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Qana 1996-2006: maledetti crimini!

Un missile israeliano colpisce nella notte una palazzina di tre piani a Qana, nel sud del Libano e la distrugge. Tra le macerie trovati corpi inermi di civili. 60 le vittime tra cui 37 bambini.
30 luglio 2006 - Patrizia Viglino


Un missile israeliano colpisce nella notte una palazzina di tre piani a Qana, nel sud del Libano e la distrugge. Tra le macerie trovati corpi inermi di civili. 60 le vittime tra cui 37 bambini. Vittime della guerra, da cui erano scappati nei giorni scorsi, trovando rifugio nella palazzina bombardata. Profughi in fuga, ai quali l’esercito di Tel Aviv aveva intimato di andarsene dal sud del paese. “Chiunque rimanga nei villaggi interessati dai combattimenti verrà ritenuto un combattente”, questo era stato l’avviso divulgato dalle radio e dai volantini alla popolazione del sud che aveva intrapreso da giorni la via dell’esodo, tra strade bombardate, difficoltà di spostamenti e una miriade di bambini e donne al seguito. Lenta, lentissima la fuga dei profughi libanesi in direzione Beirut. La sosta a Qana gli era sembrata una tappa verso la vita, come forse era sembrato anche a quegli altri profughi libanesi, che il 18 Aprile del 1996 si recarono alla postazione delle Nazioni Unite di Qana per chiedere aiuto, per rifugiarsi dai bombardamenti israeliani.
Ricordo la mia sosta a Qana durante una visita in Libano nel 2002. La gente era arrabbiata per il massacro del 1996 perché quello era un crimine impunito. Mi hanno fatto tornare alla mente i comitati delle vittime che conosciamo molto bene in Italia. Gente comune che da anni si batte perché la memoria non venga cancellata. Gente che, anno dopo anno, porta mazzi di fiori sulle lapidi con i nomi delle vittime. Anche allora, stesso copione, un’operazione militare israeliana in corso (nome in codice: Grappoli di collera), e un bombardamento sulla base delle Nazioni Unite dove avevano trovato rifugio un centinaio di profughi qaananesi. 106 i morti tutti civili. Oggi un nuovo massacro a Qana, ancora vittime innocenti, ancora profughi sotto le bombe, ancora una volta il contingente delle Nazioni Unite preso di mira
Adesso alla lapide che ricorda il massacro del 1996, la gente di Qana potrà aggiungerne un'altra, datata 30 Luglio, 2006. Anche allora Israele si macchiò come oggi di un ignobile crimine di guerra e uccise dei civili inermi. Anche allora si era trattato di un massacro annunciato. La novità di oggi è che Tel Aviv si sente la coscienza a posto perché anche su Qana questa volta aveva lanciato i volantini di avviso ai civili. Ma questi macabri avvisi sono stati lanciati in tutto il paese dove vivono milioni di persone che, come possono, cercano di mettersi in salvo da una guerra che non hanno voluto.
La politica israeliana in Libano non è cambiata negli anni. Israele non ama il Libano. Israele odia i profughi che crea e poi uccide con le sue bombe.
Le immagini televisive questa volta ci hanno mostrato alcuni di quei corpi, cadaveri di bambini, mezzi svestiti, come di chi era andato a dormire. L’occidente siamo noi, noi che guardiamo, loro invece sono il mondo arabo, quelli che muoiono. Quale relazione intercorra tra noi e loro è molto chiaro. Noi siamo il terrore e loro sono le vittime.
L’Independent ha riportato una testimonianza da Qana. Mohammed Ismail ha dichiarato al quotidiano britannico: “Possa Dio avere pietà dei bambini. Sono giunti qui per scappare dai combattimenti. Hanno colpito i bambini per mettere in ginocchio i combattenti”. Sempre le stesse punizioni collettive, per far cessare la resistenza, in Libano come a Gaza
Il 26 Luglio 4 peackeepers della UNIFIL erano stati uccisi in un bombardamento a Khiam nel sud del paese.
Gli Stati Uniti hanno messo le manacce sulla Risoluzione del Consiglio della Sicurezza che condannava come “deliberato” l’attacco. Le testimonianze parlano chiaro, con o senza commissione d’inchiesta. L’esercito israeliano ha colpito almeno 14 volte la base ONU di Khiam. Il personale UNIFIL aveva inoltrato messaggi di allarme avvisando l’esercito del fatto che le bombe cadevano sempre più vicine a loro.
Poi il colpo diretto. La morte di 4 uomini delle Nazioni Unite e le assurde dichiarazioni del governo Olmert, cariche di arroganza e di fanatismo: “le Nazioni Unite non possono essere parte della commissione d’inchiesta, gli uomini delle Nazioni Unite fanno da scudo agli Hizbollah”.
Ancora più vergognose le dichiarazioni di Olmert dopo il massacro di stanotte: “i villaggio di Qana veniva usato dagli Hizbollah per lanciare missili sulla Galilea, a Qana sono nascosti centinaia di razzi katyusha”. Fonti dell’IDF hanno detto che “l’incidente” al villaggio di Qana, è scaturito dal fatto che gli Hizbollah usavano il villaggio “come scudo”.
Davanti al gabinetto della sicurezza riunitosi Domenica, Olmert ha espresso “rincrescimento” per quanto successo a Qana ma ha anche ribadito che la guerra non si fermerà e che “Hizbollah, come tutto il terrorismo islamico, minaccia l’intera civiltà occidentale”, concludendo che “quando abbiamo deciso di rispondere, sapevamo che potevamo trovarci di fronte a situazioni difficili”. Parole queste di Olmert, non sue, più vicine al linguaggio dell’”ubriacone di Washington”, che danno il benvenuto ad Israele nella guerra infinita contro il mondo arabo-musulmano. Olmert, l’ho già scritto altrove, è per Israele l’uomo del disastro, è il pifferaio che farà affondare la popolazione israeliana nel mare della guerra totale.
Che cosa ci sia dietro questa retorica dello “scontro di civiltà” lo conosciamo bene.
Non esiste giustificazione alcuna per un esercito che colpisce in mezzo alla folla che si trova in strada, che colpisce le case, che colpisce i convogli umanitari, che colpisce le postazioni delle Nazioni Unite. Questi sono crimini di guerra, sono crimini contro l’umanità e chi si permette di dire che sono “giustificabili” e “comprensibili” perché è difficile colpire la resistenza che si nasconde tra i civili, o perché Israele si deve difendere, sta partecipando a questi crimini. Il giornalismo oggi deve capire che, come non si può ritenere in alcun modo giustificabile un attentato che colpisce alla cieca in mezzo alla folla di un bar o di un mercato, non si può ritenere in alcun modo giustificabile che Israele massacri dei civili con le bombe.
Intanto, dopo Qana, la situazione è precipitata sul piano diplomatico. Il primo ministro libanese Siniora ha dichiarato che adesso c’è spazio solo per un “immediato e incondizionato cessate-il-fuoco” e ha aggiunto di aspettarsi un’indagine internazionale sui massacri in Libano. Fonti del governo libanese hanno anche ripetuto che il bombardamento di Qana non è stato casuale, dal momento che si tratta di un evento che si è ripetuto più volte.
A Beirut è scoppiata la più rabbiosa delle proteste contro i bombardamenti, iniziati 19 giorni fa, con manifestazioni davanti alla sede delle Nazioni Unite, disordini e bruciamenti della bandiera degli Stati Uniti.
La Rice, ha cancellato la sua visita a Beirut e ha dichiarato che ora, dopo Qana, è tempo di pensare a un cessate-il-fuoco. Il massacro, o per dirla con le parole di Bush, “il terribile e tragico incidente”, potrebbe risultare comodo alla Rice, che, dopo una condotta disastrosa e irresponsabile nel suo ruolo di mediatrice al conflitto, ha potuto trovare una via d’uscita, affinché gli Stati Uniti possano tornare sui loro passi, ma senza dover ammettere di aver sbagliato.
Tuttavia, durante il tour del weekend in Israele, la Rice non ha chiesto esplicitamente a Olmert di far cessare i bombardamenti, anzi gli ha assicurato ancora 7-10 giorni di tempo per poterli continuare indisturbato. La finestra sui crimini israeliani in Libano resterà aperta ancora per un bel po’. Gli Stati Uniti hanno deciso che entro Mercoledì il Consiglio di Sicurezza dovrà approvare la “loro” risoluzione per porre fine alle ostilità. Fonti israeliane credono così di poter guadagnare ancora qualche giorno (per la loro sporca guerra) e dicono che i generali dell’esercito hanno ricevuto l’ordine di “accelerare la loro offensiva nelle zone vicine al confine”, in modo da colpire nel modo più profondo possibile gli Hizbollah, prima della dichiarazione della fine delle ostilità.
Ancora giorni bui sul Libano e sul mondo.

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