Sicilia a sud est

Intervista a Carlo Ruta, storico e giornalista d'inchiesta e autore del libro "Segreto di mafia"
22 aprile 2009 - Norma Ferrara

Affari illeciti condotti nell’est siciliano negli anni settanta, sotto l’egida di potenti famiglie palermitane in perfetta simbiosi con la politica. L'omicidio di un giovane giornalista curioso, attento coraggioso che negli anni '7'0 provò a raccontarli. Fra mafie e affari, il punto della situazione sull'omicidio di Giovanni Spampinato e il racconto di quello che è diventato negli anni il sud est della Sicilia, con Carlo Ruta, storico e giornalista, profondo conoscitore dell'area meno raccontata della Sicilia che si affaccia sul Mediterraneo.

Segreto di mafia e segreti di Stato e in mezzo la storia di due omicidi. Dopo anni, un libro racconta i retroscena del delitto Spampinato. Cosa c’è ancora che non sappiamo su questo delitto, non solo di mafia?

Si tratta di una vicenda che resta in gran parte in ombra. Le conoscenze emerse dagli atti giudiziari del tempo e da altri elementi, negli ultimi anni, consentono comunque di definirne gli sfondi. Circa l’uccisione del palazzinaro Tumino, tutti gli indizi avvalorano l’ipotesi di una trama complessa. E del resto era un po’ questa l’intuizione di Giovanni Spampinato. Oggi, alla luce appunto delle nuove acquisizioni, si può dire con buone ragioni che Roberto Campria, assiduo frequentatore e collaboratore della vittima, quasi sicuramente non ebbe implicazioni personali in quel delitto. Ma tutto lascia pensare che il medesimo conoscesse delle cose precise sui contesti che lo determinarono. Il figlio del magistrato, che pochi mesi dopo avrebbe ucciso il giornalista de “L’Ora”, sin da subito dimostrò in effetti significative incoerenze, tali da far convergere su di lui sospetti a vari livelli, pure in ambiti investigativi. Lui stesso rivelò del resto, in varie sedi, di sentirsi minacciato da parte di ambienti loschi. Combinando allora un po’ di tasselli emerge un preciso scenario: quello degli affari illeciti che venivano condotti nell’est siciliano negli anni settanta, sotto l’egida di potenti famiglie palermitane, che proprio in quel periodo impiegavano i proventi del grande contrabbando dei tabacchi lavorati nel sacco edilizio della Conca d’Oro, in perfetta simbiosi con la politica. Restano beninteso da definire per intero le responsabilità materiali del primo omicidio, quindi i passaggi che condussero all’uccisione di Spampinato.

Lei è uno storico che si è occupato di inchieste a cavallo fra l’analisi storica e l’inchiesta giornalistica. Crede che i siciliani siano davvero riusciti a prendere coscienza delle dinamiche che in quegli anni hanno attraversato la Sicilia al centro della “strategia della tensione”?

Direi che su quelle dinamiche si riflette ancora, a tutti livelli. Ed è importante che lo si faccia. Ormai è certificato che la strategia della tensione, di ispirazione atlantica, è andata giocandosi su vari piani e lungo vari teatri, si direbbe sin dall’immediato dopoguerra, quando il banditismo siciliano venne usato come grimaldello per forzare le cose, nella Repubblica, in una determinata direzione. Come è noto, nei decenni sessanta-settanta, tanto più dopo lo snodo di piazza Fontana, tale disegno si espresse in modo dirompente nel nord della penisola, ma finì pure per intercettare il malessere di alcune aree del sud, come attestano i moti di Reggio Calabria, alimentati dai “boia chi molla” di Ciccio Franco. Ebbene, su tale sfondo la Sicilia, che pure non fu teatro di grandi stragi né di uccisioni a scena aperta, giocò una parte importante, per assumere rilievo strategico nei primissimi anni settanta. In un Mediterraneo che rigurgitava già di fascismi, perché erano ancora in auge i regimi di Franco in Spagna e quello di Salazar in Portogallo, l’isola divenne infatti una naturale sponda del regime di Papadopulos, che recava un duplice intento: sostenere materialmente le trame che più erano in grado di destabilizzare la situazione politica in Italia in senso autoritario; colpire la resistenza greca, che nel sud d’Italia, in città come Napoli e in particolare a Palermo, dove era esule Statis Panagulis, fratello di Alexander, aveva messo basi operative. Tutto questo avveniva beninteso in circostanze di terreno alquanto favorevoli, perché dopo il varo della legge De Marzi-Cipolla che riformava i patti agrari, pure sul terreno elettorale l’isola si qualificava come la maggiore roccaforte della destra neofascista.

Ragusa la provincia “babba” e un giornalista pronto a raccontare in tempi non sospetti quello che si muoveva intorno al contrabbando e agli affari di mafia e destra eversiva intorno allo zoccolo dimenticato della Sicilia. Cosa accadde in quegli anni nella provincia?

Nel sud-est si muovevano in quegli anni presenze eterogenee. E una di queste, assai forte, era costituita dalla mafia, recante dinamiche proprie, debitamente distanti dalle ostentazioni neofasciste, che potevano coinvolgere semmai i livelli più spiccioli e disorganizzati della malavita. Va tuttavia precisato che tale presenza non va intesa in senso prettamente sociologico. Per ragioni storiche e ambientali, le famiglie dell’organizzazione Cosa Nostra mancavano del radicamento di cui potevano godere in altre aree della Sicilia: avevano reso nondimeno il sudest altamente operativo per ragione logistiche, legate appunto al contrabbando dei tabacchi lavorati, di cui avevano assunto il predominio sui marsigliesi, con le armi in pugno. Dopo la chiusura del porto franco di Tangeri, nel 1960, le società produttrici avevano spostato i depositi nell’est del Mediterraneo, fra la Jugoslavia e la Grecia. Quindi le coste orientali dell’isola, le più prossime e le meno controllate, erano divenute la sede più naturale degli sbarchi degli stock, che poi, attraverso opportuni corridoi, giungevano in altre aree dell’isola e ben oltre. Tutto questo allora non era beninteso visibile, perché riparato dal cono d’ombra, ma Spampinato aveva avvertito dei segnali e si era dimostrato in grado di dare un significato a determinate situazioni. Si trovò in sostanza, dieci anni prima di Giuseppe Fava, fondatore de “I siciliani”, nella condizione di comprendere l’anima segreta dell’est siciliano, da Catania, che allora era la “Milano del sud”, a Ragusa. Era motivato ad andare fino in fondo già in quei primi anni settanta, ma non ne ebbe il tempo perché venne presto ucciso. Il cono d’ombra, che garantiva il tirocinio dei Santapaola, le fortune di taluni potentati politici, le economie forti del Catanese e della cuspide ibleo-siracusana, poté quindi godere di dieci anni ancora di tregua.

Cosa aveva raccontato di troppo il giovane e brillante cronista Giovanni Spampinato?

Come già detto, aveva solo cominciato a raccontare, perché venne ucciso giovanissimo. Nel 1971 aveva avviato inchieste sul neofascismo in Sicilia, ponendo in risalto la pericolosità del fenomeno, gli agganci di cui godevano gli squadristi, i punti di contatto che costoro avevano con il traffico di armi. Si trattava beninteso di istantanee, che tuttavia erano in grado di suggerire domande, definire problematiche, gettare segmenti di luce su affari rigorosamente al buio. Se non fosse stato ucciso, con buona probabilità sarebbe riuscito a dipanare il caso Tumino, trovandosi su una pista buona: quella che da Campria, che su quel delitto doveva appunto sapere un po’ di cose, poteva condurre agli uccisori effettivi, alla trama. Occorre tuttavia aggiungere che per tale modo di essere, Giovanni Spampinato, pur potendo contare su un partito forte come il Pci e pur avendo dalla sua parte giornali autorevoli come “L’Ora”, “L’Unità”, “Rinascita”, “L’opposizione di Sinistra”, era di fatto un isolato. Era, soprattutto, un isolato a Ragusa, perché la città ufficiale era infastidita dal suo frugare nelle opacità che la traversavano, da quelle inchieste a briglia sciolta, di cui si aveva anche timore. Nel capoluogo ibleo proprio in quegli anni si era creato un ampio grumo di contaminazione, che aveva sedimentato stili e atteggiamenti. Era la stagione di circoli in cui si giocava d’azzardo e si progettavano affari inconfessabili, che non restavano parole. Erano gli anni in cui tanti ragazzi, educati al nichilismo e all’abuso, assumevano, come Roberto Campria, il vezzo di girare armati. L’erompere sulla scena del delitto Tumino fu quindi traumatico. La città di buon nome temette di essere messa completamente a nudo, per raggomitolarsi infine dietro uno spesso muro di reticenze, che non ha mai ceduto. Era evidentemente giusta l’intuizione del giornalista de «L’Ora» Mario Genco quando scrisse, a caldo, che la morte di Spampinato, liberatoria per le parti in gioco, andava letta come un delitto «in nome collettivo».

Qual è la situazione oggi? Cosa si muove intorno alla provincia Iblea?

La provincia ragusana, con le sue risorse e tipicità produttive, a partire dall’ortofrutta della fascia trasformata, si incasella entro un’area economica importante, che dai centri etnei, attraverso la cuspide siracusana, si allunga fino alla piana di Gela. Si tratta del sudest, che negli ultimi decenni ha costituito un territorio fra i più floridi del sud d’Italia, coeso, di buona integrazione e, nel medesimo tempo, il cono d’ombra della Sicilia. Ebbene, per forza di cose, su tale terreno insiste ad avere buon gioco la concertazione affaristica, che, non di rado fino all’illecito, attraversa oggi le attività più significative: dai centri commerciali all’edilizia, dalla gestione idrica al mercato ittico, dalle filiere agricole alle banche. Vanno aprendosi tuttavia scenari nuovi e, in una certa misura almeno, preoccupanti, connessi all’apertura dell’area mediterranea di libero scambio a partire del 2010. Il Nord Africa, a dispetto della crisi globale, insiste a registrare un importante trend di crescita, combinando i propri destini con le spinte di fuoriuscita dalla recessione che vengono dall’est asiatico, in particolare dall’India e dalla Cina, che proprio sui paesi a sud del Mediterraneo, dall’Egitto al Marocco, passando per Tunisia e Algeria, hanno deciso di puntare negli ultimi anni, con forti investimenti. Se con l’apertura degli scambi l’area costiera da Catania a Gela, in definitiva il sudest, con i suoi cinque grandi porti commerciali e le sue anse, diverrà giocoforza nevralgica, un punto strategico, come lo è già oggi nella tratta dei migranti, potrà essere costituito proprio dalla costa iblea-siracusana, la più prossima alla sponda africana e allo scalo mediano di Malta. E questo può voler dire tante cose. Dal Nord Africa passano commerci di ogni sorta: dalle armi ai narcotici, dai valori ai materiali radioattivi. Tali aree sono investite inoltre dalle rotte delle nuove schiavitù, che, dalla porta siciliana, puntano sul continente europeo. Sono possibili allora nuove emergenze criminali proprio a partire dalla costa più a sud, che potrebbe diventare, se non verrà tenuto il livello massimo di allerta, una sorta di porto franco, un crocevia di traffici, se non proprio una nuova Tangeri, a beneficio pure di famiglie dell’ovest siciliano che aspirano a riporsi in gioco nel Mediterraneo.

In quest’area geografica c’è una città che ha assunto negli anni un particolare ruolo strategico per gli affari delle mafie?

Vittoria. Capitale dei primaticci e sede del quinto mercato ortofrutticolo italiano, rimane una città fortemente esposta alle mafie e alle economie più opache. È una sorta di emporio, su cui da decenni hanno puntato gli occhi potenti famiglie siciliane, per il controllo dell’indotto, che reca punti sostanziali nelle segherie, nel trasporto gommato, nella produzione di concimi e materiale plastico. Sono divenuti quindi forti, nei decenni, i nessi con Gela, fatti non solo di capitali in entrata e in uscita, ma anche di quartieri a rischio che sono andati urtandosi e gemellandosi. Più ancora che in passato è tuttavia nodale, oggi, il nesso finanziario con l’ovest dell’isola, in particolare con Palermo, che rende la valle dell’Ippari un’enclave: la sola, si direbbe, in grado di ledere, senza che venga comunque pregiudicata, la compattezza economica del sudest. Si tratta di afflussi che hanno sedimentato nel territorio attività fiorenti, capaci di resistere alla recessione odierna e addirittura progredire, con investimenti in particolare in Egitto, alle porte del Cairo, dove sono state impiantate maxi serre e imprese di lavorazione dell’ortofrutta. Oltre il Vittoriese, come già detto, vigono altri giochi.

Il giornalismo di oggi racconta il sudest? (Se no, cosa non racconta?)

Di certo esiste una informazione che racconta il sudest, in presa diretta con i fatti, largamente memore, si direbbe, dell’esperienza di Giuseppe Fava, che ha segnato uno snodo. In questo territorio della Sicilia esistono in realtà buoni motivi per fare giornalismo nel senso più pieno. E proprio la vicenda di Fava testimonia che quando i fatti vengono scandagliati in modo opportuno, con gli strumenti idonei, si riesce a far breccia nell’opinione pubblica, a rimuovere quindi deficit informativi che apparivano un tempo ineliminabili. Esistono beninteso punti d’ombra resistenti, corroborati spesso dalle politiche editoriali. Sempre più tuttavia, pure attraverso blog e giornali on-line, l’inchiesta e il reportage convergono sulle problematiche nodali del territorio: dagli sviluppi degli insediamenti NATO alle vicissitudini degli ATO, dalla condizione dei migranti nei centri di permanenza temporanea alla devastazione degli ambienti, mentre va facendosi cospicuo l’intervento informativo su un tema emergente: la decisione del governo di destinare proprio in questa area dell’isola, fortemente sismica, una delle cinque centrali nucleari che intende realizzare in Italia. È il caso di sottolineare infine che la Sicilia, il sudest in particolare, costituisce un buon punto di osservazione per raccontare le vicende, spesso drammatiche, del Mediterraneo. E, per quanto prima illustrato, è importante che lo diventi con pienezza negli anni a venire.

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