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    La rapina imperialista ai danni della Libia è una minaccia per la rivoluzione araba

    Solo quando coloro che combattono Gheddafi costringeranno la Nato a lasciare, i libici riusciranno a riprendere il controllo del loro paese.
    25 agosto 2011 - Seumas Milne (Sintesi e traduzione di Antonella Recchia)
    Fonte: www.guardian.co.uk - 24 agosto 2011

    Non mollano. Per la terza volta in dieci anni, le forze britanniche e statunitensi giocano un ruolo decisivo nel rovesciare un regime arabo o musulmano. Rebels in Libya


    Imparata la lezione dell’Afghanistan e dell’Iraq, tutto sembrava diverso stavolta: niente truppe di terra, il supporto dell’ONU, una pianificazione adeguata e i libici alla guida. Ma gli echi di Baghdad e Kabul sono ancora nell’aria.

    Come nel 2001 in Afghanistan, le potenze occidentali si sono schierate a favore di una parte nella guerra civile in corso per rovesciare un regime autoritario e impopolare.

    In Libia, l’intervento militare straniero si è basato sull’affermazione che le forze di Gheddafi stavano per perpetrare un massacro ai danni dei civili a Bengasi. Certamente la rivolta popolare ha incontrato una repressione violenta, ma, una volta che l’insurrezione si è trasformata in guerra, non vi sono state prove delle brutalità commesse dal regime. I rapporti di Amnesty e Human Rights Watch esprimono seri dubbi sulla serie di storie riguardanti atrocità di guerra utilizzate per giustificare i bombardamenti Nato.

    Tutto ciò è comunque servito affinché l’ONU emanasse la Risoluzione 1973 che autorizza “tutti i mezzi necessari” per proteggere i civili libici. Così, mentre le potenze occidentali proclamavano di voler difendere e salvare vite umane, migliaia di persone sono morte sul terreno di guerra, incluso un numero enorme e imprecisato di civili uccisi dagli attacchi aerei della Nato.

    Dopo aver perso terreno strategico nelle rivoluzioni arabe, la guerra in Libia ha fornito agli USA, alla Francia e alla Gran Bretagna l’occasione di inserirsi al centro del processo, costringendo all’obbedienza uno stato inaffidabile che però possiede le più grandi riserve petrolifere dell’Africa.

    Ciò non vuol dire che l’euforia per le strade della Libia alla caduta di un regime dispotico non sia del tutto genuina o che i ribelli non abbiano compiuto enormi sacrifici per ottenere una vittoria che considerano loro.

    E’ tuttavia incontestabile che senza l’immenso dispiegamento di forze della Nato i ribelli non detterebbero legge a Tripoli oggi. I servizi segreti occidentali e le forze speciali addestrano, pianificano e coordinano da mesi le operazioni dei ribelli, in barba all’ONU.

    Lo stesso Consiglio Nazionale di Transizione è sostenuto e finanziato dalla Nato, ed ha al suo interno membri legati alla CIA e all’MI6.

    Il coinvolgimento degli USA e delle ex potenze coloniali, dunque, macchia e mina alle basi la legittimità della trasformazione in atto in Libia. L’Occidente, infatti, si aspetta un ritorno dall’investimento nella guerra in termini di petrolio, affari commerciali, appoggio politico e forse perfino il ritorno delle basi militari occidentali.

    Se anche in Libia verrà introdotto con l’inganno il tipo di democrazia imposto in Afghanistan e in Iraq, non ci sarà nessuna liberazione.

    Molti sperano che la caduta di Gheddafi possa dare nuovo impulso ad un risveglio arabo in fase di stallo, magari destituendo un altro despota, magari in Yemen. Ma c’è il rischio che passi il messaggio che i regimi possano essere spazzati via solo con il supporto armato di Washington, Londra e Parigi, disponibile solo in circostanze selezionate, secondo la dottrina dell’interventismo liberale pick-and-choose (schizzinoso).

    L’intervento Nato è una minaccia per la rivoluzione araba, ma le forze scatenatesi nella regione non arretreranno così facilmente. Solo quando la Nato sarà costretta a lasciare la Libia, i libici potranno davvero prendere il controllo del loro paese.

    Tradotto da Antonella Recchia per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
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