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    Pordenone

    Cooperative, Unipol e dintorni

    Se ci sono cooperative, che a forza di sciommiottare i padroni
    aderiscono a Confindustria... non è che di Consorte ce ne può essere più
    d'uno? C'è o non c'è un'incompatibilità di fondo fra economia
    cooperativistica (cioè autogestita) ed economia [...] capitalistica?
    Gigi Bettoli (Consigliere Nazionale LegaCoop)
    Fonte: Ufficio Stampa della Cooperativa Itaca - 19 gennaio 2006

    Confesso di averci messo un bel po', per mettere giù queste poche righe
    sulla vicenda Unipol ed il suo significato per il mondo cooperativo. Ho
    rinviato coscientemente questo momento, per evitare superficialità e
    polemicità inutili, che in queste settimane hanno impegnato troppi. Con
    scarsa coerenza e poca capacità di sintesi e proposta.

    D'altronde, vivo la creativa contraddizione di essere un esponente della
    sinistra antagonista (il termine comunista meglio che non lo usi, un
    anziano recensore delle mie opere storiche mi ha notificato che tutto
    appaio, escluso che comunista) ed anche un cooperatore sociale, ed in
    tale veste unico, nel sommo Gotha della Direzione nazionale di Legacoop,
    a rappresentare immeritatamente e svogliatamente le ragioni di chi si
    ostina ad attendere lo sbocciare del sole radioso della liberazione umana.

    Sgomberiamo subito il terreno dalle connessioni con la vicenda politica.
    Come ha già detto qualcuno autorevolemente, il Presidente del Consiglio,
    a proposito di affari e politica, e soprattutto di politica ed affaracci
    suoi, farebbe più bella figura a stare zitto.

    Quanto agli amici pelosi della cooperazione: D'Alema, che tanti dicevano
    vicino a Consorte, e Fassino, che appena ieri chiedeva nuove leggi sulla
    cooperazione, le loro uscite televisive valgono più di una campagna
    contro il canone Tv. Domanda retorica: chissà per quale ragione il primo
    ha improvvisamente condannato la scalata di Unipol a Bnl? Per il
    secondo, non sa neanche che la nuova legge sulla cooperazione l'ha già
    fatta Tremonti, poco tempo fa, ed è stata dura venirne fuori senza la
    liquidazione totale della cooperazione italiana.

    Mezzo mondo ha scoperto che politica ed economia debbono stare lontane.
    Grrrandisssima scoperta dell'acqua calda neoliberista: i ricchi debbono
    essere lasciati a lucrare da soli, e la politica deve tenersi solo di
    riserva per le situazioni di crisi (quando paga Pantalone). Come se
    l'economia capitalistica fosse mai stata in piedi da sola, senza potenti
    iniezioni di denaro pubblico.

    Denaro... dove si trova? Sembra stia volentieri nelle banche. L'idea,
    accarezzata da molti 'cooperativologi' è quella che le cooperative non
    abbiano bisogno di una banca. Perché tanto non ci serve. Certo, non
    sembrano aver sentito parlare di "Basilea 2", quella simpatica norma che
    rende ancora più difficile l'accesso al credito per le cooperative,
    soprattutto piccole e poco capitalizzate.

    A questa regola, quella del "piove sempre sul bagnato", i
    cooperativologi, fra cui alligna qualche autorevolissimo docente
    universitario (che da anni si ostina a confondere volontari con
    cooperatori, e non capisce perché i primi diminuiscano a favore dei
    secondi... forse per acquiescenza al Dio Denaro che ci vede penare per
    la fine del mese?), non hanno ancora trovato una soluzione. Magari ci
    ripropongono il microcredito, che poi è come dire mettere insieme le
    poche monetine che abbiamo in tasca, tirando la cinghia per poterci
    comprare un'attrezzatura di seconda mano, un autoveicolo sgangherato,
    una sede sovraffollata come la striscia di Gaza: beh, abbiamo già dato.

    CI SERVE, ECCOME, UNA BANCA. Di banche, la cooperazione italiana, ne
    aveva una, quasi dalle origini. Era la Banca Nazionale del Lavoro
    attuale. Che non è stata "pubblicizzata": è stata sequestrata senza
    indennizzo dal fascismo. Come le Case del Popolo, come le Cooperative,
    come le Camere del Lavoro. L'Italia repubblicana non ce le ha mai
    ritornate. E se poi la richiedi indietro, la banca, non solo devi
    ripagartela, ma manco te la vogliono dare, perché non c'hai il pedigree
    adatto.

    PERCHE' POVERI SIAMO, E POVERI DOBBIAMO RESTARE... e dobbiamo limitarci
    ai supermercati, dice l'elegantone di capo del padronato italiano. Lui,
    che rappresenta un'azienda che senza soldi pubblici, e produzioni di
    guerra, di Fiat farebbe solo i cioccolatini.

    LA QUESTIONE E' UN'ALTRA. Ovverossia: quale banca ci serve? Con che
    regole? Che dà prima i soldi alle coop piccole, a quelle che fanno
    innovazione, a quelle che lavorano nel sociale, che creano il massimo di
    occupazione, che fanno prodotti ecologici e pagano meglio che da
    contratto? Oppure a quelle grandi, capitalizzate, già solide e
    competitive? Ma allora la questione non è la banca: è la cooperazione,
    il suo funzionamento, le sue regole!

    Qualche esempio: ammettiamo (non siamo giudici, e non vogliamo
    diventarlo!) che Consorte ed il suo collega abbiano accumulato un
    gruzzolo per i fatti loro. Beh, furbi ce ne sono anche nelle migliori
    famiglie: non è questo il problema principale. Hanno usato il denaro per
    corruzioni? Speriamo proprio di no, ma comunque è sempre lavoro per i
    giudici. Vogliamo però segnalare un problema, del tutto legale ma assai
    preoccupante: se ci sono dirigenti cooperativi che si fanno le loro
    aziendine private mentre sono impegnati nella cooperazione; se ci sono
    altri dirigenti che investono in proprietà individuali, che poi
    affittano alle coop che dirigono; se ci sono grandi cooperative in cui i
    soci sono un'infima minoranza, e gli altri sono dipendenti senza diritto
    di voto e pagati meno; se ci sono cooperative, che a forza di
    sciommiottare i padroni aderiscono a Confindustria... non è che di
    Consorte ce ne può essere più d'uno? C'è o non c'è un'incompatibilità di
    fondo fra economia cooperativistica (cioè autogestita) ed economia
    capitalistica? Non è il sistema che rischia di fare l'uomo ladro?

    Un secondo esempio: un tempo (molto lontano, ormai), nessuno si sarebbe
    scandalizzato a dichiarare pubblicamente che i soldi di cooperazione,
    sindacato e partiti di sinistra servissero allo stesso scopo; che le
    cooperative assumessero lavoratori disoccupati; che le giunte rosse
    (quelle sì, altro che arcobaleni e tinte pastello) dessero il lavoro
    alle cooperative per assumere i disoccupati; che i sindacati
    costituissero cooperative, cui le giunte rosse affidassero lavori, per
    assumere... i soliti disoccupati. Che altrimenti emigravano, o peggio
    stavano qui a fare la fame. Ma allora c'era un comune sentire, uno scopo
    unico, un progetto condiviso per l'avvenire. Si poteva essere d'accordo
    o meno (e quelli meno ci hanno appioppato la prima dittatura fascista
    del pianeta), ma era una cosa alla luce del sole, e del tutto onesta.

    C'è, oggi, un progetto condiviso che unisca i vari spezzoni di quello
    che fu il movimento dei lavoratori? Fatica, a vederlo! Con cooperative
    di costruzioni che costruiscono caserme, ferrovie ad alta velocità e
    ponti sullo Stretto di Messina; con cooperative che gestiscono i Cpt per
    gli immigrati; con cooperative (del Nord) che hanno lavorato in appalti
    al Sud, magari rifiutati da coop locali che non volevano averci a che
    fare, con la mafia.

    Ha ragione, nella sua ruvidezza, l'ex segretario della Cgil Bruno
    Trentin: forse le coop hanno perso una parte della stessa anima. Anche
    se il sindacato non ha avuto meno responsabilità: non capendo le
    innovazioni, non volendo sperimentarsi a fondo nella pratica
    dell'autogestione dei lavoratori, alternando di volta in volta rapporti
    concertativi a polemiche durissime, accusando le coop di turpitudini e
    firmando con le loro rappresentanze gli accordi per il salario
    convenzionale (= mezza contribuzione di pensione, malattia e maternità):
    anche durante la segreteria di Trentin. Facile oggi fare la lezione,
    bisogna tutti (o quasi... anche se è antipatico, in questa situazione,
    uscirsene con il fatidico "ve l'avevo detto...") ritornare alle origini.
    Altrimenti questo fa la lezione a quello, e capita che il successore di
    Trentin si trasformi nel Podestà di Bologna, tutto legge ed ordine.

    E allora le discussioni vanno fatte apertamente. Non è possibile che io,
    che faccio parte della direzione di Legacoop nazionale, apprendo dalla
    televisione (e quindi ripago il canone...) che tale Gnutti sta dentro
    Unipol, ed anche dentro il Monte dei Paschi di Siena: e scopro così che
    le Legacoop emiliana e toscana si sono azzuffate avendo uno stesso
    burattinaio finanziario! Non posso stare ad ascoltare i deliri
    anticomunisti di Berlusconi, e scoprire che anche lui ha
    compartecipazioni finanziarie nelle operazioni, e rischiava di
    guadagnarci il controllo del "Corriere della Sera"!

    E' ora di cambiare rotta, di tornare a mettere la barra del timone verso
    gli obiettivi fondamentali. Coop più grandi va bene, se ce lo impone il
    "mercato": ma alle nostre regole. Perché le coop sono quelle che fanno
    la battaglia per alimenti ecologici, per prodotti retribuiti equamente
    ai produttori del Sud del mondo, per prezzi bassi per la maggioranza
    della popolazione, per servizi sociali, per una forma di governo
    democratica, per un lavoro retribuito equamente, per il rispetto delle
    regole. Gli altri, semplicemente non sono cooperatori.

    Note:

    http://www.itaca.coopsoc.it/

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