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La storia del pastore che non gridò “Al lupo!”

Sullo stress post-traumatico in Palestina
8 ottobre 2006 - Samah Jabr
Fonte: http://www.zmag.org/ - 26 settembre 2006

Questa non è una delle favole greche di Esopo che vengono ancora usate come strumento di insegnamento morale e materia di divertimento.

E Mustafa non è affatto il pastorello annoiato che si divertiva a gridare "Al lupo! Al lupo!" per attirare l'attenzione dei compaesani, che sarebbero accorsi in suo aiuto solo per scoprire che aveva lanciato un falso allarme.

Nella favola di Esopo, i compaesani alla fine si erano convinti che il ragazzo stesse mentendo per distrarsi dalla sua solitudine e che avrebbero solo perso tempo tutte le volte che avrebbero lasciato le loro abitazioni per soccorrerlo. Quando il pastorello si trovò realmente ad affrontare un lupo, i compaesani non credettero alle sue grida di aiuto e, perciò, del suo gregge non rimase nulla. L'espressione "gridare al lupo”, che ha origine dalla favola in questione, si riferisce all’azione di dare continuamente un falso allarme per un pericolo inesistente, mettendo in dubbio la credibilità della persona che ha gridato al lupo che, in caso si verificasse una vera emergenza, non verrebbe presa sul serio.

Mustafa è un ragazzo di 18 anni che ho intervistato ad Hebron mentre conducevo alcune interviste cliniche per una ricerca accademica sulle Psicopatologie della Guerra in Palestina, e che mi ha concesso di pubblicare la sua storia.

Questi sono i pezzi della storia che sono riuscita a mettere insieme dai racconti di Mustafa, che parla con grande difficoltà a causa di una grave balbuzie, esitazioni e difetti di pronuncia, effetti dell’aggressione che subì un anno e mezzo fa da parte degli invasori israeliani:

era primavera e Mustafa stava andando con le sue pecore su per la collina e giù per la valle, come era solito fare alle prime luci dell’alba, per raggiungere la terra della sua famiglia a Beit Awwa (che era stata confiscata da Israele quattro anni fa, come mi disse poi la madre) al confine orientale di Hebron. «Successe qualcosa di strano», disse Mustafa. «Un elicottero militare atterrò a pochi metri dalle mie spalle e da lì sbarcarono un gruppo di uomini armati. Le pecore intanto si erano disperse durante l’atterraggio; non riuscivo a correre. Sentivo che le mie gambe erano diventate troppo pesanti ed ero spaventato. Subito dopo, l'elicottero decollò e i soldati scomparvero senza accorgersi di me. Ma ancor prima che mi riprendessi dallo spavento, tre occupanti armati – presumo che fossero dell’insediamento di Negohot – sui 30-35 anni, si avvicinarono con un grosso cane randagio. Il cane mi attaccò prima facendomi cadere a terra, poi i tre soldati mi presero e cercarono di legarmi le mani dietro la schiena; non ce la facevo più ed avevo veramente tanta paura. Cominciarono a colpirmi con dei manganelli e a prendermi a calci con gli stivali; la schiena mi faceva tanto male. Poi, uno di loro mi trascinò su un sasso vicino e legò il mio ginocchio alla roccia, in modo che un altro avrebbe potuto colpirlo con l'impugnatura della pistola. Così colpì ripetutamente il mio ginocchio, il dolore era atroce. Piangevo come un bambino, ma loro non la smettevano; il soldato fece la stessa cosa con l’altro ginocchio. Non riuscivo assolutamente a muovermi. Erano stanchi, si riposarono per qualche minuto e poi tornarono da me. Uno di loro mi puntò la pistola alla tempia e mi disse in arabo: “oggi ti ucciderò; sei un uomo morto”. Ero terrorizzato. Chiusi gli occhi e sentii qualcosa di caldo scendere giù per i pantaloni. Fece girare la pistola come un cowboy e con l’impugnatura colpì la mia testa diverse volte. Il sangue mi ricopriva la faccia e mi entrò in bocca, persi i sensi. Più tardi aprii gli occhi e vidi che due di loro stavano mandando via le mie pecore; ero sollevato. Pensavo fosse finita e che mi avrebbero lasciato stare. Ma il terzo uomo si accorse di me e tornò indietro per prendermi a calci in faccia con i suoi stivali, poi persi di nuovo i sensi. Al mio risveglio la prima cosa che sentii fu una sensazione strana in bocca: erano i miei denti. E avevo il naso gonfio e dolorante e, come ogni altra cosa nel mio corpo, era rotto. I soldati, le pecore, i miei denti - non c’era più nulla! Ero ancora vivo ma avevo paura che sarebbero tornati da me. Cercai con tutte le mie forze di trascinarmi all’ombra; lì mi misi a dormire per un po’. Mi svegliai quel pomeriggio e mi trascinavo per terra lentamente, a fatica, quando alcuni soldati mi videro. Mi portarono all’insediamento di Kiryat Arba'a e mi prestarono soccorso, mi interrogarono e mi dissero di non tornare mai più al terreno dei miei genitori. Poi, mi consegnarono ai miei fratelli e mi ricoverarono per alcuni giorni nell'Alia Hospital».

Dal giorno dell’incidente, Mustafa è una persona diversa. «Questo non è il figlio che io conosco» si lamenta la madre, «e non so cosa fare per riaverlo. Non era bravo a scuola, ma era un figlio amabile e affettuoso; gli piaceva sedersi sul fianco della collina a guardare le pecore della famiglia e si divertiva a cacciare gli uccelli, a portare fuori gli animali, a passeggiare e a cantare; di sera, gli piaceva guardare la televisione e stare in compagnia della sua famiglia. Ora rimane sempre solo in casa; non esce perché ha paura di vedere i soldati e gli occupanti anche quando non sono nel vicinato. Non parla con nessuno dei suoi fratelli o delle sue sorelle. Se loro litigano, lui si spaventa: cade a terra e grida che le gambe non lo reggono più. Si sveglia ogni notte sudato, in lacrime e agitato e viene a dormire con me. A volte impazzisce e punta il coltello ai suoi fratelli senza motivo. quando lo sgridano, lui si spaventa e cade a terra» afferma la madre.

Mustafa presenta i sintomi del disturbo post-traumatico da stress. Egli rivive i momenti dell'aggressione perlopiù attraverso ricordi involontari dell’avvenimento, incubi, flashback e immagini dell’accaduto. «Vedo gli aggressori sempre; mi dicono in arabo: "oggi voglio ucciderti; sei un uomo morto"» rievoca Mustafa. Chiaramente, questo porta a una forte reazione fisica e psicologica che gli impedisce di continuare a vivere la sua vita normalmente. Evita qualunque cosa che gli ricordi l’incidente, cioè qualsiasi cosa al di fuori della sua abitazione – i soldati, il muro, le jeep, ecc. Si ritrova ad essere un prigioniero della sua stessa casa e non più il ragazzo della selva. Sembra essere anche stanco e depresso. Non riesce a dormire, è sempre iper- vigile, agitato e, sfortunatamente, non crede di poter essere aiutato. Viene dallo psichiatra per volere dei suoi genitori; mi ha detto che la terapia non vale il denaro che spende per il taxi per venire in clinica. Quando gli ho chiesto “come vorresti essere aiutato?” mi ha risposto chiedendomi un qualsiasi tipo di antidolorifico per le sue ginocchia e aggiungendo che nessuno avrebbe potuto curare il resto dei suoi problemi.

Se l’aggressione fisica e il trauma gli hanno a malapena risparmiato la vita, il trauma psicologico ha cercato di attaccare e distruggere l’idea e il significato della vita per Mustafa. La prospettiva di Mustafa di se stesso e del mondo è stata totalmente frammentata e i suoi piani per il futuro e la sua esistenza insieme sono stati oscurati. Mustafa è una sfida clinica per coloro che lo stanno curando in Palestina, specialmente nelle attuali condizioni di estrema povertà, ricorrenti episodi di violenza politica, problemi nazionali e stenti.

La storia di Esopo viene spesso narrata ai bambini per dissuaderli dall’uso delle menzogne, la sua morale è: anche quando i bugiardi dicono la verità, non sono mai credibili.

La storia di Mustafa non dovrebbe essere raccontata ai bambini, anche se molti bambini in Palestina hanno avuto esperienze simili o anche molto più atroci di quella di Mustafa. È una storia per adulti - per le persone che sono state allontanate dalla nostra realtà da un vasto margine di lusso e protezione.

Il ragazzo non gridò "al lupo!” quando lo attaccarono, forse perché era sicuro che le sue grida probabilmente non avrebbero superato il muro di separazione; e da quel momento non ha più gridato perché ha perso la sua spontanea capacità di articolazione della parola dopo l'accaduto.

Sono io invece a gridare “al lupo!” in nome di Mustafa, in nome di Huda - la bambina che ha assistito all’esplosione su una spiaggia a nord della striscia di Gaza in cui perse la sua famiglia- e in nome di molti altri bambini Palestinesi, uomini e donne come loro che sono quotidianamente attaccati e divorati dai lupi. Non c'è nessuna morale nelle mie storie; voglio solamente testimoniare e dichiarare che i lupi in Palestina non sono fittizi, ma rappresentano una terribile e triste verità per la vita delle persone della regione colonizzata.

Note:

Il link al testo originale in inglese:
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=107&ItemID=11062

Traduzione a cura di Laura Lacanale per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte, l'autore e il traduttore.

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