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    Il crepuscolo del «Doge»

    Dalla «scoperta» del Nordest al pluralismo affaristico del presente, le criticità di una economia che ha ottenuto credito nel Paese e nel mondo. I mega progetti e i meccanismi della corruzione. I default della politica e le derive del sistema
    30 novembre 2014 - Carlo Ruta
    Fonte: Narcomafie, ottobre 2014

    Il capitalismo veneto ha retto per alcuni decenni su un sistema di manifatture piccole e medie non solo produttive e vincenti nel mercato interno ma in grado pure di aggredire le Borse, di contare nei grandi circuiti finanziari e d’imporsi sui mercati dei consumi su scala planetaria. Per questo, per l’equilibrio consolidato raggiunto tra il territoriale e il globale, esso è passato come un modello virtuoso, da studiare e, sul piano delle politiche imprenditoriali, da imitare. I casi di Benetton, Geox, Luxottica, Stefanel, Riello e altri sono stati esibiti come un miracolo italiano. E proprio per questa considerazione, a lungo hanno contribuito a coprire altri aspetti dell’economia veneta. Ma l’oleografia ha fatto il suo tempo, travolta, come tante storie esaltanti di questa epoca, non solo italiane, dalla corruzione e dagli scandali. In realtà la regione del Paese che più ha rivendicato negli ultimi decenni la propria autonomia e perfino un proprio diritto all’indipendenza, mettendo in campo i propri successi economici e la tradizione del proprio millennio di storia repubblicana, non ha mai smesso di coltivare in questi decenni, a debita distanza appunto dallo sguardo pubblico, illeciti, cointeressenze ad alto rischio, autentici azzardi criminali. E i casi più recenti, della Mantovani SpA e del MOSE di Venezia, sollevati dalle inchieste recenti della magistratura, offrono al riguardo, come si dirà più avanti, spunti significativi.
    Il sistema del Veneto, apparentemente immobile, è già in agitazione negli anni d’oro della «Balena bianca», sotto l’egida di Mariano Rumor e Antonio Bisaglia, quando su alcune facoltose banche venete, già intenzionate a scalare la finanza nazionale, si stendono le ombre di Sindona e Calvi. E lo è in particolare nei primi anni ottanta, quando lungo gli orizzonti geopolitici cominciano a dispiegarsi i progetti liberistici di Reagan e della Thatcher: primo atto, per certi versi, dell’attuale processo di globalizzazione. L’obiettivo comune dell’imprenditoria e della finanza locali è quello di capitalizzare e modernizzare, con prudenza ma anche con determinazione. A dispetto delle rigidezze della politica democristiana, legata alle tradizioni del Veneto profondo, contadino e cattolico, è perciò tempo di scommesse, che prefigurano già un futuro. All’inizio del decennio, sull’onda delle accelerazioni economiche in atto, nasce la Palladio Finanziaria, holding d’investimento che avrà avuto un ruolo primario negli affari, in luce e coperti, del Nordest. Sul piano industriale, la Mantovani Costruzioni, nata nel 1949 e acquisita nel 1987 dall’industriale padovano Romeo Chiarotto, riesce ad aggiudicarsi lotti importanti dell’Autostrada del Sole. Proprio in quella stagione si anima inoltre, tra Padova e Venezia, attraverso lo strumento delle società fiduciarie, una rete intricatissima di colletti bianchi, commercialisti, avvocati, notai, dirigenti di banca, brocker, con la mission di creare argini di sicurezza e garanzie attorno alle attività economiche e finanziarie, più o meno temerarie. Una esperienza tra le più significative è probabilmente quella della Delta Erre SpA: un club che, nato con discrezione a Padova nel 1971 per iniziativa di appena cinque soci, ha riunito strada facendo centinaia di professionisti. Altro caso rappresentativo, che va tenuto in mente, è quello della Finanziaria Internazionale di Enrico Marchi ed Andrea De Vido, che nasce nel 1980 a Conegliano, con spiccate vocazioni ai contatti offshore e, come si legge nel profilo ufficiale, con lo scopo di fornire servizi finanziari alle imprese che intendono proiettarsi nei mercati nazionali e internazionali.
    Infine, da una prospettiva distante da questo mondo di colletti bianchi, ma forse non troppo, ancora in quella stagione si registra il salto di qualità di alcuni gruppi criminali e in particolare della banda di Felice Maniero, la cosiddetta «mala del Brenta», che secondo le inchieste giudiziarie degli anni novanta riesce ad agganciare pure ambienti bancari e industriali. Piccoli centri delle province di Padova e Venezia, anche ridenti e ricchi di arte, come Piove di Sacco, San Donà del Piave, Portogruaro e Chioggia, entrano così nella morsa dei racket e diventavano punti di transito del narcotraffico interregionale.
    Per tutto il decennio ottanta il sistema regge senza problemi significativi, garantito in larga misura dalle consuetudini al riserbo tipiche del Veneto profondo. L’economia, molto stimata nel Paese e all’estero, si alimenta bene, senza lasciare nella generalità dei casi tracce compromettenti, di corruzione e malaffare. Le città appaiono ordinate e amministrate con decoro, tanto che anche i gangster del Brenta, per quanto autori di gravissimi fatti di sangue, riescono a trarre benefici da quelle penombre. Sul piano politico tutto appare poi sotto controllo. Il partito democristiano, da cui si diramano vaste clientele, è travagliato da tensioni interne. Per ragioni di leadership, nella corrente dorotea, che ha infeudato gran parte della regione, tra Rumor e Bisaglia si è acceso un serio contenzioso, destinato a durare fino alla morte del secondo, nel 1984. Anche su queste tensioni s’impone tuttavia una pax di facciata che contribuisce a rassicurare l’opinione pubblica, consolidando l’immagine tipica del Veneto: di una modernità che, per quanto impetuosa sul piano dell’iniziativa, non smette di fare i conti con la tradizione.
    Solo nei primi anni novanta, quando si disintegra la geopolitica continentale dei blocchi, si aprono nel Nordest, come nel resto del Paese, serie discontinuità, con l’avvento della seconda Repubblica. E in tale quadro a metà decennio comincia la lunga stagione politica di Giancarlo Galan, dopo che l’onda d’urto delle inchieste milanesi, tra il ’92 e il ’93, ha liberato il campo dagli uomini più influenti del potere democristiano del dopo Bisaglia e del dopo Rumor. Anche Carlo Bernini, già ministro dei trasporti e fino al 1990 presidente del consiglio regionale veneto, è inquisito per tangenti.
    La ricerca del massimo profitto, nobilitata dalla vecchia economia politica, viaggia a quel punto sulle ali di un liberismo radicale che non concepisce più le frontiere. Ritenuto svantaggioso investire in Italia, anche in regioni economicamente forti come quelle del Nordest, per problemi di fiscalità e costo del lavoro, sin dagli esordi del decennio numerosi investimenti sono dirottati in paesi dell’Est come la Romania, la Slovacchia, la Polonia. Per numerose imprese italiane la delocalizzazione diviene la parola d’ordine vincente. Si apre così una sorta di caccia all’oro che, in quegli anni, trova in alcune aree strategiche della Romania il nuovo Klondike. Tra Bucarest e Timisoara s’insediano parecchie migliaia di imprese italiane, soprattutto manifatturiere legate in buona parte al made in Italy, dal tessile al calzaturiero. Anche Geox, per dire di un caso rappresentativo, fa le sue scelte, creando a Timisoara uno stabilimento che, partito con cinquanta dipendenti, alla fine del decennio ne conta intorno a 1500. È la fine allora del sistema che ha retto il Nord Est?
    Si direbbe di no, perché proprio nel pieno di quei sommovimenti e proprio nel Triveneto si aprono per il capitalismo italiano opportunità prima impensabili, sul terreno degli appalti pubblici e delle grandi opere, profilandosi al riguardo un vero e proprio exploit. Nei decenni della prima Repubblica, quando l’Europa era verticalmente divisa in due parti, il Nordest, nonostante gli impeti imprenditoriali e, nei momenti migliori, gli affari fiorenti, rimaneva per forza di cose una grande periferia, una terra di confine affacciata sulla cortina socialista. Diversamente, negli anni novanta, con l’espansione ad Est dell’Unione Europea, che dopo gli accordi di Mastricht del 1992 punta alla piena integrazione economica degli Stati associati e pianifica la moneta unica, il nuovo ceto dirigente locale si trova ad assolvere ruoli in una certa misura inediti. Si tratta in particolare di gestire fondi ingentissimi per il miglioramento dei collegamenti tra l’Europa occidentale ed orientale, tra il Nord e il Sud e tra le aree del Triveneto, oltre che per la messa in sicurezza di Venezia, dopo decenni di indugi. E attorno a queste linee di modernizzazione, per quanto condizionate dalle pulsioni autonomistiche e a tratti secessionistiche della Liga Veneta, si ricompone e viene rilanciato il sistema.
    Dagli gli ultimi anni novanta finiscono sul tappeto e divengono man mano operativi numerosi progetti: il MOSE e la ristrutturazione del porto di Venezia, il passante di Mestre, l’autostrada pedemontana per il collegamento tra la provincia di Vicenza e quella di Treviso, l’autostrada Mestre-Ravenna, l’autostrada del mare tra Chioggia e Mantova, l’autostrada Valsugana tra Padova e la zona alta dalla provincia di Vicenza, l’Alta Velocità tra Padova e Venezia. Sono in gioco in definitiva decine di miliardi di euro, ed è quel che occorre per attrarre pezzi importanti del capitalismo italiano e in primo luogo quello del Nordest, che con la Mantovani di Chiarotto, la Palladio Finanziaria, la Finint di Marchi e De Vido e altre realtà economiche, si arrocca nel centro-partita. Sempre più distante dall’etica del sacrificio e della sacralità del lavoro duro, che ha fatto la tradizione del Nordest contadino e piccolo e medio borghese, dal Duemila in avanti il Veneto si presenta come un grande cantiere e, nel contempo, come una tra le maggiori cavità affaristiche del Paese. Ma non mancano nel sistema smagliature e punti di vulnerabilità, anzitutto sotto il profilo politico.
    Non esiste più, come detto, il Veneto granitico della prima Repubblica, tenuto insieme dalla rete fittissima dell’Azione Cattolica, schierata compattamente con il partito democristiano, da banche cattoliche di grande presa sociale oltre che economica e infine da una tradizione cattolicissima che, amministrata con zelo dalle gerarchie territoriali, si arricchiva negli anni cinquanta con l’impegno ecclesiale, da patriarca di Venezia, di Angelo Giuseppe Roncalli. Il Veneto del Duemila, come l’intero Paese del resto, è una storia complessa di fazioni, di progetti post-consociativi, di equilibri fragili, mantenuti a fatica e sempre in discussione. I mega progetti in corso esigono però cautele e garanzie di stabilità. E di queste esigenze si ritrova di fatto garante Giancarlo Galan, per quindici anni da presidente del Consiglio regionale veneto e poi da ministro della Repubblica.
    Proveniente dall’alto management di Publitalia, quando questa era presieduta da Marcello Dell’Utri, il politico padovano si dimostra una persona di temperamento, in grado di interloquire a tutto campo e di evitare la paralisi dei veti, dei ricatti e degli ostruzionismi. Nel quasi ventennio della sua esperienza politica egli riesce a superare senza danni sostanziali momenti tra i più difficili per il sistema. Nei primi anni Duemila non viene neppure sfiorato dalle inchieste sulla finanza veneta e lombarda, che pure arrivano a travolgere Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia. Per queste ragioni e soprattutto per la durata della sua leadership territoriale viene soprannominato il «Doge». L’economia resta la chiave di tutto. In linea con i tempi, che tendono ad assottigliare sempre più i margini di autonomia della politica, Galan mantiene con il mondo degli affari una relazione simbiotica, si direbbe sistemica. È costretto a muoversi quindi acrobaticamente. E questo costituisce forse il suo maggiore punto di esposizione e di permeabilità.
    I settori del capitalismo da cui il politico veneto trae ispirazioni e con cui comunica maggiormente non sono un segreto, né alla luce di tutto potrebbero esserlo, e su questi ambienti si accendono sospetti. In diversi casi la magistratura indaga. Seri dubbi insorgono, ad esempio, sul mega insediamento dell’Ikea sui terreni della società Padova Est, nella quale spiccano i nomi di persone vicinissime a Galan come Enrico Marchi, presidente della Save, la società che controlla l’aeroporto di Venezia, e l’ingegnere Enrico Endrizzi. Al centro di non poche discussioni è poi il mega progetto di Veneto City, su convergono ancora soggetti legati al politico padovano, da Piergiorgio Baita della Mantovani di Chiarotto ad alcuni nomi prestigiosi dell’imprenditoria veneta, come Benetton e Stefanel. Si tratta di un centro commerciale, congressuale e alberghiero che, primo in Italia e tra i più grandi d’Europa, dovrebbe occupare un’area di venti chilometri quadrati tra le province di Venezia e Padova. La magistratura, che ha già ravvisato profonde anomalie nella gestione del Passante di Mestre e di altre opere, fa poi la propria parte, in varie direzioni. E con l’inchiesta sulla Mantovani Costruzioni SpA, che con la Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo ha assunto la guida del progetto del MOSE, il cerchio va a stringersi, per forza di cose, sulla persona di Galan. Il resto è storia di oggi.

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