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Il tesoro del Tibet

21 aprile 2008 - Flaviano Bianchini

Gli altipiani del Tibet. Lì sotto si nascondono immense ricchezze minerarie. Il tesoro del Tibet. Per me sono le sue montagne, i suoi monasteri e le genti che vi abitano. Per il governo cinese sono l’oro e gli altri metalli nascosti sotto le viscere dell’altipiano.
L’oro, inutile simbolo di ricchezza esteriore, è ormai tornato di moda anche come fonte di investimento. I prezzi di petrolio e gas spingono i governi e i privati a investire in questo metallo giallo la cui storia è costellata di stragi e di genocidi. A partire da quello dei Maya in America centrale passando dai Sioux dei Black Hills, fino ai Masai in Africa e agli aborigeni australiani. Il Tibet non fa eccezione. Il Tibet è una delle zone più ricche di oro al mondo. E non solo. Il Tibet è anche ricchissimo di ferro, di rame, di bauxite (dalla quale si ricava l’alluminio), di zinco, di piombo e di decine di altri metalli. Nel 1999 il governo centrale di Pechino, precisamente il ministero delle Risorse e dei Territori, ha inviato un migliaio di ricercatori, geologi ed ingegneri minerari sull’altipiano. Divisi in 24 brigate di ricerca hanno creato una mappatura precisa e dettagliata di tutti i giacimenti presenti sul tetto del mondo. L’operazione, conclusasi l’anno scorso, è costata circa 44 milioni di dollari. Ma ne è valsa la pena. Non appena ricevuti i primi dati delle ricerche Pechino ha approvato la costruzione della ferrovia per Lhasa. Costo dell’operazione: 4 miliardi di dollari. Ma il tutto ampiamente ripagabile.
Negli ultimi anni la Cina ha dovuto far fronte ad un bisogno spasmodico di materie prime per le sue colossali infrastrutture e la sua crescita esponenziale. Il solo fabbisogno di ferro aumentò da 186 milioni di tonnellate nel 2002 a 350 milioni nel 2007. Il solo ingresso della Cina sul mercato internazionale del ferro ha fatto quasi triplicare il prezzo di questo metallo. E lo stesso vale per l’oro, per il rame e per la bauxite. Ma ora Pechino ha scoperto che sul tetto del mondo giacciono un miliardo di tonnellate di ferro e 40 milioni di tonnellate di rame. Secondo le stime delle brigate di ricerca sotto il suolo del Tibet giacciono minerali per un valore complessivo di 150 miliardi di dollari. Il che giustifica ampiamente le spese per la costruzione della ferrovia per Lhasa, il suo ampliamento fino a Shigatze e il finanziamento delle brigate di ricerca.
Ma tutto questo comporta un ulteriore affronto alla cultura tibetana. I tibetani considerano le miniere delle vere e proprie ferite al cuore della madre terra. Così come alcuni popoli dell’Amazzonia considerano il petrolio il sangue della madre terra e non vogliono che lo si estragga per non farla sanguinare, i tibetani non vogliono che si creino delle voragini al cuore della terra. Ancora di più, poi, se queste voragini vengono costruite in un luogo sacro. La sacralità dei luoghi è una costante della vita tibetana. Non c’è tibetano che non conosca tutti i luoghi sacri della zona in cui vive. Un tibetano devoto addirittura sta attento a dove va al bagno la mattina per evitare di farla vicino a zone di particolare importanza spirituale. Ma i cinesi non stanno molto a guardare queste cose e continuano a costruire miniere nei luoghi più sacri come a due passi dal lago più sacro dell’Asia, il lago Manasarovar, dove stanno distruggendo una collina alta più di seicento metri per poter estrarre quell’inutile metallo giallo che rende pazzi i Washichu , come lo chiamava lo stregone Lakota Alce Nero.

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