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Chris, il disertore Usa: così andiamo via dall'Iraq

Il militare sta girando per le caserme americane in Italia invitando i militari a disertare. Lui l'ha fatto quando era in Iraq. «Un giorno mi sono ritrovato a riallacciare la linea telefonica tra la nostra caserma e il carcere di Abu Ghraib. Sapevo quello che avevano fatto lì i nostri soldati e in quel momento ho sentito che in fondo ero complice anch'io»
29 luglio 2007 - Irene Alison
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Non fosse per lo sguardo incredulo, da ragazzino che si è trovato in un guaio più grande di lui, Chris Capps sembrerebbe un soldatino di Full Metal Jacket. Capelli rasati, faccia pulita, uno che nell'esercito ci è entrato «per andar via di casa e pagare la retta del college». "Casa" era nel New Jersey, e al college, Chris, non ci è ancora arrivato. «Quando mi sono arruolato non avevo nessuna intenzione di combattere, mi avevano promesso un impiego tecnico. E' così che i reclutatori ti convincono: ti promettono un lavoro tranquillo e che non andrai mai in missione. Poi, quando comincia l'addestramento e puoi solo obbedire agli ordini, ti dicono che nessuno è al sicuro e che ti spediscono al fronte quando vogliono». Al fronte, quello iracheno, Chris ci è finito nel 2005. Un anno dopo, mentre era in America in licenza, una cartolina gli ha annunciato un'altra partenza. Destinazione Afghanistan. «Non mi sono presentato alla chiamata. Poi, quando mi hanno iscritto ufficialmente nell'elenco dei disertori, mi sono consegnato». Due giorni dopo, era già fuori della caserma con il suo foglio di congedo «tutt'altro che onorevole». Niente carcere né corte marziale. Seguendo i consigli del Military Counseling Network si è infilato in una delle falle del sistema e ha scoperto che di lui, come di molti altri fuggiaschi di questa guerra, l'esercito preferisce disfarsi piuttosto che giustificare l'incremento delle diserzioni davanti all'opinione pubblica. Oggi Chris ha 23 anni e al posto dell'uniforme porta una maglietta stropicciata con su scritto No Dal Molin. In Italia con la moglie Meike, rappresentante del Mcn, e con Philip Rushton, autore del libro Riportiamoli a casa (ed. Alegre), sta cercando di radicare anche qui la rete di consulenza legale in supporto dei militari americani, ed è appena tornato da Vicenza, dove, insieme al comitato che si oppone alla costruzione della base Usa presso l'aeroporto Dal Molin, ha partecipato a una manifestazione. «I soldati - dice - devono avere un ruolo nella fine della guerra. Sono loro che la fanno e loro che possono fermarla».
Come hai maturato la decisione di disertare?
E' successo in Iraq, ma non è stata una decisione presa sul campo di battaglia. Ero alla base di Camp Victory e lavoravo come tecnico: un giorno mi sono ritrovato a riallacciare la linea telefonica tra la nostra caserma e il carcere di Abu Ghraib. Riparavo quel cavo e ho visto l'indirizzo al quale corrispondeva: sapevo quello che avevano fatto lì dentro i nostri soldati e in quel momento ho sentito che in fondo ero complice anch'io. Quando mi hanno richiamato in Afghanistan, mi sono reso conto che non potevo più continuare.
Come mai la tua diserzione non ha avuto conseguenze?
Non esiste una formula generale per disertare senza conseguenze. Nel mio caso, una volta tornato in America, ero in attesa di essere riassegnato a un nuovo reparto e non avevo l'ordine di partire in missione immediatamente: se così non fosse stato, probabilmente l'esercito si sarebbe accanito, processandomi e rispedendomi al fronte. In quel momento, inoltre, il mio reparto d'origine era di stanza in Germania. Per sottopormi alla corte marziale avrebbero dovuto catturarmi negli Usa, portarmi in Germania e processarmi lì: una spesa di tempo e denaro che l'esercito ha preferito evitare. Così mi hanno liquidato con un congedo «tutt'altro che onorevole». Nessuna conseguenza sul piano penale, ma nessun sussidio per ex militari. Come se non mi fossi mai arruolato...
Invece della diserzione avresti potuto scegliere l'obiezione di coscienza...
Ma è un processo lungo e complicato, che le autorità militari ostacolano in tutti i modi. Ti sottopongono a un'infinità di colloqui con domande del tipo: «Cosa faresti se qualcuno stuprasse la tua ragazza?» o «come reagiresti se qualcuno picchiasse a sangue la tua famiglia e tu avessi in mano una pistola?». Se non dai le risposte «giuste» e non dimostri il tuo pacifismo «assoluto» la tua richiesta viene respinta. Altre volte, semplicemente, smarriscono la tua documentazione poco prima di mandarti in missione, e in men che non si dica ti ritrovi al fronte.
Alcuni militari americani sono stati recentemente accusati di omicidio volontario ai danni di civili iracheni. Secondo la difesa, hanno «solo eseguito gli ordini». Qual è il rapporto tra la responsabilità dei soldati e quella dei loro superiori?
Dipende dalle situazioni: in casi come Abu Ghraib, la colpa è caduta su pochi soldati di grado basso anche se in realtà le decisioni venivano dall'alto. Il ministero della difesa dava l'espressa direttiva di "ammorbidire" i prigionieri e i generali la facevano eseguire. Per quanto riguarda i civili uccisi in azione, se i soldati ricevono un ordine illegale, hanno il diritto di non eseguirlo, anche se non è facile resistere alle pressioni di un superiore. Se invece si tratta solo di soldati che perdono il controllo, la responsabilità è chiaramente loro, ma per me è difficile condannarli senza appello: al fronte ti ripetono all'infinito che sei un bersaglio e che, nell'incertezza, è sempre meglio prima sparare e poi pensare. C'è un proverbio nell'esercito: è meglio essere giudicati da dodici uomini che essere portati sulle spalle da sei. I soldati lo imparano in fretta...
Secondo un'inchiesta del Playboy Magazine, il ministero della difesa Usa avrebbe occultato il vero numero dei militari colpiti da sindrome da stress postraumatico. Esiste un'assistenza psicologica adeguata?
Ho conosciuto molti soldati che sono stati in cura dagli psicologi del reparto: vengono tenuti sotto psicofarmaci per un po', per poi essere dichiarati «guariti» e rispediti al fronte. La verità è che l'esercito guarda male qualsiasi forma di debolezza, quindi per un soldato è difficile esprimere un disagio psichico. A volte i superiori quando distribuiscono i questionari sullo stress post traumatico ti dicono di «stare attento a ciò che scrivi».
Perché estendere la rete del Mcn anche ai soldati Usa di stanza in Italia?
Tempo fa il Mcn è stato contattato da due soldati di stanza a Vicenza che stavano per essere mandati in Afghanistan, e, secondo i legali dell'associazione, i due avrebbero già disertato. Altre tre chiamate, sempre dalla caserma Ederle, sono invece arrivate alla Gi rights hotline. Ci è sembrata una ragione sufficiente per radicare la rete anche qui.

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