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    Dal blog "Informed Comment"

    Come evitare in Libia gli errori commessi da Bush in Iraq

    I dieci consigli di Juan Cole, profondo conoscitore del mondo islamico, per non ripetere in Libia la disastrosa esperienza irachena.
    27 agosto 2011 - Juan Cole
    Fonte: www.juancole.com - 24 agosto 2011

    L’invasione illegale americana in Iraq e la successiva occupazione del paese hanno rappresentato una catastrofe così epocale da aver dato vita ad un’espressione negativa in arabo, `arqana, traducibile più o meno come “irachizzare”. Stasera ho sentito una cronista di Alarabiya chiedere ad un portavoce del nuovo governo libico se la nazione corresse il pericolo di essere “irachizzata”. Preso alla sprovvista, l’uomo ha chiesto alla giornalista cosa volesse dire. Evidentemente voleva dire caos, guerra civile, mancanza di servizi, ecc. (Questi Neoconservatori che strombazzano la loro disavventura irachena come anticipatrice della Primavera Araba dovrebbero tornare a scuola: nessuno cita l’Iraq tra i movimenti giovanili, ma solo come esempio di qualcosa che deve essere assolutamente evitato). L’intervento in Libia era conforme al diritto internazionale, autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e quindi si spera che possa avere un esito migliore. Allora come possono i libici e il mondo intero evitare l’irachizzazione della Libia? Tripoli

     1. Nessuna fanteria o unità armata occidentale dovrebbe essere di stanza nel paese. La loro presenza rischierebbe di infiammare gli animi dei fondamentalisti islamici e della restante parte della popolazione più indulgente con Gheddafi. La presenza di truppe occidentali nei territori islamici crea terrorismo, il che provoca richieste in Occidente di un maggior numero di truppe occidentali, il che crea ancora più terrorismo. E’ la dialettica di un film horror.

    I falchi che credono che la gente possa essere intimidita e indotta alla sottomissione si sono ripetutamente sbagliati, in Palestina, Afghanistan, Iraq, etc. Se i grandi numeri delle truppe occidentali fossero sempre in grado di avere la meglio, la Rivoluzione Algerina del 1962 non avrebbe mai avuto successo.
    Il governo di Gheddafi è caduto nell’est del paese a febbraio, e Bengasi, al-Bayda, Dirna e Tobruk sono rimaste abbastanza stabili. Non c’è ragione di credere che l’ovest del paese debba essere da meno una volta sedato il conflitto. La sicurezza non è perfetta, ma che siano i libici ad occuparsene. A Tripoli sono già stati formati gruppi di sentinelle di quartiere per fornire sicurezza a livello locale, e a parte l’odiato compound di Bab al Aziziya, ci sono stati pochi saccheggiamenti.

    2. Per quanto possibile la burocrazia, la polizia e l’esercito attuali dovrebbero essere conservati. Solo quelli che hanno le mani sporche di sangue innocente o quelli che hanno preferito essere catturati piuttosto che arrendersi o passare dall’altra parte, dovrebbero essere licenziati. L’UE sta agendo bene nel cercare di garantire che ai burocrati vengano pagati gli stipendi dopo la caduta di Tripoli. La china dell’Iraq verso i saccheggiamenti nella primavera del 2003 con Rumsfeld ha segnato l’inizio di un lungo vuoto nella sicurezza. In Iraq, Ahmad Chalabi licenziò decine di migliaia di sunniti capaci che erano stati membri di medio livello del Baath Party, privando così la nazione di persone che sapevano bene come realizzare le cose e come fornire servizi di governo, e spingendoli invece verso un’aspra opposizione.

    3. Alcuni libici si lamentano per la prospettiva di dover mantenere la stessa polizia del vecchio regime, e vogliono invece comitati di sicurezza locale. Un compromesso potrebbe essere quello di istituire una forte sorveglianza civile sulla polizia.

    4. Evitare di essere vendicativi nei confronti degli ex sostenitori di Gheddafi, ed evitare di epurare tutto il corpo politico insieme agli alti funzionari. L’Egitto forse non è andato abbastanza lontano nel rimuovere gli amiconi di Mubarak, il che ha provocato le dimostrazioni di luglio. Ed è importante perseguire la polizia segreta e altri dalle mani sporche di sangue. Ma vanno sempre usate la moderazione e la saggezza, nella speranza di rinsaldare nuovamente il corpo politico. Ricordiamo che una volta che la Chiesa Anglicana negli Stati Uniti ebbe rinunciato alla fedeltà verso il re britannico, proprio allora ottenne i pieni diritti nella repubblica americana, anche se gli anglicani si erano in generale opposti alla rivoluzione.

    5. Evitare la corsa a privatizzare tutto. Le nazioni petrolifere hanno comunque inevitabilmente grossi settori pubblici. Gli impedimenti all’imprenditorialità dovrebbero essere rimossi, ma in un’economia moderna c’è spazio anche per le imprese statali ben gestite, come hanno dimostrato alcune nazioni asiatiche. Rajiv Chandrasekaran nel suo Imperial Life in the Emerald City ha dimostrato come la fissazione degli USA per la privatizzazione abbia distrutto le industrie statali che avrebbero invece potuto essere riavviate fornendo così nuovi posti di lavoro.

    6. Consultarsi con la Norvegia su come sia possibile per uno stato petrolifero restare una democrazia. Le entrate derivanti dal petrolio possono rendere lo stato più potente della società civile, e c’è una correlazione statistica tra l’avere uno stato che dipende pesantemente da un singolo bene primario e la tendenza al dispotismo (ed anche una tendenza alla violenza, dato che questi beni possono essere contrabbandati ed emergono cartelli per lottare sui diritti del contrabbando). Questi problemi di dipendenza da un bene primario ad alto costo sono riscontrabili in Iraq, dove il primo ministro è diventato sempre più un uomo tendenzialmente forte, in parte a causa delle entrate petrolifere del governo.

    7. Usare il sistema di divendi dell’Alaska per distribuire la richezza petrolifera a 6,5 milioni di libici. Questo modello è stato spesso discusso riguardo all’Iraq ma non è mai stato realizzato.

    8. La democratizzazione e la crescita economica non possono essere raggiunte solo attraverso le esportazioni di petrolio. Avere un bene primario costoso come il petrolio causa il rafforzamento della valuta nazionale. Una valuta più forte significa che i manufatti, i prodotti artigianali e agricoli di quella nazione costano artificialmente di più alle nazioni con valuta più debole. Questo effetto è noto come il “male olandese” perché l’Olanda ha sviluppato la produzione di gas naturale alla fine degli anni ’60 danneggiando così alcuni settori della propria economia. La cura è diversificare l’economia. La maniera più intelligente per far ciò è utilizzare le entrate derivanti dal petrolio per promuovere altre industrie e servizi. La Libia ha un alto tasso di alfabetizzazione e potrebbe potenzialmente attrarre investitori per collocare la popolazione in altri settori occupazionali.

    9. Riconoscere il berbero come lingua nazionale. Il CNT ha sottolineato che la nuova Libia sarà pluralista e multiculturale, e nella nuova costituzione non si afferma che la Libia è uno stato arabo, come fa notare l’intrepido Brian Whitaker. Non c’è ragione per cui l’importante minoranza berbera non debba avere ciò che le spetta. È ovviamente importante per l’unità nazionale che ci sia una forte componente araba nelle scuole.

    10. Una volta che si sarà rimessa in piedi a livello sociale ed economico, la Libia dovrebbe andare avanti con progetti diffusi per entrare nell’energia solare ed eolica ad alto livello. Il petrolio avrà sempre grande valore nei petrolchimici, ma i combustibili sono nocivi per il pianeta perché l’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera causa il riscaldamento globale, che colpirà in maniera particolarmente dura la Libia stessa. È una deliziosa ironia pensare che le entrate derivanti dal petrolio potrebbero facilitare la transizione verso l’energia solare. Il grande deserto libico è l’ideale per i pannelli fotovoltaici. Allontanarsi dalle esportazioni di petrolio come industria principale aiuterebbe la diversificazione economica e aumenterebbe le possibilità di conservazione della democrazia, così come probabilmente contribuirebbe alla pace sociale. Senza contare che nessuno desidera più caldo in Libia di quanto già non faccia in estate.

    Note:

    Juan Cole è Professore di Storia all'Università del Michigan. E' commentatore politico e profondo conoscitore del Medio Oriente e del mondo islamico. Il suo blog si chiama "Informed Comment".

    Tradotto da Antonella Recchia per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
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