Terra, acqua e aria, nella storia del Mediterraneo moderno e contemporaneo

Gli spazi frequentati nel Novecento, tra realtà materiale e conoscenza, nel terzo tomo della "Storia dei Mediterranei"
21 marzo 2020
Pino Blasone (Scrittore e storico del mondo islamico)

Dopo lunga e laboriosa gestazione, è da poco uscita la raccolta di saggi di più autori intitolata «Storia dei Mediterranei. Etnie, conflitti, scoperte e mutamenti dal 1870 al tempo presente». Pubblicato dalle Edizioni di Storia e Studi Sociali, è il terzo volume di una serie dedicata alla storia dellʼarea mediterranea e dei suoi popoli, questa volta dallʼepoca della piena maturazione di una civiltà moderna fino in pratica alla contemporaneità. Oltre chi qui scrive, gli autori in questione sono Maurizio Massimo Bianco, Maurizio Brescia, Franco Cardini, Franco Marzatico, Marina Montesano, Francesca Oliveri, Carlo Ruta. La tarda Modernità, che ancora in parte stiamo vivendo, è certamente varia e poliedrica, anche se o forse soprattutto quando la visuale sia incentrata sul bacino mediterraneo e dintorni, a causa delle diverse civiltà e differenti tradizioni culturali le quali su esso si sono storicamente affacciate o continuano ad affacciarsi e confrontarsi. Copertina del terzo tomo di "Storia dei Mediterranei"
Tuttavia, la mutazione ed evoluzione non è puramente temporale. Essa assume una dimensione spaziale strutturata e orientata, che non è geografica in senso tradizionale, fisico o politico che esso sia. Questa geografia della mente in movimento può portare a una distinzione concettuale, che può essere a sua volta divaricazione o perfino prevaricazione. Stiamo parlando ovviamente di concetti quali Occidente e Oriente, quest’ultimo in particolare nelle sue multiple gradazioni o semplificazioni. Se facciamo mente locale al Mar Mediterraneo, ecco allora che la sua sponda settentrionale compete per lo più neppure tanto o soltanto all’Europa, quanto all’idea onnicomprensiva di una civiltà occidentale progredita distinta e a volte contrapposta a un Vicino o Medio Oriente più arretrati, che abbracciano in parte Asia e Africa nonché la sponda meridionale del Mediterraneo stesso. Le implicanze coloniali o giustificazioni imperialistiche di una tale prospettiva sono a tutt’oggi evidenti.
Ed è tale la tematica sviscerata da Franco Cardini, nel suo contributo intitolato «Storicizzare, e disincantare, il concetto di Occidente». Acutamente lo storico illustra la complessità dell’argomento, in una breve ma densa premessa metodologica: «In questo senso, parlare di una “invenzione dell’Occidente” da una parte rinvia alla, diciamo così, autobiografia collettiva della nostra civiltà, nella misura in cui ci sentiamo pienamente rappresentati dalla categoria dell’Occidente e dalla dicotomia Occidente-Oriente; dall’altra però ci obbliga a interrogarci rigorosamente sull’origine e sullo sviluppo genetico di quella categoria e di quest’opposizione; e pertanto a porci con serietà il problema della loro relatività e della loro dinamica. D’altronde, se “noi” siamo “Occidente”, e nella misura in cui è o no necessario e sufficiente in tal modo definirci, tale definizione dipende da quella dell’Altro; è pertanto importante relativizzare e dinamizzare anche quella».

Fin qui, si è accennato a una geografia mentale che è pur sempre terrestre, coerente con l’origine greca del termine, laddove il prefisso «geo» evoca la terra che configuriamo dal nostro punto di osservazione, talora a nostro piacimento o uso e consumo. Nel nostro caso però, l’etimologia latina che è alla base della definizione «orbe terraqueo» suona più appropriata. Basti pensare al ruolo avuto dalla navigazione, nello sviluppo di una composita civiltà mediterranea. Ma nemmeno questa definizione, presa a sé stante, è ormai attuale, quando il progresso tecnico ha fatto sì che la navigazione sia diventata anche aeronautica, o addirittura proiettata verso l’esplorazione o la «conquista» di uno spazio cosmico. Non sorprende, quindi, il titolo del saggio di Carlo Ruta: «Volo umano e percezione dello spazio cosmico nel XX secolo. I caratteri di una rivoluzione, tra realtà e immaginario».
Alle componenti elementari di una terra abitabile o attraversabile, e di una distesa o corso d’acqua praticabile, finalmente si aggiunge quella percorribile dell’aria o dell’etere. Un’antica o mitica aspirazione si realizza, e questa non è davvero una novità da poco. Non è difficile per Ruta individuare la culla principale di un tale desiderio di volare, o altrimenti di un subliminale «bisogno di cosmo», proprio nell’area culturale mediterranea: «Nel mondo antico, la nozione del “volo”, come bisogno umano e tensione vitale, non si esprimeva solo nell’immaginario mitico, con le vicissitudini di Dedalo e Icaro nella tradizione greco-arcaica, la regalità della dea alata Iside nelle tradizioni egizie, i tentativi di ascensione al cielo del re Kai-Kāwus nel ciclo epico iranico e con altre elaborazioni di questo tipo, presenti in numerosi paesi.»
Tralasciamo le tecniche di utilizzo di volatili addotte ad esempio indiretto o analogico, per focalizzare la non meno sentita ambizione a una dimensione cosmica, variamente espressa e rappresentata: «Il cielo stellato degli antichi era un mondo irraggiungibile ma presente, ricolmo di ciclicità e di ritorni rassicuranti, in un quadro complessivo, però, di fissità che lo rendevano allo sguardo umano eternamente uguale a se stesso. Il cosmo era il paradigma naturale dell’ordine. Era percepito perciò come un tessuto pluralistico ma composto, da scrutare e interrogare, per scoprirne le influenze sulla vita terrena e i messaggi per la divinazione. Con le sue geometrie, la volta celeste forniva, inoltre, punti di riferimento per orientarsi materialmente, in mare e nella terraferma, oltre che ispirazioni per la vita civile e per quella morale, che, secondo i Greci, a quell’ordine dovevano conformarsi.»
La recente tecnologia ha realizzato quella pulsione verso una pienezza tridimensionale – orizzontale, verticale e temporale –, che era già presente a un livello più o meno consapevole, in un’antichità innanzitutto benché non solo mediterranea, là dove il mare riflette il cielo come lo spazio si relaziona al tempo in modo per così dire circumnavigabile e circoscrivibile. La confluenza di culture diverse ha peraltro incentivato questa sintetica o sinergetica spinta ascensionale, al di là di ogni possibile ed effettiva conflittualità. Ciò sia detto senza retorica trionfalistica del progresso bensì con spirito critico, che non difetta nella trattazione in oggetto, radicata in una lezione di analisi dialettica e documentaria della storia, attenta alle ragioni ideali non meno che alle condizioni materiali le quali le hanno generate o assecondate. È quanto consente a Ruta di concludere: «Sono mutati di conseguenza, arricchendosi anche, l’immaginario

Non potendosi riassumere la ricchezza di tutti i contributi, che hanno concorso all’opera complessiva, qui ci si limita a riprendere il concetto di «Altro» quale sopra citato da Cardini. Nella storia mediterranea dal Medioevo in poi, convenzionalmente detta nozione è associata alla civiltà arabo-islamica e poi turco-islamica. Essa può altresì acquisire una sfumatura antagonista, quando beninteso sia menzionata in ambito europeo o «occidentale». Chi qui scrive se ne è occupato nell’intervento «Modernità e modernismo nel mondo arabo-islamico», a partire dalla metà dell’Ottocento circa, per arrivare alla prima metà del Novecento. Vale a dire, quel periodo cruciale, in cui l’impatto con la modernità, in gran parte importata dall’Europa, assume caratteri controversi e anche drammatici, in quanto coincidenti con ingerenze colonialiste o imperialiste da parte di quello stesso «Occidente» che veniva proposto o imposto come modello da imitare o magari emulare.
Le reazioni a questa situazione di fatto sono non poco diversificate, dipendendo dagli orientamenti degli intellettuali che affrontano la problematica, e secondo i tempi e le circostanze in cui esse vengono espresse. Si è cercato di metterle a confronto fra loro, offrendo una panoramica il più possibile significativa e specialmente privilegiando le fonti locali. In particolare, risulta di notevole interesse la polemica intercorsa tra il filosofo positivista francese Ernest Renan e il pensatore turco-persiano Jamal al-Din al-Afghani, uno dei padri del cosiddetto modernismo islamico, consistente basilarmente nell’assunto che nulla avrebbe impedito a quelle società di accettare la modernità tecnico-scientifica – o perfino politica –, tuttavia adattandola al proprio contesto religioso nel reciproco rispetto delle specificità culturali.
Tale possibilità era tendenzialmente negata da Renan, poiché ritenuta incompatibile con troppi presupposti teocratici e oscurantisti prevalsi nel tempo, o addirittura con una mentalità ereditaria di origine semitica. Più laica, anticipatrice di idee espresse in seguito da Antonio Gramsci sebbene maggiormente conciliante verso Renan, ai primi del Novecento è la posizione di un altro intellettuale di estrazione siriana ma adottivo egiziano: Farah Antun, appartenente alla minoranza araba cristiana. Questi pochi esempi servano a illustrare quanto altra sia la figura dell’“Altro” riguardo a certi stereotipi riduttivi, quando si vada a indagarne la complessità o si risalga alle radici della presunta alterità, oppure pretesa alienità. Del resto, noi stessi siamo tali in quanto altri dagli altri, pena sennò qualche rischio di scivolare nel relativismo identitario dei pirandelliani «Uno, nessuno e centomila»..

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