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    La maledizione del petrolio

    7 luglio 2007 - Siegmund Ginzberg
    Fonte: L'Unità (http://www.unita.it)


    «È importante che ci rendiamo conto che dal punto di vista della sicurezza energetica, dei nostri interessi di sicurezza, è importante che il Medio Oriente e in particolare l'Iraq siano tenute in condizioni di sicurezza sostenibili... Pensate cosa succederebbe alle forniture di petrolio dal Medio Oriente se ci ritirassimo dall'Iraq», ha sostenuto in un'intervista. Non diceva granché di nuovo, non c'è bisogno del bambino per sapere che il re è nudo, che il petrolio è importante, può valere bene una guerra, e che con la guerra in Iraq il petrolio c'entra qualcosa. Ma petrolio resta una parolaccia, anche nell'eufemismo più fine «sicurezza energetica», e il primo ministro John Howard si è affrettato a zittire e smentire il suo troppo loquace e sboccato ministro: «Non siamo in Iraq, e non ci siamo andati, per il petrolio. Sì, il petrolio viene dal Medio oriente, questo lo sappiamo tutti, ma la ragione per cui siamo lì è dare al popolo dell'Iraq la possibilità di abbracciare la democrazia».


    Petrolio sarà pure una parolaccia, ma fingere che non c'entri nulla con l'Iraq è talmente osceno che non fa nemmeno ridere. Che senza petrolio le economie occidentali muoiono, e che la maggior parte del petrolio, specie quello consumato dall'America, viene ancora dal Medio Oriente, è un dato di fatto. Persino Bush ha dovuto recentemente ammettere che il grosso problema di cui l'America deve curarsi è la sua «tossico-dipendenza» dal petrolio. C'è chi è più tossico-dipendente di altri. Ma nel vizio ci sono, ci siamo tutti. Usa, Europa, Cina, Giappone, India, consumano il 60% del petrolio mondiale. Gli Usa dipendono dalle importazioni per il 65% del loro consumo, la Cina per il 55%, l'India per il 70%, l'Europa per il 90%. Giappone e Italia per il 100%, insomma devono importare tutto il petrolio che consumano. A differenza del Giappone, noi a suo tempo ci siamo anche tagliata la possibilità di ricorrere ad una importante fonte alternativa, e peraltro molto meno inquinante, l'energia nucleare. Figurarsi se possiamo dire che non ce ne frega niente del petrolio. Fa tremare i polsi immaginare chi sgomiterà, rischiando di fare addirittura la guerra per garantirsi quota e prezzo di una risorsa che potrebbe presto scarseggiare. Il premier australiano ha detto che il pericolo è la Cina. C'è solo da sperare che non caldeggino una futura guerra contro la Cina assetata di petrolio e impermeabile alla democrazia, con lo stesso entusiasmo con cui hanno caldeggiato l'intervento in Iraq.


    Questa maledetta guerra in Iraq, e tutta la politica seguita sinora, non ha portato né il petrolio né la democrazia. Né la sicurezza energetica né la sicurezza dal terrorismo. Né la stabilità economica né la stabilità in Medio oriente. Il miglior cervello dei neo-cons, lo sfortunato Paul Wolfowitz, da n.2 del Pentagono, nel 2003 aveva spiegato al Congresso Usa, non a quattro fessi, che «l'Iraq galleggia su un mare di petrolio» e che, una volta liberato il Paese dalla dittatura di Saddam e rimessi in funzione i pozzi, «il reddito da petrolio (dell'Iraq) potrebbe rendere tra 50 e 100 miliardi di dollari nei prossimi 2/3 anni, cioè abbondantemente finanziare la ricostruzione, e rapidamente». Di anni ne sono passati 4 e l'Iraq continua a pompare meno di 1,6 milioni di barili al giorno, meno di quanti ne estraeva prima della guerra. Tra attentati agli oleodotti e ai pozzi, minacce di sciopero, impraticabilità delle strade, ruberie di massa e corruzione, a finanziare la ricostruzione non ne arrivano forse nemmeno gocce. Altro che pagarsi le spese sostenute, il petrolio iracheno forse non basta neppure a soddisfare quel che il Pentagono consuma per riempire i serbatoi dei propri mezzi. Citando un rapporto del Pentagono, lo studioso americano Michael T. Klare, autore di Blood and Oil, un documentato bestseller su «Pericoli e conseguenze della crescente dipendenza dell'America dal petrolio», ha recentemente pubblicato un articolo in cui si calcola che, tra navi, caccia e bombardieri, carri armati, humvee e aria condizionata, ognuno dei 162.000 soldati Usa in Iraq, dei 24.000 in Afghanistan e degli altri 30.000 sulle navi nei dintorni, consuma oltre 60 litri di benzina al giorno, che fa, equivalente, su base annua, al consumo di petrolio di un Paese, povero sì, ma con 150 milioni di abitanti, come il Bangladesh. L'intero consumo delle forze armate Usa supera quello della Svezia. Hanno sbagliato tutti i calcoli, ancora al tempo della pur tecnologica prima guerra nel Golfo, consumavano per ogni soldato un quarto di quel che consumano adesso, la proiezione è che tra qualche anno potrebbero finire col consumare più benzina di quella che con gli interventi militari sono riusciti ad assicurare. Quando c'era la minaccia Saddam, il petrolio si avvicinava ai 15 dollari a barile, e sembrava insopportabile per le economie; oggi, dopo la guerra che avrebbe dovuto garantirne forniture illimitate e a buon mercato, viaggia oltre i 70, potrebbe arrivare a 100.


    Quanto alla stabilità in Iraq, la situazione attuale potrebbe essere rose e fiori rispetto a quel che si rischia se le etnie e le componenti dell'Iraq inventato dagli inglesi negli anni 20 e tenuto insieme da Saddam coi metodi che conosciamo, curdi e arabi, sciiti e sunniti, dovessero mettersi a litigare di brutto, oltre che a massacrarsi periodicamente come già fanno, su a chi spetta il petrolio.


    Uno dei corni del dilemma è che, oltre a trasformare in bestie chi non ce l'ha, non riesce a farne a meno e a sottrarsi alla dipendenza, teme di perderlo o che il vicino glielo porti via, il petrolio pesa come una maledizione anche, e forse soprattutto, su chi ce l'ha. In Iran, che nuota sul petrolio quanto l'Iraq, ci sono sommosse perché manca e sono stati imposti razionamenti per la benzina. Sono uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, secondi solo a Riad, ma devono importare metà della propria benzina perché gli mancano le raffinerie. Sarebbe il colmo dell'ironia se un governo che si regge sul promettere l'atomica contro Israele, fosse travolto da una rivolta per il caro-benzina, l'equivalente moderno degli «assalti ai forni» di manzoniana memoria. Il caro-petrolio, e il continuare a pomparlo a tutto andare, non ha reso più felice, meno medievale e più democratica l'Arabia saudita, né il resto del mondo arabo, che continua ad essere in fondo alla graduatoria mondiale della crescita economica. Il Sudan, ricco di petrolio, è il teatro di uno dei peggiori genocidi di questi ultimi anni, in Darfur. Nigeria, Ciad e Siria, non brillano per progressi della democrazia, e nemmeno economici, malgrado l'aumento dei prezzi del petrolio che c'è stato in questo anni. E non giurerei sul Venezuela di Chavez...


    Il caso più emblematico di tutti è quello della Russia di Putin. È diventato un Paese ricchissimo, grazie ai prezzi del petrolio, su cui si regge direttamente o indirettamente qualcosa come l'80% dell'economia russa: raddoppio del prodotto interno dal 1998, un sistema finanziario apparentemente solido, 33 miliardari russi nella lista dei 500 di Forbes. Eppure, è anche il Paese in cui nel XXI secolo la mortalità per malattie, incidenti, assassinii, suicidi, è cresciuta più che in qualsiasi degli altri 180 Paesi al mondo per i quali ci sono statistiche. C'è addirittura chi ha quantificato il modo in cui l'aumento della ricchezza da petrolio ha nuociuto alla Russia e alla democrazia. Col petrolio a 20 dollari al barile, si parlava ancora di crescita della democrazia in Russia, Putin poteva essere considerato non peggio dei suoi predecessori. Col petrolio a 70, si ha l'assalto di Putin e dei suoi servizi al monopolio del potere e delle compagnie petrolifere, scompaiono anche le fragili apparenze democratiche di prima, si passa ai ricatti energetici all'Europa e ai vicini, quasi si torna al clima della guerra fredda. Grazie petrolio, troppa grazia.

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