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    Colletti Criminali. L’intreccio perverso tra mafie e finanze

    Il criminologo francese Jean-François Gayraud e il saggista Carlo Ruta firmano un saggio sui nuovi processi espansivi delle economie criminali. Se ne presenta qui un brano, per concessione della Castelvecchi Editore.
    24 febbraio 2014 - Redazione

    Corrotti e corruttori CARLO RUTA: Fin qui, sul rapporto per certi versi «interlocutorio», o «dialettico», tra mondo finanziario e leggi nel tempo della deregulation. Adesso, ancora sul terremoto dei subprime e ancora dalla prospettiva statunitense che ne è stato l’epicentro, si può focalizzare la relazione tra finanza e politica, che rimane molto complessa. L’autonomia della politica e degli Stati al cospetto del mercato globalizzato presenta importanti criticità, pure per ragioni strutturali. Nell’ipotesi migliore, rischia di essere un’aspirazione titanica, una resistenza, che con difficoltà estreme e con minime possibilità di successo può tentare di disancorarsi dal terreno del dover essere, dei propositi civili che accendono l’etica pubblica, per diventare prassi. Nella peggiore delle ipotesi, si presenta invece come un artificio, e potrebbe essere questo il caso degli Stati Uniti, dove malgrado gli strumenti delle nuove leggi, post-crisi, come il Dodd-Frank Act approvato dall’amministrazione Obama nel 2010, che avrebbe dovuto migliorare tra l’altro i sistemi di controllo del mando bancario, le sinergie tra i due livelli appaiono perfette. Alla luce dei fatti, sembra davvero lontana l’esperienza rooseveltiana del New Deal. Circa la potenza decisionale e operativa della finanza nel mondo di oggi, non si dovrebbe avere alcun timore di rileggere alcuni classici della teoria economica socialista, in particolare Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding, uscito nei primi anni del XX secolo, quando andava consolidandosi l’epoca dei trusts. Quest’analisi, profetica, può aiutare a comprendere infatti i processi del capitalismo imperialistico nell’ultimo secolo, fino alla recessione di questi tempi. Il potere finanziario, è un leit motiv dei nostri tempi, lede in profondità la sovranità degli Stati, ma con più enfasi del capitalismo produttore di merci mette in discussione, appunto, l’autorità e l’operatività politica dei governi. Lontano dall’«epica» del vapore e dalle aspirazioni che hanno sostenuto la rivoluzione del 1789, il capitalismo contemporaneo corrompe nell’intimo la democrazia, rendendola un artificio procedurale, anteponendo i propri interessi ai diritti del cittadino. Nell’opera Contemporary Capitalism, nel 1956, lo studioso inglese John Strachey scriveva con lungimiranza: «Ciò che si deve temere, …, non è un attacco diretto. Ciò che non soltanto è probabile ma inevitabile – e che infatti sta avendo luogo continuamente – è il tentativo, in gran parte inconsapevole, del capitale altamente organizzato ed integrato negli oligopoli, inteso a manipolare, distorcere e se necessario inceppare a proprio vantaggio gli ingranaggi della democrazia contemporanea. […] Ma, l’insieme di tutte queste modificazioni e manipolazioni, se non dovesse incontrare una decisa opposizione, significherebbe la fine della democrazia effettiva». E di questo lavoro di sbancamento delle democrazie, da parte di poteri più o meno occulti dell’economia, si è occupato a più riprese Norberto Bobbio, in anni in cui non si parlava ancora di deregulation. Cosa fare allora? La necessità di imbrigliare questi poteri, di temperamento assolutistico, è implicita nell’analisi keynesiana degli anni venti-trenta ed è stato un obiettivo del New Deal. Un sano pessimismo, sostenuto dai numeri disponibili, suggerisce tuttavia che il potere di condizionamento detenuto oggi dalle grandi lobby finanziarie sia in grado di rendere pressoché impraticabile ogni riforma sostanziale all’interno del sistema. Simon Johnson e James Kwak, autori del libro-inchiesta 13 Bankers, uscito negli Stati Uniti nel 2010, documentano che le banche responsabili della recessione controllano oggi fette dell'economia americana addirittura superiori a quelle che controllavano prima che erompesse la crisi. Secondo le loro stime, le sei maggiori banche statunitensi raccolgono il 63% del PIL federale, ne controllavano il 57-58% qualche anno prima, e il 17% 15 anni prima. In definitiva, secondo Johnson e Kwak, queste sei banche, invece di essere chiamate a pagare il conto per le loro frodi e malversazioni, sono divenute ancora più forti e potenti, e, in tema di svuotamento dei diritti e delle istituzioni rappresentative, hanno accresciuto immensamente il loro potere di ricatto, nei riguardi del Congresso, dove usano piazzare uomini fidati, e della Casa Bianca. Tracciato questo breve profilo generale, si può entrare allora nei dettagli, definendo i modi in cui il binomio finanza-politica si è espresso nell’affare dei mutui subprime. In primo luogo, sarà utile scandagliare le strategie e gli artifici con cui le grandi lobby economiche e finanziarie hanno condizionato e condizionano ancora oggi, dalla prospettiva di questo grande affare, i comportamenti dei poteri ufficiali, politici e istituzionali, degli States. Si tratta quindi di definire in quale misura la vicenda dei subprime rappresenti, oltre che l’America reale di oggi, le problematicità globali della «rivoluzione» neoliberista. JEAN-FRANÇOIS GAYRAUD: Partirei da una premessa. La gigantesca frode progettata da Bernard Madoff, rivelata incidentalmente dalla crisi dei subprime, come una sorta di danno collaterale, non è stata un’aberrazione, ma il sintomo di una finanza e di una economia americane divenute globalmente piramidali, «madoffiane» appunto. Bernard Madoff aveva appena realizzato al suo livello quello che l’America aveva lasciato fare a tutti nel corso di una generazione: una piramide di debiti privati in odore di fraudolenza. Un contesto identico di cieca deregolamentazione, propedeutica alle frodi, ha prodotto sia la crisi dei subprime sia l’affare Madoff; e tante altre piramidi fraudolente sono venute poi alla luce, quando i guardiani del tempio (SEC, etc.) si sono svegliati. La vera questione all’origine di questa crisi è tuttavia più politica che strettamente penale. Da dove vengono queste leggi di deregulation tanto distruttive e criminogene? Qui entriamo nel cuore della questione posta: la relazione, appunto, tra finanza e politica. Dagli anni ottanta, la potente lobby della finanza di Wall Street ha potuto letteralmente catturare, comprandola in modo pienamente legale, gran parte della classe politica americana, poi le istituzioni di Washington. Per effetto del costo divenuto astronomico delle campagne elettorali, il sistema politico americano accorda un vantaggio determinante ai candidati che dispongono di più denaro. Consapevoli di questo privilegio, le potenti lobby finanziarie sostengono solo i candidati democratici e repubblicani devoti alla causa della deregulation. In definitiva, le leggi sono vendute ad una oligarchia finanziaria. Si assiste così ad una sorta di trasferimento del potere da Wall Street a Washington. E questo ribaltamento geopolitico è facilitato dalla pratica equivoca del revolving doors tra l’industria finanziaria e l’alta amministrazione federale. Questa consuetudine crea infiniti «conflitti d’interesse», favorevoli a vere situazioni di corruzione, o perlomeno a una connessione d’interessi e di punti di vista, tra finanzieri, responsabili politici e amministratori. Questa crisi largamente criminale mette in chiaro il nuovo equilibrio dei poteri negli Stati Uniti tra la politica (Washington) e la finanza (Wall Street): dopo il blocco «militare-industriale» denunciato dal presidente Eisenhower nel 1961, si è imposto surrettiziamente un blocco «politico-finanziario»? Si tratta probabilmente di un nuovo equilibrio di poteri, comune a numerosi paesi del mondo. La lobby finanziaria non si accontenta di designare una parte della classe politica americana. È in grado di legare a sé universitari, analisti finanziari e infine giornalisti, soggiogati dalla complessità della materia e dall’appartenenza della stragrande maggioranza dei media ai grandi gruppi capitalistici. Così la frode può sparire dalle analisi più influenti. Il crimine perfetto non è forse quello in cui la realtà è ignorata, o meglio ancora in cui l’idea stessa del crimine sembra inconcepibile? Il sistema predatorio che ha originato questo disastro sociale è rimasto intatto, anche dopo la legge di regolamentazione finanziaria detta Dodd-Frank, votata nell’estate 2010. Questa legge, per quanto complessa, costituisce una tigre di carta, in cui le rare norme vincolanti per la finanza americana sono state implementate dalle lobby della stessa finanza nel corso della redazione dei testi attuativi. Si è lontani mille miglia dalle leggi del New Deal, con cui si è stati in grado di contrastare il potere del denaro. Ironia della sorte, e nelle logiche comunque che sorreggono il sistema, le istituzioni e i maggiori responsabili di questo disastro criminale sono usciti dalla crisi più forti che mai. Che pensare allora d’un sistema che alla fine ricompensa in questo modo i truffatori? Un simile statu quo è preoccupante, poiché la diagnosi criminale è stata operata dagli americani stessi con le commissioni d’indagine del Congresso. Evidentemente, tutto questo non basta. È come se i «poteri legali», esecutivo, legislativo e mediatico, non avessero più un peso effettivo di fronte al «potere reale» del denaro. Come il genio della lampada, i protagonisti della finanza globalizzata fanno e disfano infatti a loro piacimento, senza che nessuno sia in grado e abbia la volontà di fermarli. Le frodi insistono senza essere perseguite penalmente, cosa che conferisce loro una sorta di assegno in bianco morale e, come ho sottolineato, minimizza la loro gravità. Speculazioni di carattere criminale hanno luogo regolarmente sul mercato delle materie prime, le commodities, un mercato nel quale l’epicentro è a Chicago. L’ente di controllo americano, la Federal Energy Regulatory Commission, ha dimostrato ancora nel 2012 come diverse grandi banche di Wall Street, tra cui JP Morgan e Deutsche Bank, manipolavano i prezzi delle borse di Chicago. Anche in questo caso ci fu solo un processo di patteggiamento, chiusosi con il pagamento di ammende! Ma dietro i prezzi del petrolio, dell’elettricità o del frumento, ci sono in ogni parte del mondo popolazioni povere, la cui sopravvivenza dipende in molti casi dalle oscillazioni dei prezzi in borsa. Queste speculazioni sono perlopiù invisibili o indimostrabili, perché le negoziazioni avvengono velocemente (high frequency trading), dando luogo a meccanismi aberranti. È legittimo chiedersi allora se certe crisi alimentari, determinate da forti rialzi dei prezzi, non abbiano origine dalla speculazione organizzata da Goldman Sachs e dai loro sodali di Wall Street o della City. Ma a proteggere al meglio i grandi truffatori della finanza moderna è probabilmente l’ignoranza. Trovo significativo questo motto di Marshall Mac Luhan: «Solo i segreti più piccoli hanno bisogno di essere protetti. I più grandi sono protetti dall’incredulità pubblica.» L’impunità e la scomparsa del crimine nell’affare dei subprime e nei mercati finanziari, mi porta a una riflessione più ampia. Uno dei grandi stratagemmi della modernità consiste nel legalizzare la truffa, nel liberare cioè il crimine dalla morsa delle leggi. Evidentemente, questo è quasi impossibile per i crimini contro le persone. Ma è più facile quando si tratta di criminalità economica e finanziaria in un mondo deregolamentato e globalizzato. Si guardi come la corruzione politica egli Stati Uniti è stata semplicemente legalizzata a favore delle lobby, con il contributo della stessa Corte suprema, che ha sciolto imprese e sindacati da ogni limite di contribuzione elettorale. In sostanza, la legge, favorevole ai ricchi, coopera apertamente per fare eleggere i candidati più legati ai potenti. Hai bisogno di corrompere? La legge ti viene in soccorso Corrotti e corruttori CARLO RUTA: Fin qui, sul rapporto per certi versi «interlocutorio», o «dialettico», tra mondo finanziario e leggi nel tempo della deregulation. Adesso, ancora sul terremoto dei subprime e ancora dalla prospettiva statunitense che ne è stato l’epicentro, si può focalizzare la relazione tra finanza e politica, che rimane molto complessa. L’autonomia della politica e degli Stati al cospetto del mercato globalizzato presenta importanti criticità, pure per ragioni strutturali. Nell’ipotesi migliore, rischia di essere un’aspirazione titanica, una resistenza, che con difficoltà estreme e con minime possibilità di successo può tentare di disancorarsi dal terreno del dover essere, dei propositi civili che accendono l’etica pubblica, per diventare prassi. Nella peggiore delle ipotesi, si presenta invece come un artificio, e potrebbe essere questo il caso degli Stati Uniti, dove malgrado gli strumenti delle nuove leggi, post-crisi, come il Dodd-Frank Act approvato dall’amministrazione Obama nel 2010, che avrebbe dovuto migliorare tra l’altro i sistemi di controllo del mando bancario, le sinergie tra i due livelli appaiono perfette. Alla luce dei fatti, sembra davvero lontana l’esperienza rooseveltiana del New Deal. Circa la potenza decisionale e operativa della finanza nel mondo di oggi, non si dovrebbe avere alcun timore di rileggere alcuni classici della teoria economica socialista, in particolare Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding, uscito nei primi anni del XX secolo, quando andava consolidandosi l’epoca dei trusts. Quest’analisi, profetica, può aiutare a comprendere infatti i processi del capitalismo imperialistico nell’ultimo secolo, fino alla recessione di questi tempi. Il potere finanziario, è un leit motiv dei nostri tempi, lede in profondità la sovranità degli Stati, ma con più enfasi del capitalismo produttore di merci mette in discussione, appunto, l’autorità e l’operatività politica dei governi. Lontano dall’«epica» del vapore e dalle aspirazioni che hanno sostenuto la rivoluzione del 1789, il capitalismo contemporaneo corrompe nell’intimo la democrazia, rendendola un artificio procedurale, anteponendo i propri interessi ai diritti del cittadino. Nell’opera Contemporary Capitalism, nel 1956, lo studioso inglese John Strachey scriveva con lungimiranza: «Ciò che si deve temere, …, non è un attacco diretto. Ciò che non soltanto è probabile ma inevitabile – e che infatti sta avendo luogo continuamente – è il tentativo, in gran parte inconsapevole, del capitale altamente organizzato ed integrato negli oligopoli, inteso a manipolare, distorcere e se necessario inceppare a proprio vantaggio gli ingranaggi della democrazia contemporanea. […] Ma, l’insieme di tutte queste modificazioni e manipolazioni, se non dovesse incontrare una decisa opposizione, significherebbe la fine della democrazia effettiva». E di questo lavoro di sbancamento delle democrazie, da parte di poteri più o meno occulti dell’economia, si è occupato a più riprese Norberto Bobbio, in anni in cui non si parlava ancora di deregulation. Cosa fare allora? La necessità di imbrigliare questi poteri, di temperamento assolutistico, è implicita nell’analisi keynesiana degli anni venti-trenta ed è stato un obiettivo del New Deal. Un sano pessimismo, sostenuto dai numeri disponibili, suggerisce tuttavia che il potere di condizionamento detenuto oggi dalle grandi lobby finanziarie sia in grado di rendere pressoché impraticabile ogni riforma sostanziale all’interno del sistema. Simon Johnson e James Kwak, autori del libro-inchiesta 13 Bankers, uscito negli Stati Uniti nel 2010, documentano che le banche responsabili della recessione controllano oggi fette dell'economia americana addirittura superiori a quelle che controllavano prima che erompesse la crisi. Secondo le loro stime, le sei maggiori banche statunitensi raccolgono il 63% del PIL federale, ne controllavano il 57-58% qualche anno prima, e il 17% 15 anni prima. In definitiva, secondo Johnson e Kwak, queste sei banche, invece di essere chiamate a pagare il conto per le loro frodi e malversazioni, sono divenute ancora più forti e potenti, e, in tema di svuotamento dei diritti e delle istituzioni rappresentative, hanno accresciuto immensamente il loro potere di ricatto, nei riguardi del Congresso, dove usano piazzare uomini fidati, e della Casa Bianca. Tracciato questo breve profilo generale, si può entrare allora nei dettagli, definendo i modi in cui il binomio finanza-politica si è espresso nell’affare dei mutui subprime. In primo luogo, sarà utile scandagliare le strategie e gli artifici con cui le grandi lobby economiche e finanziarie hanno condizionato e condizionano ancora oggi, dalla prospettiva di questo grande affare, i comportamenti dei poteri ufficiali, politici e istituzionali, degli States. Si tratta quindi di definire in quale misura la vicenda dei subprime rappresenti, oltre che l’America reale di oggi, le problematicità globali della «rivoluzione» neoliberista. JEAN-FRANÇOIS GAYRAUD: Partirei da una premessa. La gigantesca frode progettata da Bernard Madoff, rivelata incidentalmente dalla crisi dei subprime, come una sorta di danno collaterale, non è stata un’aberrazione, ma il sintomo di una finanza e di una economia americane divenute globalmente piramidali, «madoffiane» appunto. Bernard Madoff aveva appena realizzato al suo livello quello che l’America aveva lasciato fare a tutti nel corso di una generazione: una piramide di debiti privati in odore di fraudolenza. Un contesto identico di cieca deregolamentazione, propedeutica alle frodi, ha prodotto sia la crisi dei subprime sia l’affare Madoff; e tante altre piramidi fraudolente sono venute poi alla luce, quando i guardiani del tempio (SEC, etc.) si sono svegliati. La vera questione all’origine di questa crisi è tuttavia più politica che strettamente penale. Da dove vengono queste leggi di deregulation tanto distruttive e criminogene? Qui entriamo nel cuore della questione posta: la relazione, appunto, tra finanza e politica. Dagli anni ottanta, la potente lobby della finanza di Wall Street ha potuto letteralmente catturare, comprandola in modo pienamente legale, gran parte della classe politica americana, poi le istituzioni di Washington. Per effetto del costo divenuto astronomico delle campagne elettorali, il sistema politico americano accorda un vantaggio determinante ai candidati che dispongono di più denaro. Consapevoli di questo privilegio, le potenti lobby finanziarie sostengono solo i candidati democratici e repubblicani devoti alla causa della deregulation. In definitiva, le leggi sono vendute ad una oligarchia finanziaria. Si assiste così ad una sorta di trasferimento del potere da Wall Street a Washington. E questo ribaltamento geopolitico è facilitato dalla pratica equivoca del revolving doors tra l’industria finanziaria e l’alta amministrazione federale. Questa consuetudine crea infiniti «conflitti d’interesse», favorevoli a vere situazioni di corruzione, o perlomeno a una connessione d’interessi e di punti di vista, tra finanzieri, responsabili politici e amministratori. Questa crisi largamente criminale mette in chiaro il nuovo equilibrio dei poteri negli Stati Uniti tra la politica (Washington) e la finanza (Wall Street): dopo il blocco «militare-industriale» denunciato dal presidente Eisenhower nel 1961, si è imposto surrettiziamente un blocco «politico-finanziario»? Si tratta probabilmente di un nuovo equilibrio di poteri, comune a numerosi paesi del mondo. La lobby finanziaria non si accontenta di designare una parte della classe politica americana. È in grado di legare a sé universitari, analisti finanziari e infine giornalisti, soggiogati dalla complessità della materia e dall’appartenenza della stragrande maggioranza dei media ai grandi gruppi capitalistici. Così la frode può sparire dalle analisi più influenti. Il crimine perfetto non è forse quello in cui la realtà è ignorata, o meglio ancora in cui l’idea stessa del crimine sembra inconcepibile? Il sistema predatorio che ha originato questo disastro sociale è rimasto intatto, anche dopo la legge di regolamentazione finanziaria detta Dodd-Frank, votata nell’estate 2010. Questa legge, per quanto complessa, costituisce una tigre di carta, in cui le rare norme vincolanti per la finanza americana sono state implementate dalle lobby della stessa finanza nel corso della redazione dei testi attuativi. Si è lontani mille miglia dalle leggi del New Deal, con cui si è stati in grado di contrastare il potere del denaro. Ironia della sorte, e nelle logiche comunque che sorreggono il sistema, le istituzioni e i maggiori responsabili di questo disastro criminale sono usciti dalla crisi più forti che mai. Che pensare allora d’un sistema che alla fine ricompensa in questo modo i truffatori? Un simile statu quo è preoccupante, poiché la diagnosi criminale è stata operata dagli americani stessi con le commissioni d’indagine del Congresso. Evidentemente, tutto questo non basta. È come se i «poteri legali», esecutivo, legislativo e mediatico, non avessero più un peso effettivo di fronte al «potere reale» del denaro. Come il genio della lampada, i protagonisti della finanza globalizzata fanno e disfano infatti a loro piacimento, senza che nessuno sia in grado e abbia la volontà di fermarli. Le frodi insistono senza essere perseguite penalmente, cosa che conferisce loro una sorta di assegno in bianco morale e, come ho sottolineato, minimizza la loro gravità. Speculazioni di carattere criminale hanno luogo regolarmente sul mercato delle materie prime, le commodities, un mercato nel quale l’epicentro è a Chicago. L’ente di controllo americano, la Federal Energy Regulatory Commission, ha dimostrato ancora nel 2012 come diverse grandi banche di Wall Street, tra cui JP Morgan e Deutsche Bank, manipolavano i prezzi delle borse di Chicago. Anche in questo caso ci fu solo un processo di patteggiamento, chiusosi con il pagamento di ammende! Ma dietro i prezzi del petrolio, dell’elettricità o del frumento, ci sono in ogni parte del mondo popolazioni povere, la cui sopravvivenza dipende in molti casi dalle oscillazioni dei prezzi in borsa. Queste speculazioni sono perlopiù invisibili o indimostrabili, perché le negoziazioni avvengono velocemente (high frequency trading), dando luogo a meccanismi aberranti. È legittimo chiedersi allora se certe crisi alimentari, determinate da forti rialzi dei prezzi, non abbiano origine dalla speculazione organizzata da Goldman Sachs e dai loro sodali di Wall Street o della City. Ma a proteggere al meglio i grandi truffatori della finanza moderna è probabilmente l’ignoranza. Trovo significativo questo motto di Marshall Mac Luhan: «Solo i segreti più piccoli hanno bisogno di essere protetti. I più grandi sono protetti dall’incredulità pubblica.» L’impunità e la scomparsa del crimine nell’affare dei subprime e nei mercati finanziari, mi porta a una riflessione più ampia. Uno dei grandi stratagemmi della modernità consiste nel legalizzare la truffa, nel liberare cioè il crimine dalla morsa delle leggi. Evidentemente, questo è quasi impossibile per i crimini contro le persone. Ma è più facile quando si tratta di criminalità economica e finanziaria in un mondo deregolamentato e globalizzato. Si guardi come la corruzione politica egli Stati Uniti è stata semplicemente legalizzata a favore delle lobby, con il contributo della stessa Corte suprema, che ha sciolto imprese e sindacati da ogni limite di contribuzione elettorale. In sostanza, la legge, favorevole ai ricchi, coopera apertamente per fare eleggere i candidati più legati ai potenti. Hai bisogno di corrompere? La legge ti viene in soccorso.

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