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    Pomigliano

    19 giugno 2010 - Giovanni Matichecchia

    A Pomigliano si gioca una partita importante per il futuro assetto del lavoro, delle relazioni sindacali, della vita in fabbrica, del valore e del peso della contrattazione collettiva.
    Apparentemente si propone una obbligata e necessaria limitazione di diritti e garanzie. In sostanza una inversione di tendenza per ritornare ad una vita di fabbrica conosciuta qualche decennio fa. Ma se l’obbiettivo è innegabile, attenzione merita la strategia.
    I rapporti di lavoro nella piccola e media impresa sono già caratterizzati e regolati da un forte squilibrio di potere. Preminente quello del datore di lavoro, scarso o nullo quello del lavoratore. Sappiamo tutti che nella piccola azienda è difficile scioperare, è difficile il ricorso alla malattia, è difficile sottrarsi alla chiamata allo straordinario o a un raddoppio di turno.
    Si tratta qui di far entrare nella grande fabbrica, laddove il sindacato aveva continuato a conservare il suo peso, le logiche dominanti nelle piccole realtà.
    Ci sono, tuttavia, elementi di novità sui quali val la pena soffermarsi.
    Fino a ieri il datore di lavoro avviava l’investimento e, all’atto dell’assunzione, proponeva limiti e condizioni. Naturalmente subite dal lavoratore nel suo più alto momento di debolezza contrattuale. Ora il datore di lavoro pensa di trasferire questo suo momento di forza già all’atto dell’investimento e far leva sul senso di responsabilità delle grandi aggregazioni di lavoratori. Non vuole più affidare il futuro della propria azienda a scelte e comportamenti individuali.
    Le pressioni che è possibile esercitare all’atto dell’assunzione sono dirette al solo lavoratore che risponde delle proprie azioni e delle proprie omissioni.
    Problematico controllare la scelta individuale di chi, senza preoccupazione per le conseguenze dei propri comportamenti sceglie la malattia, lo sciopero, il rifiuto del turno notturno.
    Contrattare a monte dell’investimento significa invece mettere il singolo davanti ad una responsabilità di gruppo, a quel senso di solidarietà che caratterizza le grandi organizzazioni di lavoratori, dalla quale è difficile sottrarsi. Se pensiamo poi che la trattativa è stata impostata sulla possibilità di garantire lavoro a migliaia di giovani disoccupati, appare difficile sottrarsi alla forza di tali argomenti.
    Difficilmente la Fiom potrà portare il peso di una decisione che esclude la possibilità di lavorare a migliaia di disoccupati. L’azienda con un patto a monte chiama il sindacato a blindare la limitazione dei diritti conquistati con anni di lotte. Non si esce da questa situazione? Con gli attuali strumenti di diritto è molto difficile. Finché qualcuno metterà sul piatto della bilancia 700 milioni di investimento e sull’altro piatto ci sarà una disoccupazione giovanile al 30%, sarà molto improbabile.

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