Avrebbe un nome il misterioso motociclista al soldo dei servizi che, secondo la recente rivelazione dell’Ansa, avrebbe partecipato all’agguato di via Fani per proteggere la fuga dei brigatisti dopo il sequestro di Aldo Moro. Lo scrive la Stampa e il nome è quello di Antonio Fissore, originario di Bra in provincia di Cuneo, morto a Firenze nell’agosto del 2012 a 67 anni. Fotografo, regista tv, esperto di comunicazione, per un certo periodo anche commesso in un negozio di dischi nel quartiere San Paolo a Torino. Ma in cantina deteneva armi e una copia di Repubblica datata 16 marzo 1978, l’edizione straordinaria mandata in edicola il giorno del sequestro del presidente della Dc, ucciso 55 giorni dopo. Secondo il quotidiano torinese, “sarebbe lui l’agente X che, in sella a una Honda blu con un ‘collega’, avrebbe partecipato al sequestro Moro, proteggendo la fuga dei killer delle Br”. Spianando una mitraglietta contro un testimone, indicendolo ad allontanarsi. Anche se, è sempre la Stampa a riportarlo, la moglie separata Franca Faccin lo difende: “Nel ’78 era a casa con noi, a Bra, mai stato nei servizi”.


Fissore è descritto come un uomo “alto 1,90, calvo, baffi, distinto”. A segnalare la sua presenza in via Fani una lettera anonima arrivata alla redazione torinese nel 2009, scritta dal sedicente “collega” che era con lui sulla stessa moto al momento del sequestro e del massacro dei cinque uomini della scorta. “Quando riceverete questa lettera sarano saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni”, chiarisce il mittente. Non fa il nome del “collega”, ma offre indicazioni per identificarlo come il “marito” della commessa del negozio. Il giornale gira la lettera alla Digos di Torino, che rintraccia Fissore.

Il 24 maggio 2012 scatta la perquisizione nella villetta di Bra. In una scatola di cartone ci sono due pistole, una cecoslovacca e e una semi-automatica Beretta. C’è anche una copia di Repubblica del 16 marzo 1978. E, scriva ancora la Stampa, “una busta con un foglio dell’ex parlamentare dc Franco Mazzola, nel ’78 sottosegretario alla Difesa, ritenuto uno dei depositari dei segreti del caso Moro”. La conseguente indagine per «incauta custodia» delle armi viene archiviata dalla procura di Alba quando Antonio Fissore muore, tre mesi dopo la perquisizione. I risvolti legati al caso Moro prendono la via della Procura di Torino e da qui della Procura di Roma, dove tutto viene definitivamente archiviato. A ritirare fuori la storia, nei giorni scorsi, è l’ex poliziotto Ernesto Rossi, che racconta al giornalista dell’Ansa Paolo Cucchiarelli l’inchiesta finita in nulla: “Non so bene perché – racconta Rossi – ma questa inchiesta trova subito ostacoli”.

Trentasei anni dopo la strage di via Fani spuntano nuove suggestioni e piste inedite. Secondo le quali, pezzi dello Stato si sarebbero dati da fare per far sparire il politico del “compromesso storico” Dc-Pci non solo depistando le ricerche del prigioniero durante i 55 giorni del sequestro, ma addirittura agevolando le Br durante il sanguinoso assalto di via Fani. Un agguato – se lo scenario disegnato fosse quello vero – evidentemente conosciuto con scongruoanticipo. Ma la ricostruzione si basa su persone defunte che non possono confermarla né smentirla. Morto il presunto autore della lettera anonima, morto Fissore, morto il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi – presente con certezza in via Fani quella mattina – ai cui ordini i due avrebbero agito.

Alla Camera è intervenuto sul punto il vicepresidente dei deputati Pd Gero Grassi: “L’estraneità dal commando brigatista della moto Honda presente a via Fani la mattina del 16 marzo 1978 è stata accertata dalla magistratura”, ha affermato. “Questo è un punto fermo, un fatto innegabile alla luce del quale considerare anche le recenti novità”. Grassi cita ’audizione del 9 marzo 1995 della Commissione Stragi ai pm Franco Ionta, Antonio Marini e Rosario Priore: il testimone Alessandro Marini disse che “un motociclista a bordo di una Honda aprì il fuocò, alcuni proiettili colpirono il suo ciclomotore; il giudice Santiapichi giudicò la testimonianza ‘una versione lucida degli eventi”. L’Honda in via Fani c’è e i brigatsti confermano più volte che i centauri non sono dei loro, anche se in tante altre circostanze hanno “ammesso il fatto senza identificare gli autori”. Il pm Marini concluse: “Noi riteniamo che se c’è la moto Honda, e vi deve essere, secondo la sentenza passata in giudicato, essa evidentemente nasconde una circostanza diversa rispetto all’organigramma brigatista. In sostanza si presuppone che vi potessero essere altre persone di supporto all’azione brigatista, che non fossero membri dell’organizzazione “.