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    I segreti di Nizza

    Un paragrafo del libro di Carlo Ruta "Il caso Giudici. Nicolas Giudici: la misteriosa morte del giornalista che indagò sui poteri forti di Francia".
    23 settembre 2012 - Carlo Ruta

    Il palazzo neoclassico in cui si amministra la giustizia, nella celebre promenade des Anglais, offre allora una chiave di lettura di quella lunga striscia del Paese che molti francesi, allo scopo di prenderne le distanze, identificano come il nord del Mediterraneo e non come il Mezzogiorno della Francia. Su questa costa i sistemi politici hanno registrato anomalie e derive importanti. E Nizza, che è la quinta città della Francia, con un’area metropolitana di oltre un milione di abitanti, è per certi versi la capitale di questo modo d’essere. Si tratta di una città conservatrice, dove sin dal secondo dopoguerra le istituzioni e i poteri territoriali hanno scavato il nido, e dove gli incarichi pubblici, inclusi i più delicati, come quelli della giustizia e dell’ordine pubblico, durano più a lungo che altrove. Nizza è la città dei Médecin. Dal 1947 al 1965 ne è stato sindaco Jean, e successivamente il figlio Jacques, che ha dovuto abbandonare la Francia nel 1990 in seguito a numerosi scandali di corruzione politica. Tre anni dopo il secondo è stato catturato in Uruguay, estradato e condannato al carcere.
    Nizza, appunto, non è sola. Nel secondo Novecento l’illegalità politica è una prassi nell’intera Costa Azzurra. E altre vicende di corruzione, arrivate allo scandalo, godono della stessa emblematicità. Sono, soprattutto, i casi, assai noti in Francia, di Maurice Arreckx, sindaco di Tolone, di Alain Carignon, sindaco di Grenoble e di Michel Mouillot, sindaco di Cannes, finiti tutti in carcere con pene pesanti per essere risultati coinvolti in trame affaristiche. Tenuto conto allora di questo contesto generale, di poteri eterogenei, politici ma anche economici e di altro livello, che agiscono, contaminano e influiscono sulla vita delle istituzioni, si può ritornare a quanto accade negli anni novanta negli uffici giudiziari. Il Palazzo di Giustizia di Nizza
    A lungo nel palazzo di Giustizia ha funzionato un sistema «perfetto», fatto di affari comuni, complicità, silenzi e forse pure di vizi condivisi. Ma se gli equilibri di tale sistema, delicatissimi, sono messi a dura prova dal caso Kamal, essi saltano clamorosamente dopo l’arrivo di Eric de Montgolfier. Ciò avviene quando questo magistrato, assunta nel 1999 la carica di procuratore, decide di indagare sulle condotte del giudice istruttore Renard, a partire dal caso Kamal, ma per arrivare a ben altro. Le osservazioni di Montgolfier sulla vicenda di Lauriane, sintetizzate un paio di anni dopo davanti alla diciassettesima Camera correzionale del tribunale di Parigi, nel corso di un processo per diffamazione legato al caso, sono precise: «Questo dossier offre la prova più evidente sulle disfunzioni che colpiscono il tribunale di Nizza. Un avvocato si è visto intimare l’ordine di abbandonare un caso giudiziario perché vi era implicato un magistrato, un denunciante è stato presentato come persona sospetta, degli accusati sono stati trattati come vittime, un decreto di decadenza della potestà genitoriale è stato pronunciato in condizioni stupefacenti […]. Abbiamo bisogno allora di sapere: c’è o non c’è pedofilia nel tribunale di Nizza?». Il magistrato ritiene, in definitiva, che il caso Kamal possa essere riaperto: «Abbiamo bisogno però di nuovi elementi. Sono perciò pronto a raccogliere tutte le testimonianze e ad esaminare tutti gli elementi che possano consentire di fare chiarezza su questo affare».
    Il nuovo procuratore, arrivato a Nizza «per fare pulizia», su incarico di Élisabeth Guigou, ministro della Giustizia del governo di Lionel Jospin, lancia una sfida in piena regola, che di primo acchito si stenta un po’ a raccogliere, perché a sostenerla, da dentro il palazzo, è un magistrato che può infliggere danni seri. Ma chi è Eric de Montgolfier quando arriva alla procura del tribunale di Grande Istanza di Nizza? Per l’opinione pubblica francese è soprattutto un esempio di intransigenza. Dal 1977 al 1985 egli è stato in servizio al ministero della Giustizia a Parigi, dove si è occupato di affari economici e finanziari che coinvolgevano politici importanti. Ha potuto studiare quindi, da un punto di osservazione straordinario, i meccanismi della corruzione, che in Francia, tanto più nelle aree centro-settentrionali, sono spesso molto sofisticati. Montgolfier ha raggiunto comunque la grande notorietà nel 1993, quando, da procuratore di Valenciennes, comune del Nord-Passo di Calais, si è occupato del dossier OM-VA. Si tratta di una storia di corruzione sportiva che ha coinvolto pesantemente Bernard Tapie, personaggio noto dello sport e degli affari, che in quel periodo, sotto la presidenza di François Mitterrand, occupava un posto nel governo di Pierre Bérégovoy. Tapie, a causa di tale coinvolgimento, ha dovuto dimettersi.
    Per questo passato, Montgolfier arriva a Nizza con la fama di magistrato inflessibile. E da subito, mentre s’interroga sui punti irrisolti dell’affare Kamal, è attratto da alcuni intrecci all’ombra della massoneria francese. La vicenda di Lauriane confluisce allora in una storia più complessa, che coinvolge la città e il tribunale. Sul palazzo di Giustizia l’influenza della Grande Loge Nationale Française, la GLNF, si esprime soprattutto attraverso gli atti del giudice istruttore Jean-Paul Renard, che ne è affiliato da lunga data. Si tratta di una influenza forte e pregiudizievole, che induce Montgolfier a muoversi con rapidità. In una intervista del 9 ottobre 1999 al «Nouvel Observateur» egli non esita a sfidare la potente loggia massonica, mentre denuncia le relazioni ambigue che Renard intrattiene con essa. E il giudice istruttore, in carica in città da venti anni, risponde a stretto giro, dalle colonne del «Mice-Matin», asserendo che ha già lasciato la loggia massonica «per evitare una caccia alle streghe» quando ha saputo che un dossier intestato a Michel Mouillot, sindaco di Cannes per il Parti républicain dal 1989 al 1997, anche lui affiliato alla loggia, era pervenuto nelle mani della Giustizia di Nizza.
    Lo scontro, seguito con puntualità dai mezzi di comunicazione, sia fa man mano più radicale, tanto più dopo che Renard è stato posto sotto accusa per falso e per violazione del segreto professionale. Nel luglio 2001 il ministro della Giustizia Marylise Lebranchu ordina quindi una ispezione amministrativa nel palazzo di Giustizia di Nizza. Con quali effetti? Il procuratore Montgolfier accoglie questa iniziativa con favore, ma gli ispettori, dopo aver lavorato per oltre un anno, gelano le sue aspettative, dichiarando di non aver trovato sufficienti riscontri alle denunce. Nel loro rapporto preliminare, presentato al ministro nel settembre 1972, si legge: «L’ispezione generale constata una grande sproporzione tra l’entità del sospetto manifestato e le manchevolezze riscontrate effettivamente». La stampa francese parla di un effetto boomerang che investe Montgolfier. E lo stesso procuratore accusa la sconfitta. Ascoltato da «Libération» spiega: «Parlando di influenze massoniche, sapevo che avrei subito dei contraccolpi. Ho l’impressione oggi che la trappola si stia chiudendo su di me». E aggiunge: «Credo di essere il colpevole ideale. Fin dall’inizio sapevo che chi dice la verità finisce per pagare».
    Renard si può sentire soddisfatto, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Qualche anno dopo, le sorti infatti si rovesciano, quando il presidente della Corte d’Appello di Versailles Vincent Lamanda, che in Francia gode di un prestigio largo, redige su incarico del CSM, che deve pronunciarsi sulla questione, un rapporto sulle condotte del giudice istruttore di Nizza. Questo rapporto, reso pubblico da «Le Journal du dimanche» il 10 ottobre 2004, sconfessando quello ordinato dal ministro Lebranchu, documenta, con molta cura, le relazioni pericolose di Jean-Paul Renard.
    Se il caso Kamal ha reso pubblici i vizi e gli abusi che deprimono la Giustizia nel Sud della Francia, il rapporto Lamanda, attraverso la vicenda del giudice istruttore di Nizza, traccia un quadro allarmante delle commistioni tra Giustizia e ambienti affaristico-criminali. Dando un rilievo particolare alle relazioni tra Renard e Michel Mouillot, esso investiga i motivi per cui il giudice, mentre istruiva procedimenti penali sul sindaco di Cannes, si incontrava e interloquiva con questa persona presso la Grande Loge Nationale Française. Documenta inoltre la frequentazione, di circa quindici anni, tra Renard e Marcel Allieis, ex agente segreto di un capo di stato sudamericano, condannato per reati finanziari e anche lui affiliato alla GLNF. Lamanda, sulla scorta di intercettazioni, rileva che Allieis si sarebbe servito «delle sue relazioni con il giudice per far ritirare mandati di arresto». Su questo sfondo di collusioni, il rapporto segnala, poi, un episodio «incredibile e preoccupante». È risultato che l’avvocato Michèle Martinez, moglie di Renard e patrocinatore di Allieis, ha ricevuto una cospicua somma di denaro proveniente dal francese *** ***, sospettato di avere legami con la mafia calabrese. Perché questo esborso? Secondo Lamanda, *** intendeva sollecitare, in questo modo, l’intervento del giudice istruttore per la cancellazione dei suoi precedenti penali dal casellario giudiziario. L’alto magistrato di Versailles conclude che le menzogne e le «giustificazioni ridicole» del giudice soggetto al procedimento «fanno supporre una perdita di riferimenti deontologici». Egli suggerisce quindi di autorizzare nuove inchieste «sia su fatti imputabili al signor Renard, non inclusi nel presente procedimento, sia nei riguardi di altri magistrati».
    Il sistema reagisce, cercando di mettere sotto accusa il procuratore, e lo scontro è durissimo, ma Montgolfier ottiene un risultato straordinario. Il 29 ottobre 2004 il Consiglio Superiore della Magistratura rimuove Renard dal suo incarico «per violazione grave e ripetuta agli obblighi di diligenza, neutralità, imparzialità e rigore professionale». Per il CSM, il giudice «ha violato le norme etiche indispensabili all’esercizio della funzione giudiziaria». Secondo il magistrato Anne de Fontette «il signor Renard ha fatto un uso privato della sua autorità pubblica; egli non ha servito la legge, ma si è servito di essa». Nizza trema, poiché si temono effetti a catena. Dal canto suo, il magistrato rimosso, ricercando una via d’uscita, fa ricorso al Consiglio di Stato, ma il 15 marzo 2006 questo organo conferma la sanzione del CSM. La parabola di Renard si chiude infine con una condanna emblematica. Nel gennaio 2006 il tribunale penale di Parigi infligge al giudice massone una pena pecuniaria per violazione del segreto professionale, per aver trasmesso informazioni riservate, tratte dal casellario giudiziario nazionale, alla GLNF. Montgolfier esce allora vincitore da questo scontro? Moralmente sì, ma nelle cose probabilmente no. Sono in arrivo infatti, come lui stesso avrà modo di dichiarare quando lascerà Nizza per insediarsi alla Corte d’Appello di Bourges, gli anni più difficili della sua carriera.
    Carlo Ruta

    Carlo Ruta, "Il caso Giudici. Nicolas Giudici: la misteriosa morte del giornalista che indagò sui poteri forti di Francia", Alpine Studio Edizioni, Lecco, settembre 2012, pp. 128, euro 12,00.

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