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Una congiura uccise il cugino di Arafat

Un anno fa veniva assassinato Musa Arafat, familiare di Yasser e consigliere politico di Abu Mazen. Indagini bloccate, giudici fermi, lo stesso Abu Mazen silenzioso. E un'ipotesi: dietro quel lungo assalto alla casa di Arafat c'è l'ex ministro Dahlan
7 settembre 2006 - Michele Giorgio
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

«Sono determinato a trovare i responsabili di questo tremendo delitto». Furono queste le parole pronunciate il 7 settembre di un anno fa dal presidente palestinese Abu Mazen, pochi minuti dopo l'assassinio a Gaza del suo controverso consigliere politico ed ex capo dell'intelligence militare Musa Arafat, cugino dello scomparso presidente Yasser Arafat. Invece a distanza di un anno dal più grave omicidio politico avvenuto nei Territori occupati - esclusi gli «assassinii mirati» di tanti dirigenti palestinesi compiuti da Israele negli ultimi anni - le indagini sono ferme, la magistratura tace e lo stesso Abu Mazen ha evitato di toccare di nuovo il caso. Perché questo silenzio ? Qualcuno risponde che il cugino di Arafat aveva solo nemici e nessun amico. Ma questa spiegazione, pur essendo fondata, non basta a spazzar via la nebbia che avvolge questo assassinio attuato con la partecipazione di un centinaio di uomini armati.
La versione accettata un po' da tutti parla di una vendetta dei Comitati di resistenza popolare (Crp) - le strutture di base della seconda Intifada nei distretti di Khan Yunis e Rafah - che per anni erano stati bersaglio di Musa Arafat deciso a togliere dal gioco i militanti dissidenti che combattevano contro Israele e allo stesso tempo criticavano la leadership dell'Anp. Tuttavia i colpi sparati dai Crp un anno fa non hanno solo realizzato un insaziabile desiderio di «vendetta popolare» ma anche contribuito a un disegno che personaggi molto influenti ed importanti di Al-Fatah avevano realizzato in vista di una rapida ascesa al potere. Un autorevole e ben informato esponente di Al-Fatah, che per ragioni di sicurezza ha chiesto di rimanere anonimo, ha rivelato al manifestoche la morte di Musa Arafat era essenziale per la realizzazione di un progetto politico elaborato dall'influente ex ministro Mohammed Dahlan e altri dirigenti palestinesi. Dahlan, che il giorno dell'assassinio era in Giordania a curarsi un improvviso «mal di schiena», ha sempre negato di aver avuto un ruolo nella eliminazione del cugino di Yasser Arafat che pure era un suo nemico dichiarato.
Per comprendere l'importanza di Musa Arafat bisogna ripercorrere brevemente la sua vita e carriera politica. Originario di Jaffa, è stato sempre al fianco di Yasser Arafat: prima in Libano e poi nell'esilio di Tunisi dove fu nominato comandante dell'intelligence militare. Rientrato nel 1994 nei Territori occupati (dopo gli accordi di Oslo) si mostrò spietato contro Hamas e altri gruppi armati palestinesi. Uomo dalle molte risorse, aveva contatti a 360 gradi: conosceva sia responsabili dei servizi segreti israeliani, sia i capi dell' Intifada. Negli ultimi anni era sopravvissuto ad almeno due tentativi di eliminazione. «Era forse l'uomo più odiato di Gaza» ha commentato un giornalista palestinese. Allo stesso tempo era fedele ai principi riconosciuti da tutto il popolo palestinese, come il diritto al ritorno per i profughi e Gerusalemme Est capitale del futuro Stato di Palestina. «Dopo la (misteriosa) morte di Arafat, Dahlan e i suoi alleati decisero che era giunto il momento di prendere il potere - ha raccontato la fonte Al-Fatah - realizzando un programma che piaceva a Israele e Usa: rinuncia al ritorno dei profughi e riconoscimento del controllo israeliano sulla Valle del Giordano e altre aree dei Territori occupati. Sulla loro strada restava un solo ostacolo, Musa Arafat». Sebbene fosse stato costretto alle dimissioni da Abu Mazen alcuni mesi prima, il potere di Musa Arafat rimaneva intatto nell'intelligence militare. «Poteva contare sulla fedeltà dei suoi vecchi uomini - ha proseguito la fonte - e grazie a fondi ottenuto con traffici illeciti, era riuscito a creare una struttura parallela all'intelligence militare. Gli «altri» sapevano che era schierato contro di loro e che aveva giurato di farla pagare a Dahlan (con il qualche era arrivato allo scontro pubblico)».
Fra 80 e 100 militanti dei Crp ebbero il «via libera» alla loro vendetta e il 7 settembre, a bordo di 12 fuoristrada, raggiunsero l'abitazione di Musa Arafat nel rione residenziale di Rimal (Gaza city), distante appena qualche centinaio di metri dalla residenza di Abu Mazen. Ricevuto un segnale, aprirono il fuoco. «A guidare l'attacco furono Mumtaz Daghmesh e Naim Abulful, con la supervisione di Abu Yusef Abu Qoqa, uno dei fondatori dei Crp (dilaniato alla fine dello scorso marzo dall'esplosione della sua automobile). Nei 45 minuti in cui era sottoposto al fuoco concentrico di decine militanti, Musa Arafat telefonò a diversi responsabili dell'Anp per implorare soccorso ma alcuni telefoni squillarono a lungo invano. Per sincerarsi della sua morte gli assassini lo crivellarono con 23 colpi di arma da fuoco, trascinando il corpo in strada. Come mai in quel lasso di tempo le guardie della residenza di Abu Mazen non intervenirono? Come fecero gli assalitori a dileguarsi indisturbati portandosi dietro il figlio di Musa Arafat (che venne liberato due giorni dopo)? Interrogativi ai quali nessuno ha cercato di dare una risposta. «In ogni caso i mandanti dell'assassinio non hanno avuto successo - ha commentato la fonte di Al-Fatah - la vittoria elettorale di Hamas (lo scorso 25 gennaio) ha fatto naufragare le ambizioni di Dahlan e dei suoi alleati proprio quando pensavano di aver il potere nelle loro mani».

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