante. Abbiamo inoltre bisogno di più persone e di più materiale per raccogliere l'aiuto destinato a coloro che più lo necessitano, spesso in zone remote.

La risposta dei governi si è combinata con una generosità senza precedenti delle persone. Pensiamo ad esempio al bambino di sei anni di Shenyang in Cina, che ha offerto tutti i suoi risparmi, 22 dollari. O ai cittadini della Svezia, Paese di 9 milioni di abitanti, che hanno raccolto più di 70 milioni di dollari per gli aiuti in Asia, mentre quasi 2 mila loro compatrioti risultano ancora dispersi.

La buona volontà e la preoccupazione in tutto il mondo sono immense, così come le sfide che ci stanno di fronte. Ci sono ostacoli logistici scoraggianti, ma non insormontabili. E' una corsa contro il tempo, ma insieme ai governi ospitanti stiamo superando questi ostacoli. Di ora in ora, vediamo arrivare merce nuova raggiungere le persone in difficoltà. Come l'Onu coordina le operazioni per la ricostruzione, così gli Stati Membri ci stanno fornendo la loro massima assistenza, mettendo a nostra disposizione anche le loro risorse logistiche e militari.

Soprattutto, permettetemi di esprimere il mio personale encomio ai governi e alle popolazioni dei Paesi direttamente colpiti per tutto ciò che avete fatto finora, e per l'aiuto che ci avete fornito nell'offrire assistenza. Come dimostra questa conferenza, la prima risposta alla catastrofe è arrivata proprio da voi e dalla vostra gente. E non solo avete fatto fronte alle vostre responsabilità, ma le avete estese gli uni agli altri. L'Onu è qui per darvi supporto.

Oggi sono qui per lanciare un appello per un immediato sforzo internazionale per la ricostruzione portato avanti dalle Nazioni Unite in Indonesia, Sri Lanka, Seychelles e Somalia. Questo appello va a sommarsi ai 59 milioni di dollari che i nostri collaboratori della Croce Rossa e della Red Crescent hanno richiesto. Nei sei mesi a cui si riferisce il mio appello, avremo bisogno di 977 milioni di dollari per far fronte all'emergenza umanitaria e soddisfare i bisogni di circa 5 milioni di persone.

Avremo bisogno di 229 milioni di dollari per cibo ed agricoltura. Avremo bisogno di 122 milioni di dollari per assistenza medica. Avremo bisogno di 61 milioni di dollari per acqua e sanità. Avremo bisogno di 222 milioni di dollari per i rifugi e altri materiali urgenti che esulano dal cibo. E di 110 milioni di dollari per una prima ricostruzione delle comunità colpite.

Come sapete, la somma totale attualmente raccolta ed impegnata eccede l'ammontare da me richiesto oggi. Questo appello si riferisce ad una serie specifica di programmi che possono iniziare già da ora e concordati con voi, i Governi colpiti. Saranno volti ad organizzare le attività per l'immediato futuro, dato che stiamo passando da una fase in cui la priorità era salvare le vite umane, a quella in cui ci si dovrà occupare di assistenza e ricostruzione. Dobbiamo imparare il più possibile da questa esperienza, affinché tragedie di questa portata non si ripetano. Sistemi di prevenzione e preallarme devono costituire una priorità.

Gli ultimi undici giorni sono stati tra i più cupi della nostra intera esistenza. Ma ci hanno anche permesso di intravedere una nuova luce. Abbiamo visto il mondo unirsi e collaborare. Abbiamo visto una pronta risposta alla tragedia basata non sulle nostre differenze ma su ciò che ci unisce. Abbiamo visto un'opportunità per guarire vecchie ferite e lunghi conflitti. Abbiamo visto agire in armonia Nord e Sud, Est ed Ovest, governi e cittadini, media e militari, leader religiosi e politici, organizzazioni non governative e istituzioni internazionali. Dimostriamo che siamo disposti ad impegnarci a lungo.

Quando ascolto le strazianti storie di coloro che sono stati colpiti dal disastro, non posso fare a meno di essere colpito da una cosa in particolare: la loro volontà e capacità di ricostruire sembra essere determinata non solo dall'esserne stati direttamente colpiti, ma da ciò che hanno potuto fare nell'aiutare gli altri. È come se fossero riusciti a dimostrare la loro umanità e dare a se stessi una speranza.

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