Disarmo

RSS logo

Mailing-list Disarmo

< Altre opzioni e info >

Aiuta PeaceLink

Sostieni la telematica per la pace:

  • c.c.p. 13403746 intestato ad Associazione PeaceLink, C.P. 2009 - 74100 Taranto (TA)
  • conto corrente bancario n. 115458 c/o Banca Popolare Etica, intestato ad Associazione PeaceLink (IBAN: IT05 B050 1802 4000 0000 0115 458)
Motore di ricerca in

Lista Disarmo

...

Articoli correlati

Il nuovo Libro bianco della Difesa: Militarismo industriale per il nuovo ordine multipolare

La situazione odierna non consente di sottovalutare che il coinvolgimento diretto in talune delle crisi in atto o potenziali potrebbe diventare un impegno inevitabile
7 febbraio 2017 - Rossana De Simone

Frammenti sulla guerra: Industria e neocolonialismo in un mondo multipolare

Questo contributo è tratto dall' eBook "Frammenti sulla guerra: Industria e neocolonialismo in un mondo multipolare" http://shop.kappavu.it/?product=frammenti-di-guerra-industria-e-neocolonialismo-in-un-mondo-multipolare presentato durante la conferenza "Scelta o inevitabilità della guerra? Il nuovo Libro della Difesa e Industria bellica" organizzata da Universauser di Varese
http://www.universauser.it/63-articoli-universauser/243-martedi-31-gennaio-scelta-o-inevitabilita-della-guerra-il-nuovo-libro-della-difesa-e-industria-bellica.html

IL NUOVO LIBRO BIANCO PER LA DIFESA: MILITARISMO INDUSTRIALE PER IL NUOVO ORDINE MULTIPOLARE

Premessa

Se il Pentagono è il simbolo della potenza militare americana, per il Ministro della difesa Roberta Pinotti è il luogo naturale per ricevere l’approvazione del nuovo Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, prima di presentarlo al Parlamento italiano1. Nel comunicato stampa emesso il 27 giugno 2014 dal Dipartimento della Difesa statunitense si esprime l’apprezzamento per l’ospitalità delle forze USA in Italia e il ringraziamento per la cooperazione e flessibilità nell’affrontare le crisi regionali2. Insieme hanno condiviso l’importanza dei continui investimenti nella difesa e sicurezza, in particolare si è fatto riferimento al caccia F-35 Joint Strike Fighter, il cui modello di realizzazione è considerato nel Libro bianco. Successivamente il Libro bianco è stato presentato al Consiglio Supremo di Difesa e Commissioni riunite affari esteri e difesa della Camera e del Senato: “Questo è il miglior Libro bianco che abbiamo mai avuto” siè sentito dire. E allora perché non presentarlo in grande stile davanti a tutti i parlamentari sul ponte di una delle fregate lanciamissili FREMM? Se il simbolismo politico ha un suo significato, quello è lo spazio in cui strategia militare e politica si incontrano. Le reti televisive avrebbero trasmesso immagini suggestive per pubblicizzare l’evento e lo spettacolo avrebbe trasformato l’evento politico in evento mediatico. Ma almeno si sarebbe aperto un dibattito pubblico, se solo la politica estera e di difesa fosse considerata un elemento fondamentale della democrazia di un Paese.

Evoluzione o rivoluzione?

Vi sono analisti ed esperti in questioni militari che hanno salutato il Libro bianco come un documento “senza precedenti”, che colma dei vuoti prendendo le mosse da un deficit di visione e cultura strategica in tema di difesa. Dunque rappresenterebbe quel salto di qualità che permette di parlare di un nuovo paradigma. Ma è davvero così, o piuttosto è l’evoluzione di un modello che mira a risolvere anomalie organizzative preesistenti cercando soluzioni all’interno dello stesso orizzonte concettuale? L’uso di un lessico tecnico, astorico, è infatti del tutto inesistente una ricostruzione analitica delle modalità e dei concetti operativi adottati nelle missioni militari all’estero, ha prodotto un Libro bianco orientato più ad affermare la centralità della politica come tecnica della governance, concepita come insieme di procedure in grado di ottimizzare i dispositivi di guerra. Tuttavia nel Libro bianco la guerra non è mai nominata al presente ma solo al passato (seconda guerra mondiale e “guerra fredda”) confermando quel falso moralismo che impedisce di svelare che oggi la guerra si combatte fra la gente3, all’interno di una società che però non può essere considerata come nemica. La popolazione infatti rappresenta il fulcro del confronto per contendersi il consenso non solo laddove si esercita la forza, ma anche nei luoghi da cui proviene. Ovunque la pressione mediatica diviene pressione politica e i fronti diventano tutti i network disponibili: politico, economico, sociale, militare e finanziario. A pag. 16 (punto 10) del Libro si legge che “gli italiani della nostra generazione hanno vissuto un lungo periodo nel quale è stato possibile usufruire di una cornice di sicurezza ampia e nella quale la partecipazione agli sforzi della comunità internazionale per la pace e la stabilità internazionale poteva essere il risultato di una “scelta”. La situazione odierna non consente di sottovalutare che il coinvolgimento diretto in talune delle crisi in atto o potenziali potrebbe diventare un impegno inevitabile. E’, dunque, necessario prevenire l’insorgere di tali situazioni e intervenire opportunamente, in caso d’insuccesso, per contenerle prima che le stesse divengano troppo grandi perché siano affrontate con limitati sacrifici”. Tanta retorica per dire che l’Italia non può più permettersi di distinguere fra la scelta di entrare in guerra e “l’onore di guidare” una missione di guerra. Tante parole “lo strumento militare nazionale dovrà essere calibrato in modo da offrire le più ampie capacità di intervento e garantire che l’Italia sia anche in grado di guidare eventuali operazioni multinazionali di gestione delle crisi e di ripristino della pace e della sicurezza internazionale. Ciò implica la disponibilità di adeguate risorse per esercitare il comando militare di forze multinazionali operanti in coalizione, nonché di significative capacità di intervento in tutto lo spettro operativo, tali da offrire un rilevante contributo al successo delle operazioni” (punto 138), per non dire esplicitamente che l’Italia deve essere pronta a guidare anche operazioni “combat” in conflitti ad alta intensità, e che fra i compiti delle Forze armate c’è quello della “eliminazione di eventuali minacce alla sicurezza e agli interessi del Paese” (punto 76). Una distinzione che sottace le reali motivazioni dell’attivismo militare a cui l’Italia non ha mai rinunciato, ma che evidentemente ha bisogno di essere affiancata dall’attributo “inevitabile” per qualificare più una decisione politica che la volontà di un Paese. Nella Prefazione curata personalmente dal Ministro viene sottolineato che bisogna passare dalla “visione interforze a una piena realtà interforze” per avere un ruolo riconosciuto nella Comunità internazionale. E’ tempo dunque di rendere compiuta l’evoluzione iniziata, ma mai conclusa, nella struttura delle Forze armate (1977 e 2012), da attuarsi insieme alla “creazione di un rapporto virtuoso tra la traduzione dell’esigenza militare in specifiche tecnologie e prodotti e l’utilizzatore finale” per rafforzare “le capacità competitive del ‘sistema paese’, garantendo occupazione, innovazione tecnologica e sviluppo industriale a beneficio dell’intera comunità”.

ERA il 1977: l’Inizio della crisi degli euromissili

Il 1977 fu non solo l’anno di svolta della tormentata vicenda degli “euromissili”, che si concluse con la decisione della NATO di schierare i missili Cruise e Pershing 2 in Italia, Gran Bretagna e Olanda, ma anche l’anno del primo Libro Bianco della difesa. Lo scopo era quello di presentare le forze armate al paese e rendere nota l’attiva partecipazione dell’Italia alla Alleanza Atlantica. Il rapporto fra potere politico e potere militare, nell’elaborazione di una politica della difesa e della organizzazione delle FF.AA, è sempre stato permeato da collusioni e contraddizioni. Una conferma si ha con Giulio Andreotti Ministro della difesa quando nel 1965, con la riforma dell’assetto organizzativo delle Forze armate (che avevano al loro interno una forte presenza di quadri legati al fascismo e al Movimento Sociale), si distingue fra gestione tecnico-militare, demandata alla casta militare, e gestione amministrativa, finanziaria e politica, affidata alla competenza del ministro e del governo. Quando nel 1966 Andreotti lasciò la Difesa per il Ministero dell’industria, nel suo nuovo dicastero creò una Commissione Industria-Difesa, un modo per conservare agganci istituzionali con la sfera militare e la tecnostruttura del Ministero della Difesa, ma anche un implicito riconoscimento dell’importanza che avevano i rapporti con l’industria bellica per il potere politico, e per gli alleati riguardo al potere militare (USA e NATO)4. In quegli anni l’industria militare italiana, divisa fra aziende private e due grandi gruppi pubblici (IRI ed EFIM), raggiunge un discreto grado di autonomia e comincia a sviluppare collaborazioni con imprese europee in ambito NATO. Verso la metà degli anni ’80, più per volontà politica che industriale, Finmeccanica diventa l’attore principale attraverso varie fusioni e acquisizioni (EFIM) e si proietta ai primi posti come paese esportatore di armi nel mondo. Questa scelta avveniva in concomitanza con la volontà, da parte di alcuni politici italiani, di sostenere un nuovo ruolo per l’Italia nel Mediterraneo nel quadro delle aspirazioni di una “media potenza”. Le missioni in Libano (1982-84) avevano portato l’Italia ad una proiezione esterna della sua presenza tant’è che Lelio Lagorio, ministro della Difesa che promosse e organizzò quella spedizione militare, affermò che la spedizione militare “mise in luce nei primissimi anni ottanta un nuovo modo di concepire il ruolo dell’Italia negli affari internazionali. Si parlò di New Deal. Il “nuovo corso” della nostra politica estera e militare era cominciato un paio d’anni prima con la scelta di schierare in Sicilia centododici rampe di missili nucleari “Cruise”5.
Una strategia che venne maggiormente articolata nel 1985 dal nuovo Libro bianco presentato dal ministro della difesa Spadolini6, in cui si precisavano gli obiettivi strategici del Paese e un modello di difesa che prevedeva l’istituzione di una forza di intervento rapido in funzione delle minacce provenienti dalle aree instabili vicine, missioni di supporto alla pace come strumento di intervento in una cornice multilaterale e la necessità di sostenere e aiutare lo sviluppo dell’industria italiana degli armamenti. Negli anni settanta il Parlamento approvò le cosiddette leggi “promozionali” che stanziavano importanti risorse aggiuntive per la costruzione e ammodernamento dei mezzi navali della Marina Militare, dell’Aeronautica e dell’Esercito. Queste leggi assicurarono, per più di un decennio, il sostegno della domanda militare che consentì l’allargamento della base produttiva e la capacità di penetrazione sui mercati internazionali. Le esportazioni si rivolgevano prevalentemente verso il Terzo mondo e in misura assai minore nei mercati dei paesi sviluppati, elemento che rimarca il nesso armi-petrolio: più della metà delle esportazioni di armamenti hanno riguardato produttori di greggio7. Per sostenere l’industria bellica i vari governi non si sono astenuti dal permettere pratiche di triangolazioni e vendite illegali come nel caso dei contratti dei Cantieri Navali Riuniti e della Oto Melara per la vendita all’Iraq di 4 fregate, 6 corvette, una nave logistica, un bacino galleggiante con relativo munizionamento e supporto logistico (essenziali per la conduzione della guerra con l’Iran). In questo caso, come altri, vi è stato il pagamento di compensi “gonfiati” per consentire il pagamento di consistenti bustarelle ai partiti politici italiani. Il compenso di mediazione di 180 miliardi fu approvata dal ministro Spadolini e, secondo lo stesso, fu un atto collegiale del governo8. Con la stessa ottica Spadolini si dichiarava favorevole al progetto di scudo stellare proposto dal ex presidente Reagan, differentemente dal ministro Andreotti che lo considerava una violazione del Trattato ABM del 1972, perché sarebbe stata una possibilità per ottenere finanziamenti per la ricerca e sviluppo e una occasione per svecchiare lo strumento nazionale italiano. Al ritorno dalla riunione dell’Unione dell’Europa Occidentale nell’Ottobre 1987, dove il Consiglio adottò una Piattaforma sugli interessi della sicurezza europea propedeutici alla costruzione di una “identità europea” nel settore della difesa, il ministro della difesa Valerio Zanone dichiarava al quotidiano Repubblica che si erano dissipate le diverse visioni nazionali non tanto sulle prospettive del disarmo (a proposito dell’accordo fra i governi americano e sovietico per la rimozione globale dei sistemi a raggio intermedio), quanto sulla struttura dei diversi sistemi difensivi. Molti governi europei, fra cui l’Italia, pur elogiando l’accordo, espressero qualche dubbio sulla capacità difensiva del Continente, e il timore del venir meno del pilastro fondamentale dell’efficienza atlantica, il principio della “risposta flessibile”. Era necessario provvedere al finanziamento di interventi di investimento: “di pensare con una certa lungimiranza ad una nuova generazione di leggi promozionali, come quelle che negli anni Settanta hanno consentito quel tanto di ammodernamento difensivo che si è fatto”9.

1989… Fine del mondo bipolare e riorganizzazione dell’industria bellica

Con il nuovo Modello di difesa del 1991, presentato dal ministro Rognoni dopo il Consiglio atlantico di Roma che decretò il nuovo concetto strategico, ovvero il potenziamento delle capacità di prevenzione della forza oltre i limiti territoriali dei paesi alleati, la cui legittimazione (intervento fuori area) e gestione di crisi non previste dall’Articolo 5 (operazioni di risposta alle crisi) avverrà nel 1999, comincia a sfumare la separazione pace-guerra in seguito all’identificazione fra la sicurezza e la salvaguardia degli interessi politici ed economici all’estero. Lo strumento militare diviene il mezzo per accrescere il prestigio nazionale sullo scacchiere internazionale mentre difesa della pace e del diritto internazionale diventano un binomio sempre più saldo. La fine della guerra fredda promosse l’idea di un sistema politico internazionale capace di anticipare lo scoppio delle guerre, di mediare fra le parti ma anche di imporre la pace e giustizia con la forza attraverso le cosiddette operazioni di supporto alla pace (PSO). Ulrich Beck in “Il soldato Ryan e l’era delle guerre postnazionali” scrisse di “un umanesimo militare, di intervento di potenze transnazionali che si muovono per far rispettare i diritti umani oltre i limiti dei confini nazionali che in pratica si configura come una miscela di generosità umanitaria e logica imperialista”. Se nei decenni della Guerra fredda il contributo nazionale alla sicurezza collettiva atlantica si esprimeva nella disponibilità a fornire le basi, il crollo del sistema bipolare favorì la possibilità di un consenso bipartisan sui temi della difesa autorizzando le forze armate italiane ad essere impiegate in moltissimi teatri operativi. Le esperienze maturate nella guerra nel Golfo (1991) e nella missione nel Kurdistan iracheno, l’operazione in Mozambico (Albatros) e il disastroso intervento in Somalia (IBIS) nel 1992, dove fra l’altro furono uccisi in una imboscata la giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin10, hanno consentito all’Italia di specializzarsi nelle operazioni di stabilizzazione e ricostruzione. L’approccio italiano alle PSO, che dovrebbero basarsi sulla centralità di alcuni compiti come l’impiego di polizia militare, addestramento di forze armate locali, operazioni antisminamento e ruolo della cooperazione civile-militare, di fatto innesca la reazione di chi non si identifica con l’autorità locale che si vuole consolidare. Di conseguenza era chiaro, per gli strateghi militari, che le forze armate sarebbero state costrette a fare un salto di qualità. In occasione della guerra nel Golfo del 1991 furono riscontrati problemi interni al settore militare che, peraltro, continueranno a persistere negli anni successivi visto il nuovo attivismo italiano: investimenti pubblici poco adeguati, mancanza di coordinamento nella fase di pianificazione, rivalità interforze, carenza di addestramento ed equipaggiamento, duplicazioni nella fase di procurement. Con il mutare dello scenario internazionale si pone perciò non solo il problema del ruolo politico che l’Italia dovrà svolgere, ma anche quello delle spese militari. Lo scioglimento del Patto di Varsavia provocò una diminuzione nella domanda mondiale di armamenti ponendo Finmeccanica, in grave crisi per scarsa competitività e specializzazione, di fronte alla scelta se riconvertire almeno in parte la sua produzione, o sperare in ulteriori finanziamenti statali per garantire nuove commesse militari. La soluzione, illustrata in presenza dell’amministratore delegato Fabiano Fabiani nel settembre 1993 presso la 4^ Commissione difesa del Senato, fu quella di avviare una programmazione pluriennale della spesa in grado di sostenere la recente esigenza (soluzione promossa dagli USA) di abbattere la barriera tra civile e militare sia nel processo produttivo che nell’organizzazione del lavoro, sia nella concezione dei sistemi d’arma11. Concluso il trasferimento delle proprietà EFIM presso Finmeccanica (con un piano dal valore di 55.000 miliardi di lire in dieci anni a spese dello Stato) si rendeva necessario il passaggio da una logica di offerta puntiforme e semiartigianale ad una integrata ed efficiente per essere presenti con determinazione nei mercati europei ed internazionali. Inoltre, per realizzare tale obiettivo, bisognava individuare le tecnologie critiche e gli strumenti legislativi e amministrativi per interfacciare industrie, centri di ricerca e università. Si trattava quindi di intervenire per introdurre una discontinuità con il passato, consacrare Finmeccanica come gruppo motore di sviluppo e innovazione e, nuovamente, proporre la relazione fra i settori difesa, politico, economico ed energetico. Il concatenamento è chiaro: il settore militare ha bisogno di finanziamenti per trasformare la ricchezza di una nazione in una forma di potere, quello militare, e l’economia delle risorse energetiche per produrre ricchezza; il settore energetico e quello economico a loro volta hanno bisogno di essere difesi in nome della sicurezza e degli interessi nazionali, mentre la politica deve creare un ambiente “comune” propenso a collaborare sulla base di valori espressi nella teoria della “pace democratica”. E’ difficile capire quali siano questi valori visto che viviamo in un mondo in cui le grandi potenze, in nome della sicurezza, mirano a conquistare l’egemonia per imporre il proprio ordine mondiale. Una risposta la troviamo nel saggio “Che cosa c’è di democratico nella pace democratica?” di Daniele Archibugi e Mathias Koenig-Archibugi: “con un sillogismo mai esplicitato, la tesi della pace tra democrazie suggerisce infatti che, se a tutt’oggi persiste la guerra, ciò va ascritto al fatto che alcuni stati non sono democratici e che quindi, in ultima analisi, la colpa dei conflitti ricade sugli stati autoritari. Una tale credenza ha fatto scaturire l’idea che basti forzare gli stati a diventare democratici per conseguire una comunità internazionale pacifica. Il nesso causale dalla democrazia alla pace può far scaturire la politica della guerra per la democrazia”. Il vocabolario si riempie di neologismi per non dire guerra: operazioni a bassa intensità, intervento chirurgico, missione di peacekeeping, azione di difesa attiva o operazione di polizia, tutte da realizzarsi con armi sempre più sofisticate e costose. La stessa sicurezza nazionale assume nuove valenze e motivazioni: “gli investimenti sui sistemi d’arma costituiscono un elemento di assoluto rilievo per la sicurezza del Paese, ed anche un dato altrettanto significativo per le industrie del settore, nei confronti delle quali la domanda nazionale ha un doppio valore, economico dal punto di vista del fatturato e di promozione sui mercati esteri”12. Se nel 1991 l’operazione Desert Storm era stata presentata come “missione di polizia internazionale e non come operazione di guerra”, Andreotti parlò di intervento regolato ai sensi dell’art.10 della Costituzione e dalle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute, l’intervento militare nella Jugoslavia del 1999 veniva deciso dalla NATO per “ragioni umanitarie”, estendendo la sua sfera di competenza “fuori area” bombardando uno stato sovrano senza l’approvazione dell’ONU. Anche in questo caso per l’Italia fu un test per valutare la capacità di svolgere un ruolo di primo piano sullo scenario internazionale fornendo non solo le basi militari, ma partecipando attivamente ai raid aerei con un contributo militare inferiore solo a quello degli Stati Uniti. D’Alema valutò che per raggiungere l’obiettivo del governo di mantenere un equilibrio fra possibilità di una soluzione politica, impegno umanitario e partecipazione militare, bisognava mettere in campo la portaerei Garibaldi con Harrier ed elicotteri, tre navi da sbarco, caccia AMX, e sganciare 115 missili e 635 bombe. “Noi non volevamo dominare i Balcani, ma affermare un ideale di ordine internazionale fondato sui diritti umani, la libertà, la tolleranza. Ma non le nascondo che in altri settori della sinistra mondiale la nostra scelta è stata accolta con forte dissenso e incomprensioni radicali”13. Dopo l’operazione Allied Force della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia si comincerà a parlare di “nuove guerre” (Mary Kaldor, 1999) secondo cui, nell’età della globalizzazione, la violenza organizzata si esprime attraverso nuovi metodi di combattimento e di finanziamento, ma soprattutto include un ampio ventaglio di attori non statali che si organizzano in network transnazionali. La credibilità degli interventi umanitari viene meno non appena se ne vede la selettività dipendente più da calcoli di interesse o opportunità, piuttosto che al riconoscimento di diritti universali uguali per tutti. E’ lo stesso D’Alema a dichiarare che l’attivismo italiano risponde più a interessi particolari interni “è importante infatti che l’Italia non rimanga confinata in un ruolo marginale, ma «partecipi pienamente alla definizione dell’agenda globale». Perché ciò avvenga «dovrà essere in grado di assumersi le proprie responsabilità, inclusa la partecipazione alle missioni di pace, soprattutto quando le crisi si svolgono in aree che toccano i nostri interessi nazionali più immediati”14. Dalla fine della guerra fredda ad oggi le missioni militari sono state autorizzate mediante una interpretazione estensiva dell’art. 11 della Costituzione: “l’inquadramento di queste operazioni nell’ordinamento costituzionale, la legittimità delle operazioni militari per mantenere o imporre la pace è stata finora individuata sulla base del parametro contenuto nella seconda parte dell’articolo 11 della Costituzione secondo il quale l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”15. Danilo Zolo nel libro ‘Guerra, diritto e ordine globale’ spiega la nuova categoria giuridica del diritto internazionale, quella della guerra umanitaria, tramite la teoria dell’inganno: “Chi dice umanità cerca di ingannarti. Dichiarare una guerra “umanitaria” significa mettere in moto un diabolico meccanismo in base al quale l’avversario viene relegato nella categoria dei “nemici dell’umanità” e ogni atto di aggressione nei suoi confronti diventa non solo lecito, ma addirittura moralmente obbligatorio”.

2001… Guerra senza frontiere al terrorismo e rivoluzione degli affari militari

All’indomani degli attentati dell’11 Settembre, gli Stati Uniti dichiararono guerra senza frontiere al terrorismo. Letteralmente la guerra al terrorismo significa guerra contro un metodo di guerra. Il documento “Nuove forze per un nuovo secolo” del 2001, presentato dal Ministro della Difesa Sergio Mattarella prima del crollo delle Torri gemelle, illustra il lungo processo di ristrutturazione, razionalizzazione e concentrazione dell’industria bellica, necessario per ottenere una consistenza a livello tecnologico, e sottolinea la trasformazione concettuale della sicurezza nella sua multidimensionalità. Tuttavia sarà il Libro bianco del 2002, uscito dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, ad auspicare un chiarimento in merito all’applicazione del Codice penale militare di guerra durante le missioni all’estero per “conformare la situazione di diritto a quella di fatto”. Non solo, si rende palese che le Operazioni di supporto alla pace sono in realtà interventi militari di guerra inseriti in una “multinazionale di pace” (il termine guerra non viene accettato dall’immaginario collettivo). L’ammissione del ministro La Russa, nel 2008, che i soldati italiani erano coinvolti già da un anno in combattimenti contro i talebani nella zona di Farah in Afghanistan “Il governo Prodi ha tenuto giustamente questa informazione riservata. Lo avrei fatto anch’io al suo posto. Ora però possiamo confermare che i nostri militari hanno partecipato ad azioni anche di combattimento”, conferma il ruolo centrale dell’informazione e della comunicazione in situazioni di conflitto. Il tentativo di controllare i flussi comunicativi mira non solo alla creazione di consenso del pubblico, ma anche al “dominio delle informazioni” sul campo di battaglia. Il Libro bianco di Antonio Martino colpisce non tanto perché non fornisce direttrici o risposte al nuovo scenario strategico internazionale, difatti è solo una accurata descrizione dello stato dello strumento militare, ma per l’accettazione subalterna delle direttive provenienti dall’establishment politico-militare USA. Nella quarta parte il libro si occupa dell’apparato industriale esaminando le procedure di acquisizione e i programmi di cooperazione internazionale fra cui gli F-35, velivolo per l’attacco al suolo e ricognizione, prevedendo l’introduzione in servizio tra il 2010-2012. Per quanto riguarda la ricerca tecnologica ancora una volta si fa riferimento al principio duale: “conferire al settore della ricerca militare caratteristiche di maggiore autonomia rispetto ai programmi di sviluppo di specifici armamenti, nella convinzione che la tecnologia ha caratteristiche “neutre” rispetto alle sue applicazioni. E’ ritenuto necessario, pertanto, ricercare la massima sinergia tra le esigenze di studi che, pur provenendo da esigenze legate a sistemi o applicazioni diverse, coinvolgono basi tecnologiche identiche”. Dalla guerra del Golfo del 1991 nella quale gli F117 Stealth compirono il 2% delle missioni sganciando novemila delle duecentocinquantamila tra bombe e missili lanciati in totale nel conflitto, ma colpendo solo il 44% dei bersagli dello schieramento iracheno, il concetto di Revolution in Miltary Affairs (RMA) è entrato nel dibattito della politica di difesa italiana. La connessione fra i progressi tecnologici nel settore degli armamenti, i nuovi modelli organizzativi delle forze armate e l’innovazione del pensiero militare, insieme al progressivo venir meno della distinzione tra tecnologia militare e civile, tra soldati professionisti e insorgenti, ribelli e guerriglieri16, ha creato sovrapposizioni fra spazio di battaglia e comunità civile. Scrive Antonio Martino nella sua pagina web: “Leggo sempre con piacere gli articoli di Angelo Panebianco, trovandomi quasi sempre d’accordo con le sue tesi. Credo che il suo più recente editoriale superi i già elevati standard del suo illustre editorialista. In esso, Angelo ci ricorda una delle lezioni più importanti che la storia del XX secolo ci ha lasciato: il dialogo fra l’imbelle e l’armato prelude solo a disastri. Tagliare le spese per la Difesa e puntare tutto sul dialogo è semplicemente insensato. Il programma del JSF (gli F35) nacque negli anni in cui ero ministro della Difesa. Grazie al buon rapporto fra l’amministrazione americana e il governo italiano e all’amicizia personale fra me e Don Rumsfeld, riuscii ad ottenere che, per la prima volta nella storia, l’Italia venisse inclusa nel gruppo di testa quanto al trasferimento delle tecnologie. Dalla fine della guerra era la prima volta che gli USA trattavano il nostro paese alla stessa stregua della Gran Bretagna”17. Il duemila non sarà solo l’inizio della guerra infinita dichiarata dal presidente americano George W. Bush ma anche quello degli affari d’oro dell’industria bellica. Il ricavo complessivo dell’industria militare risulterà aumentato del 43% dal 2002 (SIPRI Top 100 and recent trends in the arms industry 2015).
Per quanto riguarda l’Italia e Finmeccanica in particolare, dalla relazione trasmessa alla Presidenza della Camera (anni 2009-2013) nell’aprile 2015 emerge che “Negli ultimi anni il settore nazionale ha registrato una linea tendenziale di aumento del fatturato, 15 miliardi di euro nel 2013, in linea con il trend europeo e un livello occupazionale diretto intorno a 50.000 unità. Questo risultato è stato conseguito grazie a un mix di fattori quali un bilanciamento fra attività civili e militari, che ha permesso di mantenere un volume di carichi di lavoro compensando i differenti cicli economici dei due comparti”18. La relazione è una descrizione dettagliata di tutti i programmi della difesa sia nazionali sia internazionali, sulla domanda mondiale, finanziamenti e investimenti, prospettive e ripartizione del fatturato per settore, ma per quanto riguarda Finmeccanica si limita a rilevare che “si assiste a operazioni di razionalizzazione e ristrutturazione con l’obiettivo di ottimizzazione delle risorse e selezione del portafoglio prodotti”. Il duemila si apre infatti con una Finmeccanica impegnata nell’ennesima attività di riorganizzazione industriale e riassetto interno. Quella che verrà chiamata “era Guarguaglini”, dal nome del presidente e amministratore delegato di Finmeccanica dal 2002 al 2011, sarà caratterizzata da una azzardata strategia di espansione organizzativa che porterà l’holding industriale al rischio insolvenza nel 2011. Con il nuovo presidente Finmeccanica diventerà una multinazionale (con tre mercati domestici: Italia, Gran Bretagna, USA) aggressiva sul mercato internazionale attraverso acquisizioni (sostenute dal Ministero dell’economia e delle finanze) e accordi di cooperazione, portando tutti gli indicatori in salita (raddoppio del fatturato e portafoglio ordini), ma provocherà un aumento del rapporto debito/patrimonio dovuto soprattutto all’acquisto della società americana Drs. Nel 2009 l’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti viene indagato dalla Procura di Milano per corruzione. I fatti contestati riguardano il versamento di 2,4 milioni al suo studio tributarista da parte di Finmeccanica, controllata dal Tesoro, in cambio dell’ammorbidimento della propria iniziale contrarietà al controverso acquisto, per 3,4 miliardi di euro, della società statunitense ‘Drs’ fornitrice del Pentagono. Nel 2013 Milano Finanza riporta una sua dichiarazione a proposito dell’arresto di Giuseppe Orsi, successore di Guarguaglini “Ci sono settori in cui, è leggenda, non fai affari se non paghi alle controparti: le armi, il petrolio, etc. Ci sono Paesi in cui il livello della corruzione è inimmaginabile, è strutturale. Se dipendesse da me, farei come in Francia, dove c’è’ una società di Stato che ha questa missione, il che mette al riparo l’impresa”. Sempre nel 2013 in una intervista al Corriere della Sera del 2013, l’allora presidente del Consiglio Mario Monti aveva dichiarato, a proposito dell’ennesima vicenda giudiziaria di Finmeccanica, che “le tangenti esistano frequentemente negli affari, soprattutto in certi Paesi, è realtà. Che debba essere visto come necessario e ineluttabile lo rifiuto”. Le crisi di Finmeccanica sono anzitutto crisi di governance del gruppo nelle quali non sono estranei gli interessi privati e le politiche di difesa attuate dai vari governi della Repubblica italiana. E’ lo stesso Guarguaglini, dimessosi da Finmeccanica in seguito ad una inchiesta su false fatturazioni, ad ammettere abituali interferenze politiche sulle aziende della difesa sin dai tempi di IRI ed EFIM. Accadeva che nei consigli d’amministrazione, se i membri erano sette, tre li decideva la politica “la quota di minoranza del consiglio era lottizzata, c’era l’opposizione, i sindacati, il pagamento di tangenti per vendere armi, la possibilità di essere indagati per traffico d’armi insieme a politici e generali”. Poiché l’industria bellica opera in un contesto politico-economico contrassegnato da una forte direzionalità governativa e dalla massimizzazione dei profitti (da dividere fra gli azionisti), il legame fra manager, politici e generali diviene un legame di potere che sfrutta i redditi di una società intera. Gli stanziamenti miliardari per programmi “stellari” rappresentano sia una modalità per espandere sotto il controllo della sfera politico-militare diversi e più avanzati settori di ricerca e produzione, sia per affermare un modello di sviluppo industriale. Ma è anche l’occasione per soddisfare le voglie di generali, amministratori d’azienda e politici secondo una logica che eccede la reale necessità. Questo sistema è stato denunciato, per motivi particolari, dal generale Giulio Fraticelli nel 2005: “Le autorità che vigilano sul bilancio dello Stato dovrebbero essere consapevoli di come vengono spesi i soldi ed esprimere il loro punto di vista sulle priorità. Ci servono più di 100 aerei? Ci servono una portaerei e 10 fregate? Sono numeri che andavano bene per fronteggiare il Patto di Varsavia, non per lo scenario odierno. Non possiamo pensare di andare in giro per il mondo a fare la guerra a chissà quale Paese. Quello che ci viene chiesto dalla Nato e dalle Nazioni Unite è portare la pace. Avremo sempre più missioni da compiere. E servono uomini”. Quelle “missioni da compiere” sono messe in luce nel volume il “Concetto Strategico del Capo di Stato Maggiore della Difesa” del 2005 in cui si sottolinea la possibilità di far intervenire le Forze armate fuori dai confini nazionali attraverso una forza “expeditionary” per “far fronte dinamicamente alla minaccia laddove essa si alimenta”. La minaccia terroristica, come si è visto in Iraq e in Afghanistan, deve essere affrontata, secondo la nuova dottrina, come missione di pace. Bisogna però essere consapevoli che può esserci un “mutamento incontrollato”. L’operazione “Antica Babilonia” ha rappresentato un esempio rivelatore: interpretata come “Interventi urgenti a favore della popolazione irachena”, l’Italia utilizzò, per la prima volta, specifiche unità dedite alle Psychological Operations (Psy-Ops) il cui obiettivo dichiarato era quello di influenzare la percezione verso una presenza straniera sul terreno. Tale operazione rende in ogni caso necessaria la messa in sicurezza delle truppe in quanto si opera, come forza occupante, in un territorio ostile e in ambito urbano. Piuttosto le battaglie dei ponti, e gli scontri a fuoco con l’esercito del Mahdi, evidenziarono non solo carenze in termini di mezzi ed equipaggiamenti, ma svelarono l’ambiguità di una missione spacciata per “assistenza umanitaria” in un contesto apertamente bellico19. Queste esperienze convinsero Il Capo di stato maggiore Giampaolo Di Paola della necessità di dotarsi di una struttura flessibile e net-centrica. Tuttavia nel documento “Investire in Sicurezza 2005” più che rifarsi all’esperienza, si potrebbe dire che Di Paola fosse principalmente interessato a sponsorizzare la visione delle guerre supertecnologiche americane. Diversi analisti come Stephen D. Biddle, Adjunct Senior Fellow for Defense Policy, hanno notato che in Iraq i principi centrali della NCW non sono stati fondamentali per una vittoria ottenuta sostanzialmente in un contesto convenzionale. Il fattore decisivo è stato semplicemente il migliore addestramento americano20. Anche la Rand Corporation aveva pubblicato uno studio intitolato “Trasformazione militare? Quale Trasformazione, e cosa ci aspetta?”21 in cui si descrive la trasformazione militare avvenuta negli otto anni dell’amministrazione di George W. Bush quando Donald Rumsfeld era segretario della Difesa. Dall’analisi fatta sulla natura della guerra in Iraq è emerso che si è posta erroneamente una enfasi sproporzionata sul ruolo delle forze più leggere e mobili ottenendo per contro un effetto frenante sulla trasformazione. Le conclusioni dello studio sono state univoche: troppo spesso e troppo velocemente si abbracciano concetti in maniera acritica. Un risultato sicuro c’è stato: Il livello di spesa ha superato il picco della guerra fredda e il picco della guerra del Vietnam. Nell’articolo “L’Italia miglior alleato americano” di Claudio Gatti22 si riportano alcuni dei quattromila cables riservati filtrati dall’ambasciata Usa a Roma, oltre 30 mila pagine di documenti finora segreti, che possono essere riassunti nella frase dell’ambasciatore Melvin Sembler all’indomani dell’invasione dell’Iraq: “Pur riconoscendo che l’Italia può sembrare frustrante e bizantina... è un posto eccellente per condurre i nostri affari politico-militari. A renderlo così… eccellente per gli americani, è un trattato bilaterale che da sei decenni permette al Pentagono di usare le basi italiane”. Il nome di Di Paola compare a proposito del trasferimento da Stoccarda a Sigonella del comando europeo delle Forze speciali Usa. Ecco cosa dice: “Di Paola ci ha scoraggiato dal seguire la strada che passa per un coinvolgimento del Parlamento italiano, suggerendoci di prendere in considerazione l’idea di legare eventuali attività militari alla lotta al terrorismo, cosa che potrebbe fornire una copertura politicamente accettabile a un’ampia gamma di operazioni”. Un altro riferimento obbligato, per capire meglio gli aspetti operativi della dottrina NCW, è il documento “La trasformazione net-centrica: il futuro dell’interoperabilità multinazionale e interdisciplinare”23. Nel testo Di Paola si sofferma sulla trasformazione tecnologica e dottrinale sottolineando il fattore cruciale rappresentato dal legame politica di difesa e industria. Non a caso è presente un intervento dell’ amministratore delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini: “all’Amministrazione Difesa spetta la responsabilità di definire la dottrina e i requisiti operativi, mentre l’industria ha il compito di definire i modelli ingegneristici e le architetture complessive, da cui derivare sistemi e piattaforme”. Nel 2010, infatti, veniva firmato un contratto dal Ministero della Difesa con SELEX Sistemi Integrati, una società di Finmeccanica, dal valore di 238 milioni di euro per dotare le Forze Armate italiane di un sistema digitalizzato denominato Forza NEC. Cinque anni dopo Guarguaglini rivela un esempio di spreco di denaro pubblico a proposito di un sistema “radar e sensori infrarossi” voluto da Gheddafi, costato centinaio di milioni di euro, che poteva fermare l’onda di immigrati verso l’Italia”, ma che giace dimenticato in un magazzino ai confini del deserto. Non è l’unico: la portaerei Cavour (da un miliardo e mezzo di euro) comprata quando c’era già la Garibaldi; le fregate FREEM (per 6 miliardi di euro) che costano più di quelle della Marine Nationale francese; i mezzi VBM Freccia e VTLM Lince (modificati per migliorare la capacità di protezione alle IED e cariche cave) o i caccia statunitensi F-35 (dal costo unitario di circa 100 milioni) in presenza degli europei EFA. L’Italia è un paese in cui i governi ricorrono troppo spesso ai decreti legge esautorando il Parlamento della sua funzione principale. Potranno essere degli esempi la deliberazione dello stato di guerra da parte del Parlamento se passa la modifica dell’art.78 della Costituzione (la deliberazione dello stato di guerra non riguarda né la lotta al terrorismo, né le missioni militari, né l’appartenenza attiva dell’Italia alla Alleanza Atlantica)24, la copertura finanziaria delle missioni internazionali o chi debba autorizzare il finanziamento dei programmi relativi al rinnovamento e ammodernamento dei sistemi d’arma. Secondo il Consiglio Supremo di Difesa le Commissioni Difesa non hanno diritto di veto sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate perché “per loro natura rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo”. Sebbene le cifre per l’acquisto di armamenti siano comprensive dei fondi stanziati dal Ministero della Difesa, dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalle leggi speciali, Finmeccanica, sostenuta dai sindacati confederali e dalle Forze Armate, esercita continuamente pressioni sui governi chiedendo finanziamenti e sostegni attivi sui mercati internazionali. Il governo ha già dato una parziale risposta con il decreto n. 104 del 2015 “La nuova disciplina giuridica in materia di cooperazione governativa con altri Stati per i materiali di armamento prodotti dall’industria nazionale”: il Ministero della difesa, d’intesa con il Ministero degli esteri e della cooperazione, può svolgere, per conto di Stati esteri che ne facciano richiesta e con i quali sussistono accordi di cooperazione o di reciproca assistenza tecnico-militare, attività di supporto tecnico-amministrativo, ovvero contrattuale, per l’acquisizione di materiali di armamento prodotti dall’industria nazionale anche in uso alle Forze armate, e per le correlate esigenze di sostegno logistico e assistenza tecnica. “L’emanazione del regolamento governativo in rassegna introduce un’assoluta novità nell’ambito dell’ordinamento giuridico italiano; con esso, difatti, per la prima volta, è disciplinata la c.d. attività «government to government» (anche nota come «G2G») svolta dallo Stato italiano nei confronti di altri Stati in materia di cooperazione nel settore dei materiali d’armamento prodotti dall’industria nazionale”. Al convegno organizzato dall’AIAD sullo stato di avanzamento del sistema industriale della difesa per il Sistema Paese, presenti il Ministro Pinotti, il Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale, l’ing. Mauro Moretti e il Segretario Generale della Difesa, si è più volte ribadito che questa legge deve essere ottimizzata attraverso la creazione di una struttura finanziaria che consenta il supporto all’export. “Le esportazioni rappresentano importanti risorse spendibili nei rapporti intergovernativi tesi alla cooperazione militare. Su di esse, si possono sviluppare politiche di partenariato e di trasferimento di tecnologie, privilegiando gli accordi “Governo a Governo”. In quest’ottica la Difesa continuerà ad assicurare il suo supporto all’industria nazionale, anche in coordinamento con le altre Amministrazioni competenti” (punto 266 del Libro bianco).

2011… Il buco nero delle “primavere arabe” e il profondo rosso di Finmeccanica

Nel dicembre 2009 è entrato in vigore il Trattato di Lisbona all’insegna di una maggiore coerenza nella politica estera dell’Unione Europea con la creazione della figura dell’Alto rappresentante che ha l’incarico di coordinare e attuare la politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’Unione europea (UE), oltre alla politica di sicurezza e di difesa comune. L’alto rappresentante è anche uno dei vicepresidenti della Commissione europea, e come tale garantisce la coerenza dell’azione esterna globale dell’UE. Si vedrà in seguito che questo processo di centralizzazione delle decisioni sarà solo parziale perché i vari Paesi mantengono una loro autonomia. La politica europea di sicurezza e di difesa (PESD) è stata rinominata “politica europea di sicurezza e difesa comune (PSDC)” e ha come elemento chiave la clausola di difesa reciproca. I paesi dell’UE si sono impegnati a sviluppare le loro capacità di difesa fornendo forze di combattimento per le missioni pianificate e si è costituita l’agenzia europea per la difesa (AED) per rafforzare la base industriale e tecnologica nel settore della difesa. Nel novembre 2010 i Capi di Stato e di Governo hanno affermato la missione principale della NATO e approvato un nuovo concetto strategico: “prevenire le crisi promuovendo la stabilità internazionale prima che le criticità geo-strategiche mettano in crisi la sicurezza dei 28 Alleati” rimarcando il rafforzamento della partnership strategica tra la NATO e l’UE. Il nuovo concetto strategico si dovrà basare sul presupposto che lo scenario geopolitico mondiale è in continuo mutamento e che la sicurezza dell’area europea e nord-atlantica è minacciata da molteplici fattori di criticità fra cui le crisi regionali diffuse, minacce terroristiche e cibernetiche, criminalità organizzata, interruzioni dei flussi di risorse energetiche, proliferazione delle armi di distruzione di massa, instabilità permanente di alcune realtà statuali e l’emersione di nuove forme di minacce denominate ibride. Sempre nel 2010 l’Europa approva il nuovo Sistema dei conti (SEC 2010) che considera le attività delle acquisizioni militari come investimento e non più come consumi intermedi ai fini della patrimonializzazione delle stesse, incrementando di conseguenza il PIL. Nel 2011, al termine del suo mandato, Guarguaglini si dimette da Finmeccanica lasciandola con 5.885 milioni di debiti finanziari pari a 1,37 volte il patrimonio netto. L’obiettivo di trasformare Finmeccanica da holding industriale diversificata a società industriale a vocazione militare non sarà raggiunto dai successori Giuseppe Orsi, arrestato e condannato nell’ambito del processo su presunte tangenti per un appalto da 560 milioni di euro per la vendita al governo di Delhi di 12 elicotteri con le accuse di corruzione internazionale e false fatturazioni, né da Alessandro Pansa che aveva ottenuto un ritorno all’utile e ordini in salita, ma da Mauro Moretti. Con il nuovo Amministratore Delegato nasce Finmeccanica “One Company” diventando un’unica società attiva nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza articolata in settori e divisioni. Sempre nel 2016 Il governo indiano decide di annullare tutte le gare vinte dall’azienda italiana per materiale destinato alle sue forze armate, includendo Finmeccanica e le sue controllate in una black list. Sul fronte geopolitico verso la fine del 2010 in Medio Oriente e in Nord Africa iniziano delle rivolte popolari che chiedono più democrazia, libertà e giustizia. Le diverse sollevazioni hanno avuto differenti risultati: in Tunisia inizia una difficile transizione verso la democrazia, in Egitto i militari riprendono il potere dopo una breve parentesi di governo dei Fratelli Musulmani, in Libia, Yemen e Siria persiste ancora oggi una guerra degenerata in guerra civile per la presenza di attori diversi, ognuno con finalità diverse. Il 19 marzo 2011 la NATO inizia l’operazione Unified Protector in Libia dopo un irresponsabile attacco delle forze aeree francesi e inglesi, senza che vi fosse una strategia unica. Il Colonnello Murray T. Guptill dirà “ce ne sono diverse: una francese, una italiana, una statunitense e probabilmente anche quella di qualche paese arabo o della Lega Araba”. Nell’articolo “La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi” si racconta il retroscena francese “in una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total”25. Per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quella in Libia non era una guerra: “Non siamo entrati in guerra. La carta delle Nazioni Unite prevede un capitolo, il settimo, il quale nell’interesse della pace ritiene che siano da autorizzare anche azioni volte, con le forze armate, a reprimere le violazioni della pace”. Ma per Il generale Giuseppe Bernardis dell’Aeronautica militare “In Libia abbiamo sganciato 710 ordigni, quasi tutti andati a segno. Oggi siamo impegnati in Afghanistan, Libano, Balcani e Oceano Indiano. Eppure la politica ci impone di non dire niente sulle nostre operazioni. Perché?”26. Il generale lancia anche un sasso nell’ipocrisia delle nostre “missioni di pace” e sponsorizza l’F-35 anche se “non si può discutere di nuovi mezzi senza parlare anche dei compiti affidati ai nostri militari: Sono vent’anni che Governo e Parlamento ci chiedono di andare in missione: la prima fu l’Iraq nel 1991”. Come sempre, anche le attuali operazioni all’estero, Bagdad, Erbil, Kuwait City e Mosul, impegnate nell’addestramento di peshmerga curdi e poliziotti iracheni nelle ricognizioni aeree con Tornado, droni e aerei da trasporto tattico C- 130, elicotteri NH-90 eAW129 Mangusta, entrerebbero nell’ambito delle operazioni internazionali di pace. In particolare a Mosul una task force ha iniziato a dispiegarsi per proteggere i lavoratori italiani che devono mettere in sicurezza la diga sul Tigri: “I nostri velivoli svolgono una missione di ricerca e acquisizione obiettivi, specializzazione nella quale siamo tra i migliori al mondo, e che è fondamentale per chi fa operazioni di attacco al suolo. Quindi, va bene così. Non cambieremo. Quello che servirà a Mosul, e che ci sarà, è la cosiddetta personnel recovery, cioè elicotteri in grado di intervenire per portare in salvo personale disperso o ferito. Quattro NH90 dell’aviazione dell’Esercito sono già operativi”. Con queste parole il ministro Pinotti ci tiene a chiarire che non vi sarà nessuna missione di attacco al suolo. Difficile crederle, così come non si possono definire elicotteri da “esplorazione e scorta” i Mangusta, visto che sono elicotteri d’attacco. “La diga potrebbe anche diventare un’arma in sé” afferma Stuart W. Bowen Jr., ex ispettore US per la ricostruzione dell’Iraq, perché l’acqua è un fattore strategico anche per l’ISIS. La costruzione della diga di Mosul era iniziata nel 1980 all’inizio della guerra Iran-Iraq ad opera di un consorzio tedesco-italiano guidato da Hochtief Aktiengesellschaft. Un progetto importante per rafforzare il sostegno a Saddam Hussein durante il conflitto27. Nel maggio 2016 il Consiglio dei ministri vara il decreto per rifinanziare le missioni militari per un totale di 1.2 miliardi. La partecipazione assidua alle operazioni militari sta a dimostrare che il rilancio del ruolo italiano rispetto all’alleato americano resta una priorità, e che la Nato, e quindi gli Stati Uniti, rimangono un cardine fondamentale della politica estera. In particolare si quadruplicano i fondi per la Libia anche se non si fa accenno alla missione segreta delle forze speciali italiane28; si spendono 236,4 milioni di euro per la missione di contrasto all’IS in Kuwait e Iraq ma non c’è traccia della missione a protezione della diga a Mosul; 179 milioni per la proroga della partecipazione dei militari italiani alla missione NATO RESOLUTE SUPPORT in Afghanistan ed emerge l’impegno militare italiano in funzione anti-russa. Sono circa un centinaio le risorse impegnate in Lituania all’interno della cosiddetta Baltic Air Policing, missione NATO volta a monitorare lo spazio aereo nelle tre Repubbliche baltiche di Estonia, Lituania e Lettonia. Sempre a maggio è stata inaugurata la prima base del sistema USA antimissile Aegis. Circa trent’anni fa l’amministrazione Reagan lanciò l’Iniziativa di Difesa Strategica (Strategic Defence Initiative) ma solo con la presidenza Obama (passando per George W. Bush), il sistema è diventato in parte operativo. Si sono spesi centinaia di miliardi di dollari29 nella ricerca e sviluppo di sistemi di difesa contro le minacce missilistiche fra prove e continue modifiche, sino ad arrivare alla nuova architettura mobile che prevede l’installazione di missili intercettori anche su navi militari. I nuovi missili intercettori SM-3Block IIB, che dovrebbero essere usati contro testate a gittata intermedia, preoccupano Mosca che denuncia la violazione del Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF). Raytheon, che insieme a Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman e altri colossi della difesa, riceve congrui finanziamenti per lo sviluppo del sistema, sta chiedendo al Congresso di aumentare il numero dei missili intercettori SM-3 IB della US NAVY, proprio mentre il Pentagono indaga il fallimento dell’ultimo test dell’arma30. “Il sistema non è affidabile”, ha detto un alto funzionario militare da poco in pensione che ha servito i presidenti Obama e Bush. “Abbiamo preso un sistema che era ancora in fase di sviluppo – un prototipo – ed è stato dichiarato ‘operativo’ per motivi politici. Questa è la realtà a dispetto di una propaganda che lo vorrebbe efficiente”31.
Nel documento “Programma di comunicazione 2016” redatto dal Ministero della Difesa, vi è un riferimento alla necessità di una comunicazione trasparente e credibile per “Farsi conoscere per farsi apprezzare”. L’efficacia di qualsiasi comunicazione, prima ancora che dai contenuti, deriva dalla percezione che l’audience ha dell’istituzione. Sia nella comunicazione interna che in quella esterna la credibilità dell’istituzione e del carrier nonché la trasparenza dei processi costituiscono presupposti indispensabili per una corretta comunicazione32. Ma se è così allora perché si continuano a chiamare “missioni di pace” operazioni di guerra? E perché gli elicotteri da attacco Mangusta vengono definiti da “esplorazione e scorta”? Queste affermazioni attribuiscono al linguaggio un potere simbolico nella costruzione della realtà, ma quale realtà? “Il linguaggio, in particolare, dovrà essere improntato alla massima semplicità, chiarezza e sobrietà, oltre che calibrato in funzione del mezzo di comunicazione impiegato e del target di riferimento”. Qui emergono due aspetti della comunicazione: il primo privilegia il rapporto fra istituzioni e società concepita come “audience”, il secondo differenzia il contenuto secondo il “target di riferimento”: da una parte vi sono i responsabili e sapienti capaci di comprensione, dall’altra vi è una massa di individui ridotti a opinione pubblica acritica e incapace di capire che dietro le parole si esercita un potere che mira solo al consenso. Questo linguaggio opaco viene usato da sempre nelle questioni militari e ogni volta cade in contraddizione. Nell’articolo “Accuracy of Italian Defense Exports Report up for Debate”, Michele Nones, direttore del programma Sicurezza e Difesa dell’Istituto Affari Internazionali, denuncia la mancata trasparenza nella relazione del governo sull’export militare italiano 2015: “Anche se il problema è stato più volte discusso, la relazione annuale è ancora di difficile interpretazione e sostanzialmente inutilizzabile a causa della quantità di dati, che pur dettagliata, non dà un quadro completo dello stato delle esportazioni”. Il risultato è che si possono scorrere articoli in cui si afferma che l’anno scorso il valore globale definitivo delle licenze di esportazione ha raggiunto 8.247.087.068 euro, e altri che, riferendosi alla pagina 241 del secondo volume del rapporto, parlano di 3 miliardi. Merita un discorso a parte la cessione di armi e mezzi offerti sul mercato dell’usato, o ad uso della politica estera. Nel 2001 il governo Berlusconi donò un centinaia di blindati M-113 al Libano, nel 2011 armi ex sovietiche ai ribelli libici di Bengasi e nel 2014-15 il governo Renzi dona armi leggere ai peshmerga kurdi in Iraq. Altre armi sono state cedute alla Tunisia, Giordania e Somalia33. Nel decreto sulla “Proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione” si fa riferimento all’unica base militare italiana all’estero: “sono autorizzate, per l’anno 2015, le seguenti spese: euro 91.000 per la cessione, a titolo gratuito, di quattro VBL PUMA 4X4 e undici kit per la manutenzione alle Forze armate della Repubblica di Gibuti”34. L’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli ha definito la base di Gibuti un “avamposto permanente in un’area di enorme importanza strategica” che ospita nuclei di protezione dei fucilieri di Marina. L’acquisto invece di armamenti usati, in alcuni casi equipaggiamenti obsoleti per gli standard Nato, è molto diffuso in Asia, Africa, Europa Orientale e America Latina. Il trasferimento di navi, aerei o mezzi di seconda mano, serve all’industria bellica per due motivi: sottoscrivere contratti per l’aggiornamento degli equipaggiamenti i paesi interessati e ottenere nuove commesse per rifornire di nuovi materiali i magazzini della difesa. La disciplina “government to government” già citata, dà al governo, e quindi all’amministrazione della difesa, la possibilità di svolgere in favore di altri governi, con cui si siano previamente stipulati accordi intergovernativi oltre i protocolli, memorandum, intese o altri documenti che costituiscono la fonte naturale, attività di “assistenza tecnica, ingegneristica, logistica, manutentiva, addestrativa, formativa, amministrativa, legale, nonché di coordinamento della contrattualistica e degli aspetti connessi alla gestione finanziaria, anche nella fase di pianificazione e definizione dell’esigenza e del relativo impatto sui costi”. Per materiale di armamento si intende quello indicato nell’articolo 2 della legga 185/1990 costruito per un prevalente uso militare o dei corpi armati o di polizia35.

2015… Finmeccanica-Leonardo e Il Libro Bianco della Difesa: una nuova governance per Finmeccanica e le Forze armate

Mauro Moretti, ex Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato, si insedia in Finmeccanica nel 2015 con il compito di risolvere la situazione finanziaria del gruppo e riconquistare la fiducia degli investitori. La presentazione del piano industriale 2015-201936 viene caratterizzata per l’atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti delle gestioni passate che hanno prodotto una situazione di “economia borderline che non risponde a nessuno”. In piena sintonia con l’attuale governo, quella di Moretti è stata una strategia comunicativa: rottamazione del passato per far compiere al gruppo il salto dal medioevo alla modernità, riconfigurazione della holding per far emergere una nuova credibilità a livello internazionale e, infine, dopo l’imposizione del nuovo paradigma, riorientamento comunicativo in positivo per valorizzare il cambiamento “il problema è che noi amiamo ripeterci solamente ciò che non funziona. Non esiste una comunicazione che racconta le tante cose che vengono fatte bene” (Moretti alla celebrazione per i 100 anni della Boeing). Ora che la “rivoluzione” è finita con la trasformazione da holding in “one company per essere più forti e one voice per parlare ai mercati del mondo” e dopo aver eliminato tutto ciò che non fa parte del core business militare (vendita di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts ai giapponesi di Hitachi), distrutto la filiera produttiva imperniata sul civile attiva nel sud d’Italia e diversificato parte del salario sulla base degli indici di borsa, Moretti può rievocare gli splendori passati. Federico Fabretti, Responsabile Rapporti Istituzionali, Relazioni Esterne e Comunicazione Finmeccanica, esplicita il messaggio di Moretti confermando il leitmotiv: “noi siamo il risultato di una grande storia imprenditoriale che ha segnato lo sviluppo industriale e tecnologico del nostro Paese, portando lavoro e innovazione in settori strategici e stabilendo una solida base – di creatività, intelligenza e knowhow – per esportare tale eccellenza tecnologica nel mondo”. Tuttavia la nuova governance accentrata (potere di indirizzo e controllo), quella che ha liquidato i problemi derivati dalla “poca cultura industriale” delineando una struttura per settori (Elicotteri, Aeronautica, Difesa e Sistemi di Sicurezza e Spazio) e divisioni (Elicotteri, Velivoli, Aerostrutture, Sistemi Avionici e Spaziali, Elettronica per la Difesa Terrestre e Navale, Sistemi di Difesa, e Sistemi per la Sicurezza e le Informazioni), segmentata in base alla dimensione del business, linee di prodotto e servizi, non è guidata da una visione strategica coerente. La decisione di lasciare aperta la possibilità di aggiornare periodicamente il piano per inserire le novità in termini di risultati economici e finanziari e per avviare possibili cambiamenti nelle strategie aziendali, ”Siamo pronti a comprare o scambiare business”37, causa motivi di instabilità nella pianificazione delle attività produttive. Dopo la decisione di non sottoscrivere l’aumento di capitale nella joint-venture Sukhoi-Finmeccanica “il programma di collaborazione con i russi è praticamente fallito perché non produce utili”, Moretti fa retromarcia in seguito all’incontro tra i premier Renzi e Putin a San Pietroburgo affermando “C’è una base forte su cui rinsaldare l’alleanza. Siamo rinnovando, per continuare a sviluppare la grande collaborazione sul Superjet 100 con i russi di Sukhoi”. La motivazione dell’atteggiamento contraddittorio di Moretti sta nell’aver sostituito nel piano industriale una idea di cultura industriale con la tecnica dell’economia finanziarizzata: “la situazione reale è che i nostri fondamentali sono drammaticamente migliorati, come rilevato da Goldman Sachs”. Proprio Goldman Sachs, società che opera nell’investment banking, trading di titoli e gestione di investimenti, nel 2008 si era vantata di aver supportato l’acquisizione di Drs ad opera di Finmeccanica, cioè l’operazione, tanto vituperata dal nuovo amministratore delegato, che ha provocato l’enorme debito della holding. Nel 2014 Moretti dichiarava “È una buona opportunità avere una società negli Usa. Ma solo se c’è redditività”, mesi dopo nel 2015 una performance migliore delle stime gli fa cambiare idea “Drs sta andando benissimo, sta migliorando le sue prestazioni. Stiamo guardando la semestrale che sarà positiva, più di quanto ci aspettavamo. La notizia è che Drs sta aumentando il suo valore e che, se eventualmente mai la vorremo vendere, costa di più”. E’ più probabile che il cambio di atteggiamento ci sia stato in seguito alle pressioni del Pentagono contrario ad un cambio di società. Quando Federico Fabretti sostiene che “Vivremo anni in cui la tecnologia avrà un ruolo sempre più pervasivo aprendo scenari inesplorati nei quali la rivoluzione 4.0 cambierà il sistema produttivo e l’organizzazione sociale. Il vantaggio competitivo della nuova industria si sposta dalle capacità produttive e manifatturiere a quelle di progettazione e ingegnerizzazione” e che Finmeccanica mira a veicolare un messaggio in cui si accentua l’attenzione al cliente, alla sua cultura, aspirazioni e linguaggio, con un occhio sempre attento alle evoluzioni del mercato e a nuove opportunità, mostra di avere imparato le indicazioni presentate nei vari report redatti dalla società McKinsey& Company. McKinsey è la società di consulenza industriale che, secondo una inchiesta del Financial Times, ha costruito un fondo segreto di 9,5 miliardi di dollari ed è finita nel mirino del Dipartimento della Giustizia americano per scarsa trasparenza e possibili conflitti di interesse nel business delle ristrutturazioni aziendali38. Anche Luigi Pasquali, direttore del settore spazio di Finmeccanica, intervenendo ai lavori dell’ottava conferenza sulla politica spaziale europea39,ha messo in luce l’emergere di un nuovo paradigma nel settore dello spazio sempre più modellato sulle esigenze degli utenti. “Bisogna cominciare a spostare l’attenzione non tanto e solo alla creazione di tecnologie spaziali, bensì rispondere a determinate esigenze del mercato”. Per marcare la discontinuità con il passato di Finmeccanica, Moretti vanta, durante una trasmissione radiofonica, la sua gestione autonoma dalla politica e dalla lottizzazione40. Tuttavia le sue relazioni politiche fanno il paio con la sua carriera manageriale così come il nuovo Consiglio di amministrazione di Finmeccanica non è estraneo alla lottizzazione. D’Alema, come già visto nel citato “Rapporto 2020: Le scelte di politica estera” curato da Marta Dassù (consigliere personale di D’Alema quando era ministro degli Esteri, oggi nel cda Finmeccanica) e Maurizio Massari, avrebbe molto da raccontare non solo rispetto alle nomine del Cda del gruppo, ma anche sui rapporti di collaborazione industriale con paesi come la Turchia41. Finita la propaganda, l’a.d. non può che smentire se stesso e parlare seriamente al convegno organizzato dal Ce.Si sul futuro dell’Esercito italiano: “Un’impresa per poter dare fiducia e la giusta tranquillità agli stakeholder deve capire quali sono le strategie della politica e delle forze militari che devono dare indicazioni di sistema in modo che noi possiamo meglio organizzare la nostra missione”. Il tema del convegno verteva sulle possibilità per l’Esercito Italiano di implementare le linee guida delineate nel Libro Bianco, mentre per Moretti era importante affermare il ruolo centrale dell’industria bellica nell’attuale sistema economico, e dunque sottolineare la necessità delle spese militari. Nel documento conclusivo relativo all’indagine conoscitiva sui sistemi d’arma destinati alla difesa in vista del Consiglio europeo di dicembre 201342, la Commissione Difesa della Camera dei Deputati ha evidenziato tre punti critici che ruotano attorno alla pianificazione dello strumento militare nazionale: debolezza della politica nel suo ruolo decisore, limitazione del conferimento di incarichi in società operanti nel settore della difesa da parte di personale militare collocato in congedo (conflitto di interessi)43 e assenza nel nostro Paese di un organismo di controllo, un soggetto autonomo e credibile, di alto profilo tecnico, in grado di rapportarsi direttamente con il Parlamento garantendogli la disponibilità di informazioni significative ed esaurienti. Due delle più importanti direttive del Libro bianco riguardano la partnership strategica fra difesa e industria e la revisione della governance della difesa. Sulla prima si è stabilito che il compito di individuare le politiche industriali, d’innovazione e scientifiche di Leonardo-Finmeccanica, viene affidato al Ministero della Difesa: “La Difesa identificherà conseguentemente quali tecnologie e sistemi devono necessariamente essere perseguiti attraverso collaborazioni, soprattutto europee, al fine di mantenere e rafforzare le capacità nazionali”44. Al Segretario Generale della Difesa/Direttore Nazionale degli Armamenti il compito di stilare, sulla base degli indirizzi contenuti nel Libro bianco, la Strategia industriale e tecnologia (Sit) “con la quale implementare una nuova strategia di collaborazione ad ampio spettro tra la Difesa, l’industria e il mondo universitario e della ricerca”. La seconda riguarda la revisione della governance della difesa articolata su cinque funzioni strategiche (primo principio guida): direzione politica (supremazia della politica nelle decisioni della difesa), direzione strategico-militare, generazione e preparazione delle forze, impiego delle forze, supporto alle forze. Il secondo principio guida è l’unicità di comando, al quale è affiancato quello di “direzione centralizzata ed esecuzione decentrata”45. Il Libro bianco è stato definito dal Ministro della difesa Pinotti in vari modi: non è un elenco delle esigenze ma una strategia; deve diventare non solo strumento di riorganizzazione interna ma un preciso indirizzo strategico che fa ‘esplodere’ all’esterno ciò che diciamo da tempo tra noi addetti ai lavori: che gli investimenti per la Difesa non pesano sul debito pubblico ma sono invece fondamentali per rilanciare l’economia46. Fatta questa premessa precisa che è un documento politico che sottolinea la supremazia della politica nelle decisioni della Difesa sia nel settore organizzativo sia in quello delle acquisizioni degli armamenti. Un cipiglio decisionista per una rivoluzione nel modello di difesa nazionale? Sicuramente è una spinta al riconoscimento della legittimità della guerra ritenuta utile per perseguire gli interessi nazionali, in assenza, però, sia di una visione chiara di quali siano gli interessi nazionali sia di una riflessione organica sul modello di difesa che dovrebbe essere l’espressione della consapevolezza di un popolo circa il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale, e quindi della guerra come soluzione per risolvere le crisi. I riferimenti della politica estera e di sicurezza rimangono ONU, NATO e Unione Europa, manca nell’elenco, ma è solo una questione di opportunità, la storica relazione con gli USA. Non si tratta solo di ricordare gli accordi sulle concessioni delle basi e lo stoccaggio delle bombe nucleari, la tragedia del Cermis47 e l’omicidio del funzionario del Sismi Nicola Calipari48, i Memorandum Italia-USA per il reciproco “Procurement per la Difesa” o le missioni militari in Iraq, Afghanistan e poi in Libia49 e Mosul50, ma dover ammettere che l’internazionalizzazione di Finmeccanica è stata resa possibile grazie ai legami con gli USA. Dunque non solo relazioni politico-militari ma anche fra difesa e industria. “L’Italia ha un modo tutto suo di stare nelle missioni militari, che è molto italian style”, afferma il ministro Pinotti, ma evidentemente non basta. Il Libro bianco spinge ad una maggiore integrazione fra le Forze armate e il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito, prospetta la creazione di una Riserva operativa prontamente impiegabile ed efficace chiamata “Capacità di Mobilitazione ove le forze di riserva offrono la necessaria base di espansione delle forze regolari in caso di mobilitazione per fronteggiare un’emergenza di ampia portata”51. La definizione di interesse nazionale è quella presentata dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica che unisce Interesse nazionale, imprese e intelligence economica. Questa nuova organizzazione, costituita con la legge di riforma dell’intelligence del 2007, raggruppa le agenzie AISE, che raccoglie informazioni per la sicurezza esterna, e l’AISI, che si occupa di sicurezza interna e ha il compito di proteggere con il proprio lavoro gli “interessi politici, militari, economici, scientifici e industriali dell’Italia”. Tutto ciò che è concepito come interesse nazionale viene stabilito dagli studiosi dell’intelligence economica in quanto risorsa base per affrontare la complessità dei rapporti di forza del post-Guerra Fredda, per cui per sopravvivere è divenuto essenziale riconoscere ed accettare la logica dei rapporti di forza geoeconomici. Nel documento “L’intelligence economica per un nuovo ordine mondiale” di Laris Gaiser, membro dell’ITSTIME (Italian Team for Security, Terroristic Issues&Managing Emergencies) presso l’Università Cattolica di Milano in qualità di esperto d’intelligence economica, si legge che le guerre economiche hanno solo ampliato lo spazio a disposizione degli Stati per dei conflitti non armati, e hanno parzialmente ribaltato la relazione di dipendenza tra l’economia e la guerra. “La fine del confronto bipolare tra gli Stati Uniti e l’URSS ha portato alla ricostruzione delle alleanze sulla base di principi commerciali. Tali alleanze sono, però, molto più complesse e malleabili rispetto alle obbligazioni di tipo militare o politico e portano all’indebolimento del principio di solidarietà. Lo scontro geo-economico è diventato nel corso degli ultimi venticinque anni la base delle attuali relazioni inter-statali. I Paesi sono costretti ad affrontare la concorrenza globale in modo tale da ottenere il miglior risultato possibile in termini di profitti, di sviluppo e di ricchezza. Per fare ciò necessitano del bene primo, ovvero dell’informazione. Come già ampiamente previsto da Hayek e Mises, essa diviene il bene strategico più ricercato”.
Ecco che si fanno largo teorie come quelle dell’economista Paolo Savona che, sostenendo un parallelo con altri concetti che riguardano l’organizzazione della società, afferma che nel caso della cultura occidentale si può ancorare il concetto di interesse nazionale con quello di libertà come limite. “Un tempo l’interesse nazionale nello Stato westfaliano era chiaro: l’integrità del territorio, la difesa con organi ordinari e straordinari, il rispetto dell’ordine pubblico e della legge da parte di tutti. In uno Stato post-westfaliano salta questa definizione. Invece di insistere sui contenuti da dare alla definizione di interesse nazionale, bisogna passare a definire i contenuti della sicurezza nazionale”. Nel Libro bianco l’interesse nazionale consiste nel baratto fra libertà (o stato di diritto) e sicurezza. Nell’intervista “Perché lo stato di emergenza non può essere permanente” pubblicata dal quotidiano La Repubblica, Giorgio Agamben afferma che “Le ragioni di sicurezza sono rivolte a stabilire un nuovo modello di governo degli uomini, un nuovo modello di Stato, che i politologi americani chiamano appunto “security State”, stato di sicurezza. Di questo Stato, che sta prendendo ovunque il posto delle democrazie parlamentari, sappiamo poco, ma sicuramente non è uno Stato di diritto, è piuttosto uno stato di controlli sempre più generalizzati.… Nello Stato di sicurezza il patto sociale cambia di natura e degli uomini che vengono mantenuti sotto la pressione della paura sono pronti ad accettare qualunque limitazione delle libertà”. Danilo Zolo nel libro “La giustizia dei vincitori. Da Norimberga a Baghdad” affronta il tema del terrorismo che si è insediato nel mondo arabo-islamico, compreso quello suicida, considerandolo una rivolta “strategica all’egemonia del mondo occidentale”, una protesta contro le occupazioni militari di questi paesi e la crescente disparità di potere e ricchezza. Nella sua disamina cita il testo di Robert Pape, analista statunitense, “Dying to Win”, morire per vincere, la cui tesi è chiara: “la variabile determinante nella spiegazione degli attacchi suicidi, e del loro incremento esponenziale negli ultimi anni, non è il fondamentalismo religioso, e nemmeno la povertà o il sottosviluppo, ma una risposta organizzata a ciò che viene percepito come uno stato di occupazione militare. Per occupazione militare, è bene sottolinearlo, non si intende soltanto la conquista effettiva di un territorio (obiettivo che nelle guerre contemporanee è sempre più irrilevante), ma la presenza militare e ideologica di una potenza straniera che intende “trasformare” o “rifondare” la società del paese occupato. L’obiettivo fondamentale dei gruppi terroristici è quindi del tutto “secolare e strategico”: costringere le democrazie moderne a ritirare le proprie truppe da territori che essi considerano come la propria patria”. Il Libro Bianco della difesa nasce nel 2015 tra le polemiche innescate dal capo di Stato maggiore della Marina Giuseppe De Giorgi contrario alla riforma dell’ordinamento militare sia sul piano della governance, sia su quello dell’organizzazione. In particolare non piaceva il maggior potere dato al vertice dello Stato Maggiore della Difesa e di conseguenza la minore autonomia per le singole Forze armate. Sarebbe sembrata la solita difesa corporativa interna alla sfera militare se non fosse che l’ammiraglio, neanche due anni fa, è riuscito a centrare l’obiettivo del varo della Legge navale con una spesa di 5,4 miliardi (10 miliardi in dieci anni), risultato di una lobby da lui stesso palesata “senza la copertura politica di Mario Mauro e Roberta Pinotti non sarebbe stato possibile”. Con le fregate Fremm, i pattugliatori polivalenti d’altura, una componente subacquea e una aerea ad ala fissa e rotante imbarcata, un gruppo di unità anfibie e da sbarco e una forza di cacciamine, la Marina potrà operare di concerto con le forze alleate della Nato in attuazione del principio di forze dispiegabili a 360 gradi, sia all’interno delle aree Nato per la difesa collettiva, sia ‘fuori area’ nel caso di missioni di gestione delle crisi. L’ammiraglio De Giorgi è finito nell’inchiesta sul Porto di Augusta nell’ambito delle indagini della cosiddetta “trivellopoli”52. Con la riorganizzazione stabilita dal Libro bianco missioni come Mare Nostrum, Triton o Eunavformed non saranno più gestite in proprio dal Comando in capo della squadra della Marina, ma dal Vice Comandante per le operazioni (sottoposto al Capo di Stato Maggiore della Difesa) che avrà la responsabilità del comando operativo interforze, della singola forza armata, delle operazioni speciali e quelle cibernetiche. Quindi anche se si aziona una singola forza armata la responsabilità è di questo Comando. Il Direttore Nazionale Armamenti logistica sarà il responsabile di tutta la logistica (DNAL), ad eccezione di quella di supporto diretto alle unità operative, e avrà sotto di sé le funzioni di procurement cioè le acquisizioni di mezzi e sistemi d’arma. “In virtù del ruolo strategico sul piano dell’innovazione tecnologica e su quello economico, industriale e internazionale, le politiche riguardanti l’area industriale dell’aerospazio, sicurezza e difesa, pubblica e privata d’interesse della Difesa, sono di stretta responsabilità del Vertice politico del Dicastero. Per l’attuazione delle direttive del Vertice politico in tale ambito, il DNAL dipende direttamente dal Ministro della Difesa”53.

Dalla metà del XX secolo: tutto ciò che è civile è anche militare, tutto ciò che è militare è solo militare. “Ogni rivoluzione politica è un dramma, ma la rivoluzione tecnica che si annuncia, più che un dramma, è una tragedia della conoscenza, la confusione babelica dei saperi individuali e collettivi” (Paul Virilio, La bomba informatica, Raffaello Cortina Editore, 2000).

Il Libro Bianco della Difesa esordisce con una frase apodittica: il contesto globale “è oggi divenuto straordinariamente complesso, difficile da interpretare e incerto nel suo divenire”. Con il Capo di Stato Maggiore della Difesa (CASMD), organo tecnico-militare di vertice della amministrazione Difesa, unico responsabile verso l’Autorità politica impersonata dal Ministro della Difesa, il militare e il politico si legano in un’ottica “strategica” compresi i programmi di Finmeccanica. Dopo aver predisposto quella che sarà la nuova governance della Difesa, il Libro bianco fissa dei punti anche sul percorso di formazione ed addestramento che permetta al personale militare di entrare negli staff della NATO e della UE, e costituire un valore aggiunto per il Sistema Paese: “l’evoluzione degli scenari geopolitici futuri, infatti, richiederà che la dimensione tecnologico-cognitiva sia preminente e prevalente rispetto ad altre dimensioni. Solo personale in possesso di superiori conoscenze, capacità professionali e perfetta conoscenza e padronanza degli equipaggiamenti in dotazione sarà, infatti, in grado di garantire la loro piena utilizzabilità… Le caratteristiche di eccellenza formativa e addestrativa che s’intendono rafforzare per le Forze armate, infine, si tradurranno anche in un valore aggiunto per il “Sistema Paese”. Quest’ultimo potrà avvantaggiarsi delle peculiari capacità possedute dalla Difesa in molti settori specialistici e delle relative strutture formative e addestrative, determinando una stretta correlazione tra –Sistema Sociale– e –Sistema Difesa–”54. Con l’espressione “la dimensione tecnologico-cognitiva sia preminente e prevalente rispetto ad altre dimensioni” tutte le distinzioni classiche, rese possibili dal concetto di frontiera (territoriale) e di confine (concettuale), sfumano grazie all’avvento delle tecnologie informatiche. La creazione del legame fra tecnologico e cognitivo, ottenuto dal trattino, segna lo stretto rapporto tra tecnologie e processi cognitivi, l’eliminazione della separazione tra pratiche tecnologiche e pensiero logico-analitico. Nello studio “Umanità ed integrità del soldato potenziato: alcune riflessioni di bioetica militare” di Maurizio Balistreri dell’Università di Torino, si problematizza l’esasperato tecnologismo che postula la riduzione della natura umana ad algoritmi perfetti per cui la “logica del potenziamento porta necessariamente nella direzione del cyborg: a quell’unità fusionale che è sia metallizzazione del corpo che biologizzazione del metallo”. L’idea è quella del “soldato futuro” come ‘nodo’ di un sistema integrato, in grado di ricevere e trasmettere informazioni con lo scopo di ottenere in tempo reale la visione dell’intero campo di battaglia, equipaggiato con armi, visori, puntatori e camere termiche, micro-computer, tuta da combattimento climatizzata, ignifuga, resistente agli aggressivi nbc e trattata in modo da rendere il soldato invisibile, di notte, ai binocoli all’infrarosso. Nel testo Balistreri domanda “sarebbe possibile evitare che i super-soldati considerino il resto dell’umanità come qualcosa di estraneo e quasi un oggetto fastidioso, l’algoritmo che attiva, per loro come per un drone, l’impulso di uccidere?” Anche il tentativo di stabilire una “stretta correlazione tra Sistema Sociale e Sistema Difesa” diventa inquietante. Nel libro “Guerra senza limiti” di Qiao Liang e Wang Xiangusui si sottolinea il progressivo venir meno della distinzione tra tecnologia militare e tecnologia civile, tra soldati professionisti e altre tipologie di combattenti in abiti civili, motivo per cui lo spazio di battaglia tende a sovrapporsi al non spazio di battaglia rendendo sempre più sfumata la linea di demarcazione fra di essi. Il campo di battaglia è dunque onnipresente. Le capacità dual-use delle tecnologie dell’informazione hanno reso la guerra “commerciale”, combattuta al risparmio. Il Ministero dello Sviluppo Economico inserisce nei beni e tecnologie duali, per cui è necessaria una apposita autorizzazione per la loro esportazione, quelli legati ai settori alta tecnologie, prodotti missilistici, nucleare e chimico-biologico. Si può capire così come il cosiddetto “dual-use dilemma” (Governance of dual-use research: an ethical dilemma di Michael J Selgelid), nato nel campo della biologia moderna, abbia messo in discussione il concetto di tecnologia e le politiche tecnologiche adottate a livello globale. Si può intendere la tecnologia come conoscenza, come attività, come oggetto e come valore in quanto è frutto di una determinata struttura economica e sociale, cioè porta con sé uno specifico modo di concepire i rapporti sociali (Davide Bennato, Università di Roma “La Sapienza”, Il ruolo dei valori nel rapporto fra tecnologia e società). Quando il Libro bianco sottolinea una formazione basata sui principi di integrazione, europeizzazione, formazione continuativa, qualità e preminenza tecnologico-cognitiva che dovrebbe permettere al personale militare di ricollocarsi nelle organizzazioni internazionali e nelle numerose realtà economico-sociali, da una parte sollecita la realizzazione di quanto sottoscritto nel vertice NATO di Praga del 2002, dall’altra presenta una delle novità nella formazione del personale militare: l’esigenza del rapporto fra personale delle aziende della difesa che hanno fornito le tecnologie con il personale militare è indispensabile perché agevola il processo di apprendimento. A Praga si era stabilito che le forze della NATO devono essere più agili, dispiegabili e sostenibili, questa Forza di risposta della NATO (NRF) deve essere interconnessa per accrescere l’interoperabilità e la condivisione delle informazioni (concetto di capacità in rete – Forza NEC –). Nell’articolo “La sfida della trasformazione NATO” John J. Garstka, vicedirettore per i concetti e le operazioni nell’Ufficio per la trasformazione delle forze del Dipartimento della difesa USA, sostiene che per accelerare l’attuazione della NEC della NATO oltre ai corsi formativi sulle operazioni incentrate sulla rete, bisogna apprendere dall’esperienza di tutti nel corso di operazioni, esercitazioni e sperimentazioni. Il documento “L’Italia e la NATO in Afghanistan: un approccio integrato per la stabilizzazione dell’area” della Fondazione ICSA spiega che “Sarebbe opportuno implementare anche le tipologie di addestramento finalizzato al teatro delle operazioni in cui si va ad operare, sul modello Usa di riproduzione degli ambienti naturali, e riconsiderare con attenzione un settore in cui si sono registrati tagli finanziari consistenti, ossia quello delle esercitazioni multinazionali. L’esperienza insegna che occorre un adeguato budget finanziario per addestrare al meglio chi deve prendere parte alle missioni militari all’estero, dotandosi di un kit di conoscenze, capacità e abilità operative da costruire in patria e da utilizzare successivamente in teatro di operazioni”. Il conflitto in Afghanistan conferma l’esigenza di unità di fanteria solide sotto il profilo addestrativo e dell’equipaggiamento. Tale addestramento, in particolare, non si deve limitare alle cosiddette attività di peacekeeping (checkpoints, pattuglie motorizzate, attività umanitaria, ecc..) ma al combattimento vero e proprio, nel quale la prestanza fisica rappresenta ancora una capacità fondamentale e di gran lunga prioritaria rispetto alle altre (cultural awareness, capacità tecnica di impiego armamento e mezzi vari, conoscenza lingue, ecc.)”. Inoltre, visto il diverso rapporto che si intende instaurare fra Amministrazione difesa e industria a livello di partnership, nel Libro bianco si prevede l’approfondimento della possibilità di un passaggio di alcune competenze dalla Difesa alle aziende, “la gestione di alcune attività tecniche oggi svolte dalla Difesa a imprese o aziende private, la realizzazione di partnership pubblico-private, la possibilità che l’industria possa assorbire alcune strutture tecnico- industriali della Difesa e, grazie a specifiche norme, il relativo personale, subordinatamente all’esigenza di mantenere un settore industriale efficiente e competitivo e di non compromettere le prioritarie esigenze di sicurezza nazionale. In questo quadro dovrà anche essere meglio definito lo status del personale delle imprese impiegato in teatro per il necessario supporto logistico degli equipaggiamenti utilizzati, favorendo anche l’impiego da parte delle imprese operanti nel settore sicurezza e difesa di personale militare congedato”55.
L’avvento della formazione ottenuta non solo attraverso lezioni teoriche ma anche con modelli di simulazione permette a gruppi come Finmeccanica di costruirsi sia un cospicuo business attraverso le sue divisioni (AgustaWestland, Alenia Aermacchi, DRS Technologies,OTO Melara, Selex ES e Telespazio) produttrici di programmi nel campo della simulazione e dell’addestramento operativo, e consente alle Forze Armate di generare una massa critica di competenze e sapere, una conoscenza acquisita grazie alla mobilità del lavoro capace di costruire reti la cui tecnologia è progettata esternamente ma il cui dominio rimane in mano alla Difesa. Nel Libro bianco infatti per gli investimenti della Difesa è prevista una forte cooperazione fra i Ministeri dell’Università e Ricerca e dello Sviluppo economico e Industria, entrambi coordinati dal Segretario Generale della Difesa/Direttore Nazionale degli Armamenti (figura preponderante per settori impegnati in ambiti civili) del Ministero della difesa. Questo modello, ricavato dall’esperienza americana, viene applicato anche per gestire crisi che il Libro bianco individua come effetti dovuti ai cambiamenti demografici, urbanizzazione, scarsità di risorse naturali, mutamenti climatici, globalizzazione delle risorse finanziarie, identitarismo localista. Nel documento “Climate Change and EU Security Policy: An Unmet Challenge”, Richard Young denuncia l’approccio militarista con cui si affrontano queste emergenze che aggrava le cause fondamentali invece di risolverle. L’esperienza della gestione dell’uragano Katrina ha messo a nudo il razzismo e le disuguaglianze sociali del Paese: “è stato un momento di svolta e un monito per tutti noi” in quanto ha trasformato le conseguenze del cambiamento climatico da una questione di giustizia sociale a una questione di sicurezza. Da allora appaltatori della sicurezza come Raytheon hanno annunciato l’opportunità di espandere il proprio business visto che le tecnologie per la sicurezza divengono centrali (difesa delle frontiere), i gestori di fondi di investimento speculano sui prezzi alimentari e le compagnie petrolifere attendono lo scioglimento delle calotte polari per sfruttare le ricchezze del sottosuolo, gas e combustibili fossili, ibernate nei ghiacci. In un articolo apparso su “Le Scienze” Andrew Holland, direttore degli studi e senior fellow per l’energia e il clima dell’American Security Project, scrive che “Le forze armate degli Stati Uniti non dicono esplicitamente che il cambiamento climatico sarà causa diretta di guerre, ma lo definiscono acceleratore di instabilità o moltiplicatore di minacce”. Nell’articolo si fanno alcuni esempi che coinvolgono tutte le grandi potenze: dalla siccità che ha indebolito la Nigeria rafforzando il gruppo terrorista Boko Haram alle tempeste distruttive come il supertifone Haiyan nelle Filippine che possono compromettere la resistenza dei paesi del Pacifico oggetto delle ambizioni della Cina, sino alla riduzione del ghiaccio artico che permette alle navi russe e americane di controllare territori più ampi. Dall’intervento del Ministro Pinotti al Convegno AVIO-IAI “Tecnologia e innovazione per la difesa europea: riduzione delle spese militari e nuove sfide globali” del 2014, emerge tutta l’ambiguità con cui si affronta un tema che il Ministro sostiene essere totalizzante “La globalizzazione si riflette ormai su ogni aspetto della nostra vita. I suoi riflessi sono tanto più importanti nei settori vitali della nostra società, come la difesa e la sicurezza. La globalizzazione comporta non solo l’estensione su scala mondiale, ma anche l’interconnessione di ogni problema”. Le soluzioni però sono sempre le stesse e sono quelle delineate nell’audizione in seduta comune delle commissioni difesa di Camera e Senato, nel luglio 2013, dal Generale Claudio Debertolis. Anticipando in parte le linee programmatiche del Libro bianco, sottolinea il ruolo fondamentale della figura del Segretario generale della difesa/Direzione nazionale degli armamenti (figura esistente in tutti i paesi NATO) in quanto assume il duplice ruolo di responsabile del sistema di acquisizione e dei mezzi militari, e dell’indirizzo dell’industria nazionale della difesa. “L’impostazione di una corretta politica degli armamenti è un fattore strategico e può considerarsi a buon ragione un moltiplicatore di potenza del paese”. Eliminando tutta la retorica sull’occupazione garantita dall’industria della difesa, l’intervento ha precisato le competenze in materia di politica di armamenti, cooperazione e competizione in ambito europeo, cooperazione con altri dicasteri-sistema paese e golden power: collaborazione con altri paesi indispensabile per suddividere gli oneri finanziari, necessità di sostenere i prodotti nazionali tramite relazioni governo-governo, cooperazione europea ma salvaguardia della tecnologia nazionale da perseguire, collaborazione con il MISE, Ministero degli affari esteri, Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, privilegiare programmi duali precisando che lo spin-off dal militare al civile si è invertito, normativa in materia di poteri speciali sugli assetti societari non solo nei settori strategici della difesa e sicurezza, ma anche in quelli dell’energia, trasporti e comunicazione, da applicare a partecipate dallo Stato o società private (vedi Piaggio Aerospace) ed enti pubblici. Il generale tesse le lodi alla “geniale” capacità delle soluzioni ingegneristiche italiane meglio dell’a.d. Moretti che appare più un procuratore fallimentare, ma specifica anche che sono necessari finanziamenti di medio e lungo termine. Il tema della “governance finanziaria” viene affrontato anche dal Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa 2016-2018: “Qualsiasi solida programmazione in un settore così intrinsecamente cruciale per il mantenimento della rilevanza tecnologica e operativa dello strumento operativo, non può prescindere dalla possibilità di impostare piani pluriennali credibili, fondati su ipotesi finanziarie stabili e affidabili (per non disperdere investimenti effettuati, non giungere a riduzioni o ripensamenti)”56. Nel documento si legge che in Italia il rapporto percentuale fra spese difesa/ PIL è pari a circa l’1,1% al lordo dei volumi finanziari allocati sul bilancio del MISE, riconoscendo di fatto che i volumi finanziari descritti sono puramente indicativi rappresentativi di “un’aggregazione di differenti tipologie di autorizzazioni di spesa, tanto dal punto di vista quantitativo che cronologico, e pertanto non utilizzabile a fini di una valorizzazione in termini economici, percentuali o statistici”. Ciò significa che si continuerà a usare “difformi modalità di erogazione dei contribuiti in parola (stanziamenti diretti, contribuzione pluriennale o mista)” invalidando in parte quanto annunciato nella nota 164 del Libro bianco a proposito del “Superamento dell’esistente tripartizione delle spese: per il personale, per l’esercizio e per l’investimento” in cui si prevede “la necessità di adottare una più moderna e corretta allocazione delle risorse secondo uno schema che risponda a criteri adottati anche da altri Paesi europei, ma soprattutto alla reale funzione che tali spese svolgono nell’ambito del bilancio Difesa. A livello di prima indicazione e con la premessa che i maggiori programmi d’investimento siano ricompresi in una legge pluriennale dedicata, i tre bacini di riferimento dovrebbero essere quello del “personale”, quello della “operatività dello Strumento militare” (funzionamento, addestramento, adeguamento capacitivo urgente, sviluppi tecnologici) e quello delle “operazioni” (cooperazione e missioni militari nazionali e internazionali)”. Dunque operazioni finanziarie come la legge navale per la Marina, il programma F-35 per l’Aviazione e il programma Forza NEC per la digitalizzazione dell’Esercito continueranno a persistere. Al convegno “Il futuro dell’Esercito Italiano tra opportunità e incognite”57, organizzato dal Centro Studi nel 2016, si è aleggiata la possibilità di emettere una legge speciale per l’Esercito“ utilizzando appositi fondi MISE in grado di garantire un finanziamento certo ai principali programmi della Forza Armata, tutti incentrati su tecnologie nazionali. Tale framework finanziario sarebbe particolarmente idoneo a supportare tutti i programmi afferenti a Forza NEC per un periodo definito di anni, in modo da consentire alle tecnologie già mature l’ingresso in servizio e a quelle più sperimentali di evolvere nel tempo”. Si può, a questo punto, legittimamente affermare che nulla cambierà nel procurement della Difesa. In quel contesto anche Michele Nones, direttore del programma Sicurezza e Difesa dello IAI, riteneva necessario emanare leggi speciali capaci di garantire fondi certi e una programmazione pluriennale, “se si definisce un’attività strategica per il Paese, bisogna conseguentemente concentrarvi le energie e le risorse disponibili e non disperderle a pioggia su troppi fronti”, e, con particolare riguardo a Finmeccanica, ha ricordato che “in tutti i paesi l’innovazione tecnologica è sostenuta direttamente o indirettamente dai governi, poco importa se attraverso politiche fiscali, della ricerca, della formazione, disponibilità di finanziamenti, realizzazione di infrastrutture, centri e istituti di ricerca”. In realtà si è visto che le cose non stanno così: si può dire che l’Italia spende male, ma spende tanto. Finmeccanica ha potuto sottoscrivere accordi internazionali, acquisizioni, joint-venture e sviluppato le proprie produzioni solo grazie al sostegno diretto o indiretto dello Stato. Con un debito pubblico di 2.230,845 miliardi (aprile 2016), l’Italia ha speso 23,8 miliardi di dollari nel militare, l’1,4% della spesa mondiale attestandosi al 12mo posto nel mondo. Il Sipri58 ha calcolato che lo scorso anno le spese militari mondiali sono state pari a 1.676 miliardi di dollari, il 10 per cento di questa spesa potrebbe coprire i costi degli obiettivi globali finalizzati a mettere fine alla povertà e alla fame entro il 2030 (una delle cause di tutte le guerre e delle migrazioni). Ciò nonostante il ministro Pinotti afferma “E’ tuttavia un fatto che al crescente livello d’insicurezza ha corrisposto, nelle democrazie occidentali, una riduzione degli investimenti per la difesa, dovuta alle difficoltà economiche e finanziarie che si sono dovute fronteggiare e a una minore sensibilità verso i temi della difesa nel confronto con altri problemi di natura economica e sociale. Anche l’Italia ha registrato questa tendenza che impone una riflessione e un adeguamento delle nostre Forze armate”59. E’ invece chiaro che la spesa militare contribuisce al deficit pubblico e che i risibili tagli al bilancio della difesa sono ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici. Il nesso fra spese militari, conflitti e crescita delle diseguaglianze, è ormai confermato da una consolidata letteratura economica da anni. Raul Caruso, ricercatore in politica economica all’università Cattolica di Milano, nell’articolo “La (ri)-scomparsa delle spese militari dal dibattito politico” dell’Huffington Post, ha scritto: A questo proposito, recentemente, il più autorevole economista sul tema, Paul Dunne, ha dimostrato in una sua ricerca che le spese militari non hanno contribuito in alcun modo alla crescita economica dei paesi europei in diversi intervalli di tempo. Le spese militari non facilitano la crescita economica ma addirittura la depotenziano. In primo luogo abbiamo una diversione di risorse da settori produttivi e civili a settori militari e improduttivi, “un caccia bombardiere sicuramente contribuisce alla vita sociale meno di un impianto di produzione industriale che produce beni di consumo. In secondo luogo, le spese militari sono finanziate per mezzo dell’imposizione fiscale. Inutile ricordare gli effetti negativi delle tasse sull’economia. Infine, la diversione di risorse umane e materiali determina diminuzione di produttività. Questo era stato spiegato a chiare lettere dai premi Nobel Kenneth Arrow e Lawrence Klein. In scia a questi lavori, in un mio saggio mostravo che in Italia nel periodo tra la fine della guerra fredda e l’inizio della crisi economica globale, le spese militari avevano determinato una diminuzione di produttività pari al 7%”. Il centro studi europeo BICC (Bonn International Center for Conversion) nel report “Global Militarization Index 2015”, ha calcolato che la somma della spesa in armamenti dei 28 paesi europei nel 2015 sarebbe stata sufficiente per eliminare il 92% della povertà nel nostro continente, e che le prime 100 banche e istituzioni finanziarie del mondo hanno spostato in Europa 2.500 miliardi a favore dell’industria militare nell’ultimo biennio. Complessivamente l’Europa ha aumentato il suo arsenale del 325% negli ultimi 5 anni, rispetto al 2000 del 756%. Lo studio “The Extra-EU Defence Exports’ Effects on European Armaments Cooperation 2015” del Directorate General for External Policies – Policy Department, think tank del Parlamento Europeo, parte dall’assunto che una quota importante del fatturato della base industriale della difesa europea deriva da esportazioni extra Unione Europea. Questa dinamica viene favorita dagli Stati che promuovono i propri produttori sul mercato mondiale attraverso finanziamenti creando tensioni che sfavoriscono una vera cooperazione europea su questo tema. Analizzando le capacità dei maggiori produttori di armamento in termini qualitativi (fatturato) e quantitativi (diversificazione dei prodotti), si può riscontrare che il valore delle esportazioni varia tra il 18% per la Germania e la Polonia e il 43% per l’Italia (2012). Sebbene vi siano programmi effettuati in cooperazione, la logica nazionale vince anche per la mancata armonizzazione di norme per l’esportazione che dovrebbe eliminare le differenze restrittive di ciascun paese. Tuttavia non è solo l’aspetto economico a dividere l’Europa, ogni paese contribuisce in base alla dimensione della propria economia, ma il persistere di una distanza anche politica. Da un punto di vista economico la creazione di una forza militare europea renderebbe la Germania la principale potenza europea sia sul piano economico sia sul piano militare, genererebbe un ulteriore deficit di bilancio (vista la richiesta della NATO di arrivare al 2% del Pil per ciascun paese) e dal punto di vista politico, secondo un documento congiunto stilato dai ministri degli esteri francese e tedesco Jean-Marc Ayrault e Frank-Walter Steinmeier, il rafforzamento militare della UE, per consentire future operazioni militari globali, dovrebbe avvenire tramite una divisione del lavoro. Il documento, dal titolo “A strong Europe in a world of uncertainties”, parte dalla considerazione che la Brexit ha creato una “situazione nuova” che permette di effettuare ulteriori passi verso una unione politica. L’Europa può diventare un attore più indipendente, coerente e decisa sulla scena mondiale se sorretta da una analisi comune del contesto strategico, con l’istituzione di una “catena di comando permanente civile- militare” e con forze di reazione rapida. L’Europa dovrebbe essere dotata di finanziamenti comuni per le sue operazioni sia interne sia esterne. Non si fa riferimento però che proprio le principali potenze europee hanno contribuito a fomentare guerre civili da loro definite “crisi”: Ucraina, Libia, Siria e Africa “l’Africa ha bisogno di un impegno continuo essendo un continente di grandi sfide e opportunità”. Ma è proprio nell’Africa occidentale, tradizionalmente sotto la sfera di influenza francese, che la Germania sta espandendo le proprie attività militari (Mali e Niger) dimostrando che non è disposta a lasciare in mano alla Francia la politica estera neanche in cambio di una politica interna di austerità. L’Europa è ancora frammentata e non c’è messa in “comune” di una parte delle spese militari di ciascun paese senza che queste non siano considerate dalla Germania generatrici di deficit di bilancio, assimilabili ad una politica espansiva, anche se ipoteticamente questa soluzione potrebbe portare ad un massimo di sicurezza e ad una diminuzione delle guerre. Il capitolo nuove “Politiche industriali, d’innovazione e scientifiche” tratta della base industriale e tecnologica, della sua importanza strategica ai fini della sicurezza degli interessi nazionali: Accanto ad uno Strumento militare in grado di saper esprimere le corrette e necessarie capacità, il nostro “Sistema Difesa” non può prescindere da un certo livello di autonomia industriale e tecnologica che possa soddisfare almeno parte di tali esigenze a livello nazionale o attraverso la partecipazione a iniziative multinazionali di sviluppo e acquisizione. Anche ponendosi in una prospettiva di forte collaborazione internazionale, la necessità di sviluppare e mantenere una solida base tecnologica e industriale è fattore di garanzia per la tutela degli interessi nazionali. Consente, infatti, di padroneggiare determinate tecnologie, di utilizzarne fino in fondo le potenzialità e di adeguare le applicazioni alle specifiche esigenze nazionali, mantenendole aggiornate in una situazione caratterizzata dalla loro rapida obsolescenza60. Curiosamente la prima metà della pagina viene occupata dall’immagine del caccia F-35, un velivolo lanciato nel 1994 dagli Stati Uniti non solo con l’obiettivo pragmatico di sviluppare un caccia d’attacco di nuova generazione a buon mercato (la versione base doveva costare 28 milioni di dollari), ma anche con quello evidenziato dal rapporto commissionato alla Rand Corporation dal DoD nel 1995: dall’analisi del settore dell’aviazione militare in Europa la Rand Corporation aveva suggerito agli Stati Uniti di agire immediatamente per affrontare la minaccia competitiva rappresentata dagli aerei da combattimento europei (Rafale, Eurofighter e Gripen)61. Anche in Europa negli anni ’90, in un contesto di riduzione dei bilanci della difesa e aumento dei costi di sistemi d’arma complessi, i principali produttori europei avevano cominciato a rendersi conto che una cooperazione nel settore, dalla ricerca e sviluppo alla produzione, diventava sempre più necessaria. Quando però gli Stati Uniti hanno proposto l’F-35 con una campagna di marketing aggressiva, Regno Unito, Italia, Paesi Bassi, Danimarca e Norvegia, stretti alleati e tradizionali acquirenti di lunga data di sistemi d’arma americani, hanno optato per l’investimento dei loro fondi nel progetto sacrificando ogni potenziale progetto europeo. Quella italiana è apparsa immediatamente più una scelta politica, ipotesi confermata dai fatti avvenuti dopo la guerra in Libia del 2011. Nel documento “Precision and Purpose: Airpower in the Libyan”62, che ha analizzato l’operazione Unified Protector dal punto di vista del contributo di ciascun paese, dei limiti del potere aereo e del coordinamento tra le nazioni, l’esperienza libica ha offerto un modello per il futuro. Il rapporto documenta che il presidente Obama, ricordando alle Nazioni Unite il ruolo “dei nostri alleati europei, specialmente il Regno Unito, la Francia, la Danimarca e la Norvegia, che hanno condotto la maggior parte degli attacchi aerei”, aveva escluso l’Italia confermando che il mantenimento di un basso profilo, e l’ambiguità politica tenuta dall’Italia, ha messo in ombra il suo ruolo quantitativo e qualitativo. D’altra parte l’esclusione, secondo gli autori, ha contribuito insieme ai limiti del budget, alla scelta da parte del governo italiano di tagliare gli F-35. Quanto siano importanti le relazioni politiche fra Stati sulle scelte di procurement militare viene ulteriormente esplicitato anni dopo dal generale Tricarico: “Siamo da decenni gli alleati più fedeli e generosi, non ci siamo sottratti ad alcuna chiamata, anche alle armi, siamo partner industriale nello sviluppo e produzione dello F35, ospitiamo basi statunitensi senza mai andare troppo per il sottile sul loro uso e in cambio i nostri amici alleati sistematicamente rifiutano i gioielli della nostra industria, come gli elicotteri Agusta Westland per le esigenze presidenziali e i cargo C27J per le forze armate”. La polemica riguarda la gara per un nuovo addestratore che vede la partecipazione degli M-346 di AleniaAermacchi: “È ora che tutto questo venga rappresentato apertis verbis all’amministrazione statunitense e al Pentagono in particolare, in modo che la battaglia al Congresso promossa dal nostro partner industriale, Raytheon, possa essere accompagnata da un endorsement istituzionale di cui non si possa non tener conto”63. Secondo il generale rimane il fatto che la guerra in Libia ha posto degli interrogativi al Parlamento: è necessario potenziare il numero di aerei senza pilota armati e investire sul super-caccia F-35. Queste considerazioni sono raccolte nello studio “La linea aerotattica dell’aeronautica militare dall’esperienza operativa alle esigenze attuali”64 nel quale si celebra la dottrina del potere aereo “Così come la vittoria-lampo nella prima Guerra del Golfo non si è ripetuta successivamente in Iraq e Afghanistan, così il ruolo contro-insurrezione in Afghanistan non si è ripetuto in Libia e non è dato sapere come sarebbe stato un eventuale intervento in Siria o in cosa potrebbe degenerare l’odierna crisi in Ucraina. Ciò rende difficile rinunciare a capacità sofisticate quali lo stealth (furtività o bassa osservabilità), vitali negli scenari simmetrici la cui fine è stata troppo frettolosamente proclamata sulla base della sola campagna afghana”. Impietoso è invece il resoconto della Rand Corporation sul velivolo F-35: se c’è un progetto che mette in contraddizione le valutazioni derivanti dall’analisi delle dinamiche che caratterizzano la progettazione e lo sviluppo dei sistemi d’arma, dominate dalla tecnica, questo è l’F-35. Un grande sistema d’arma moderna quale è un caccia di ultima generazione che si presenta come un “sistema dei sistemi”, comporta lo studio dell’aerodinamica, propulsione, materiali, armamento, elettronica e informatica di bordo in parallelo a quello dell’integrazione di queste diverse parti, e aumenta inevitabilmente i costi che interessano tutta la catena, dalla progettazione ai costi accessori e di manutenzione65. La tecnica che domina le strategie di prodotto di queste imprese è il costo del ciclo di vita, ed è proprio questa peculiarità a favorire l’imbroglio nella natura politico-strategica del rapporto fra industria militare e governi. Nel Libro bianco si cita la necessità di un cambiamento del modus operandi nel sistema di relazioni fra difesa e industria dovuto alla rapidità e complessità con cui l’innovazione tecnologica permea lo sviluppo e produzione dei prodotti: il rapporto deve passare da semplice fornitura a partnership strategica “l’esigenza di un continuo adeguamento dei sistemi e/o la necessità di abbreviare i tempi di sviluppo dei programmi”, deve mantenere un “rapporto costo-efficacia ottimale” e preferire processi di “acquisizione a spirale” che permettono “l’adeguamento nel tempo delle soluzioni tecniche ai problemi operativi e un maggiore controllo dei costi e delle tempistiche di aggiornamento”. Tuttavia lo scenario aperto dal caccia F-35 rappresenta la validità della legge di Augustine, dal nome di un ingegnere che fu, tra l’altro, presidente della Lockheed. Norman Augustine ha scritto ironicamente, ma non troppo, che se i bilanci della difesa crescono linearmente, i costi degli aerei militari crescono in modo esponenziale. L’F-35 è la testimonianza, quasi straziante, del fallimento del programma supertecnologico che ha superato tutti i parametri delineati dal Libro bianco. “L’-35 è una terrificante lista di falle”. E’ tanto costoso quanto malmesso. Il Pentagono ha pubblicato un rapporto dettagliato in cui si evidenziano pesanti carenze per cui si invita a non spingere altri governi ad acquistare il velivolo, prima di aver risolto i problemi. Le conclusioni, entrambe critiche, degli ultimi due report del GAO (Government Accountability Office )66 sull’F-35, uno sul programma in generale e l’altro sulla sua gestione, sono state rigettate dal Joint Program Office con la seguente dichiarazione: l’F-35 è ancora in fase di sviluppo e in questa fase i problemi tecnici sono da mettere in conto, come succede per ogni programma grande e articolato si presentano sempre nuove scoperte, sfide e ostacoli. Se il GAO scrive che il sistema elettronico non funziona, il responsabile del programma risponde che va tutto bene, che il velivolo è pronto a dominare il mondo, e dunque il Dipartimento della Difesa deve continuare a pagare tutte le “fatture” presentate dalla Lockheed Martin. Il continuo scambio di battute sta a indicare come le dinamiche fra innovazione tecnologica e sviluppo di un programma non sono mai trasparenti e prescindono da qualsiasi approccio teorico. Non a caso l’estate scorsa, nel 2015, la deputata Jackie Speier, una democratica della California, disse che “Nella migliore delle ipotesi, metteremo in servizio un aereo instabile, incapace di compiere molte delle sue missioni fondamentali per molti anni [...] Nel peggiore dei casi, metterà in pericolo le persone, oppure lo dovremo sistemare in capannoni e spendere miliardi per [cercare di] rimodernarlo ...”. Viceversa non ha dubbi il generale Chris Bogdan, capo del Joint Program Office dell’F-35: “manterremo la leadership nella superiorità aerea nei prossimi 20-30 anni nonostante i decisivi sforzi di mettere a punto nuovi caccia, tecnologicamente avanzati, da parte di Cina, Russia e altri paesi”. Per essere fedele al progetto il caccia deve avere una capacità d’aria network-centric ed essere incorporato in una architettura di reti interconnesse. Sì deve quindi affidare allo sviluppo di software complessi (eseguito su un “Integrated Core”) contenenti milioni di righe di codici di sorgente progettate a strati per modulare o permettere la modifica, o la crescita. Il Pentagono ha scoperto che nel software Block 2B, che sovraintende le capacità iniziali di guerra, “la fusione delle informazioni provenienti dai sensori del velivolo, così come la fusione delle informazioni provenienti dai sensori fuori bordo, è ancora carente”67. Dal 2018 Il DoD finanzierà con 6 miliardi di dollari (in 6 anni) un nuovo progetto per lo sviluppo Block 4 che a sua volta verrà diviso in 4 segmenti. La definizione del contenuto dell’aggiornamento deve tener conto delle richieste diverse provenienti dai vari paesi: munizioni specifiche, guerra elettronica e altro. Con questo aggiornamento il Pentagono dovrà decidere se adottare il principio dell’architettura “ chiusa”, cioè fondata su sistemi proprietari, o “aperta” (modello Eurofighter). In ogni caso gli Stati Uniti non hanno mai rinunciato del tutto alla “proprietà” e faranno pagare ai paesi partner la cessione di qualsiasi segmento che risulterà strategico per ogni paese. Sarà comunque necessario mantenere interfacce standard tali da poter integrare differenti armi o apparati il più economicamente possibile, fermo restando che per tutti sarà impedito l’accesso alle logiche del sistema. Il Block 4 è indispensabile per aggiungere nuove capacità indispensabili per il sistema di comunicazione e di auto-prognosi. Se il progetto continuerà con questi tempi (per avere la IOC – capacità operativa iniziale – l’USAF, così come è accaduto per quelli dei Marine, ha dovuto modificare i suoi 12 F-35A rispetto a quelli attualmente schierati), l’Italia potrà avere i suoi caccia di quarta, quinta o sesta generazione nel 2020-2023. La propensione italiana a partecipare a progetti sviluppati in collaborazione rimane uno degli elementi chiave del Libro bianco “l’identificazione di competenze tecnologiche distintive abilita la partecipazione a programmi in collaborazione con i partner internazionali in un ruolo e con responsabilità qualificate e supporta le relazioni internazionali attraverso progetti di trasferimento di tecnologie o cooperazione con Paesi terzi” (punto 261). Queste competenze “collaborative” devono essere inserite in una logica di interdipendenza, specializzazione e divisione del lavoro, e dovranno essere analizzate affinché siano individuati i prodotti e sistemi con i quali assicurarsi un ruolo di responsabilità, per non essere dei semplici “fornitori”. Ancora più essenziali sono le competenze tecnologiche “sovrane” a ragione del loro carattere “chiave abilitante”, queste devono essere in grado di soddisfare le esigenze della difesa e dell’interesse nazionale e il loro sviluppo e produzione deve rimanere all’interno del paese: “Per assicurare la sicurezza della catena di approvvigionamento e sostenere la crescita nel “Sistema Paese”, la progettazione, sviluppo e produzione delle tecnologie pertinenti alle competenze sovrane saranno mantenute sul territorio nazionale, indipendentemente dagli assetti proprietari. L’identificazione delle competenze sovrane delle quali il Paese deve essere autonomamente dotato e le associate tecnologie, possedute in chiave evolutiva, saranno definite individuando sia le esigenze capacitive di medio e lungo termine, sia le effettive capacità tecnologiche e industriali del Paese” (Punto 263). Fra le tecnologie sovrane il libro cita quelle duali “dove sono più forti l’interesse e il coinvolgimento degli altri soggetti pubblici” (punto 268). E’ inoltre fondamentale puntare sulla progettazione di piattaforme e sistemi ad architettura aperta e modulare in grado di integrare facilmente ed economicamente i futuri aggiornamenti. Le tecnologie che garantiscono questi requisiti sono quelle dello spazio, dell’elettronica della difesa e dei sistemi di sicurezza prodotte in Italia da Telespazio e Selex ES: “l’acquisizione di sistemi e piattaforme con tecnologie a duplice uso” e l’adozione “di requisiti comuni e norme ibride per prodotti, apparati e componenti che hanno applicazioni sia civili sia militari, che consentono di usufruire dell’effetto “economia di scala” sia nello sviluppo sia nella produzione e supporto alle piattaforme in servizio” (punto 283). Un aspetto delicato che non viene adeguatamente chiarito è quello che riguarda le politiche industriali in relazione alle Piccole e Medie Imprese: “E’ necessario un nuovo approccio che consenta di attirare risorse dal mercato finanziario e dei capitali, da utilizzare per la crescita competitiva del comparto ed in particolare per rafforzare finanziariamente le Piccole e Medie Imprese (PMI), che costituiscono la filiera dei subfornitori nazionali. L’incremento di finanziamenti pubblici e privati e una loro migliore governance faciliteranno il rafforzamento delle PMI, anche attraverso spin-off universitari. In linea generale un importante contributo potrebbe venire dall’individuazione di una quota di attività di ricerca e sviluppo da riservare alle PMI in modo da consentire la competizione fra imprese di analoga dimensione” (punto 292). Nel 2016 il Ministero per lo Sviluppo Economico aveva a disposizione 4,3 miliardi da destinare al rilancio economico del Paese, di questi 3,76 miliardi sono stati elargiti per lo sviluppo delle imprese e per la competitività. Finmeccanica e Fincantieri, insieme ad altre aziende direttamente coinvolte nel programmi di armamento, ne hanno presi 2,75, cioè il 73% degli stanziamenti per la politica industriale e le piccole e medie imprese. Il resto, circa 1 miliardo di euro, è andato al sostegno PMI per 7 milioni, promozione export italiano 169 milioni, sviluppo delle telecomunicazioni 117 milioni di cui mezzo milione per la banda larga, sviluppo delle fonti alternative e sicurezza approvvigionamento energetico 241, e alla tutela dei consumatori 8 milioni. Se a questi dati si associano quelli destinati al dissesto idrogeologico, 2 miliardi di euro, e 1,27 miliardi all’edilizia sanitaria (legge di stabilità), si comprende come questo modello di sviluppo incoraggi la deindustrializzazione e penalizzi la modernizzazione e il miglioramento delle infrastrutture utili per la società intera. Il Mise ha difeso le sue scelte affermando che “gli stanziamenti per la difesa sui nostri capitoli di bilancio, approvati di anno in anno dal Parlamento, rispondono a una politica industriale che riconosce da un lato l’importanza dell’esigenza di difesa nazionale sancita dalla nostra Costituzione, e dall’altro l’elevato contenuto tecnologico di questo settore industriale che funge da volano per l’intera economia”68. Qui vi è una forzata interpretazione della Costituzione: l’articolo 11 afferma che l’Italia “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, dunque non promuove in alcun modo una economia di guerra. I dati offerti dallo studio di Prometeia (già citato), secondo cui le aziende della difesa e sicurezza sviluppano “un valore della produzione di quasi 14 miliardi di euro che si traduce in 4.4 miliardi di valore aggiunto” e considerando tutti i contributi diretti, indiretti e indotti, generano in Italia 11.6 miliardi di euro di valore aggiunto (0,8% del Pil), raccontano di imprese che non socializzano profitti ma solo debiti (il caso Finmeccanica è eclatante). Piuttosto vi è un continuo oscillamento delle posizioni dell’a.d. Moretti che un giorno parla di un consolidamento del comparto aerospaziale adibito alle produzioni civili, cioè delle divisioni aerostrutture campane e pugliesi e relativo indotto, l’altro riorganizza Finmeccanica penalizzando il sud con il trasferimento in altre regioni di capacità produttive storiche incolpando il comparto di inefficienza e improduttività. Si scopre che è solo un gioco di interessi la possibilità, espressa nel Libro bianco, di cedere quelle divisioni di Finmeccanica considerate non rilevanti sul piano tecnologico e industriale. Operazione che non intaccherebbe il valore di capitalizzazione in borsa di Finmeccanica-Leonardo in quanto si dà la possibilità di tutelare la presenza delle competenze in Italia, e parallelamente si apre l’ingresso a capitali estere. Alla luce di quanto riportato nel punto 267 è probabile che vi sia l’abbandono di alcune competenze nel settore civile perché se “le acquisizioni militari restano ancora impostate sulla dimensione nazionale. Ne consegue la necessità di una maggiore spinta alla collaborazione europea anche nelle attività di sviluppo, acquisizione e supporto logistico di natura militare”(punto 259), diversamente la produzione civile non ha prodotti proprietari. Pertanto bisognerà aspettare la stesura del Piano prima di poter verificare quanto e come “La creazione di una filiera virtuosa tra la traduzione dell’idea in specifiche tecnologie e prodotti e l’utilizzatore finale produrrà un rafforzamento delle capacità del “Sistema Paese” di essere competitivo a livello internazionale, di garantire occupazione e sviluppo industriale e di innovare processi e prodotti a beneficio dell’intera comunità” (punto 290). Il mercato delle aziende della difesa è particolare in quanto le sfere di influenza e il ruolo dei governi fanno sentire il loro peso in misura maggiore rispetto ad altri ambiti, stabilendo la massa critica delle aziende e la migliore combinazione tra grandi, piccole e medie aziende che compongono il tessuto economico-industriale del paese. Le capacità di indirizzo e la comprensione del mercato di riferimento stabiliscono le sorti dell’impoverimento o della ricchezza di un paese. Di conseguenza una dottrina che punta alla militarizzazione dell’intera economia attraverso lo sviluppo di una “matrice delle tecnologie abilitanti” che coinvolge il mondo universitario e della ricerca pubblici “sarà condivisa con tutti i Ministeri e i corpi dello Stato interessati e con l’industria nazionale” (punto 272) non vuol dire apportare un beneficio all’intero “sistema Italia” ma tagliare i programmi che non siano di interesse anche militare. La “matrice” deve servire a cooptare “a livello interministeriale, mediante lo sviluppo di una politica coordinata d’investimenti e di azioni” anche tutto il sistema della conoscenza: “l’innovazione tecnologica nel mercato civile, inoltre, rende disponibili tecnologie, parti e apparati utilizzabili anche in equipaggiamenti militari, abbassando le barriere all’ingresso per nuovi fornitori. E’ più difficile, quindi, ma anche più importante, monitorare lo sviluppo tecnologico complessivo e non solo quello strettamente militare e considerare le esigenze civili potenzialmente associabili a quelle militari. Le Forze armate devono quindi mantenere adeguate competenze tecnologiche per individuare e definire le proprie esigenze” (punto 258). Considerando che la ricerca scientifica e l’avanzamento tecnologico sono storicamente associati, ricerca e innovazione dipendono maggiormente dai finanziamenti pubblici che, come si è visto, sono finalizzati prevalentemente sul militare. La conoscenza pura in Italia è stata finanziata dal bando per i “Progetti di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale” per 92 milioni e comprende sempre più ricercatori a tempo determinato. La ricerca applicata è quella che maggiormente viene finanziata da attori privati poiché ne traggono vantaggi esclusivi. Finmeccanica conta relazioni con circa 50 università, 19 centri di ricerca in Italia e in diversi paesi esteri. Nel 2016 ha dato vita al progetto Open Innovation: “consapevole del fatto che una grande impresa, oltre a valorizzare le idee più originali prodotte all’interno, deve prestare attenzione anche all’innovazione prodotta e disponibile al di fuori dei propri confini”69. La cornice entro la quale verrà attuato tale processo di cooptazione, più che collaborazione, è la stesura, ad opera del Direttore Nazionale degli Armamenti, del piano “Strategia industriale e tecnologica” che dovrà essere integrato con il Piano della ricerca nazionale. Nel testo del programma Nazionale della Ricerca 2015-202070 il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca riporta che l’investimento finanziario sarà di quasi 2,5 miliardi di euro di risorse nei primi tre anni da aggiungersi ai quasi 8 miliardi ogni anno. Togliendo quelli destinati alla ricerca di base, gli altri vanno alla ricerca applicata da suddividersi in 12 aree, una di queste è l’Aerospazio, ma indirettamente Finmeccanica si inserisce anche in altri ambiti con le sue divisioni. Il testo riferisce che l’Italia è tra gli “Innovatori moderati”: nel 2013 la spesa è stata dell’1,31% ponendosi al 17imo posto in rapporto al Pil e al 14imo per spesa totale per milioni di abitanti. Più della metà dell’investimento in ricerca e sviluppo di Finmeccanica è di provenienza pubblica o estera. La politica scientifica insieme a quella industriale e dell’innovazione è una delle direttrici fondamentali per la trasformazione della difesa: “Scienza, tecnologia, ricerca e sviluppo sono quindi elementi di riferimento determinanti per l’elaborazione di una strategia nazionale di crescita, alla quale la Difesa concorrerà attivamente. Al fine di migliorare e rafforzare le attività di ricerca duale nazionale e di agganciare il Paese alle iniziative di collaborazione d’interesse, la Difesa perseguirà un sostanziale adeguamento delle disponibilità finanziarie per la ricerca e sviluppo nei confronti di precisi progetti e iniziative per il rafforzamento delle capacità nel campo della difesa e della sicurezza che trovino conferma della loro priorità a livello europeo”. Se l’Europa si configura come luogo naturale e funzionale nel quale inserire la politica estera e di difesa italiana, l’integrazione europea è al primo posto, per via della sua posizione nel Mediterraneo71 e del bisogno, quasi obbligatorio, di dividere le spese di investimento in programmi. Alcuni paragoni si possono fare con il modello americano: il modello adottato per procurement dell’F-35, la logica interforze, l’intreccio fra progresso tecnologico e attività militare (il doppio uso), il nesso tra scienza e potere militare (ricerca scientifica e ricerca militare in relazione all’aumento della produttività e posti di lavoro) e la compresenza negli ambiti educatici e formativi di personale civile e militare. Facendo le debite proporzioni, dall’analisi del rapporto fra ricerca scientifica e militare americana (2016) emerge che la maggior parte dei finanziamenti nel comparto difesa vanno alle attività di sviluppo e alla ricerca applicata (+2,6%) a sua volta superiore a quella di base (-8%)72. Per quanto riguarda l’Europa, secondo il capo dell’Agenzia europea, la spesa per la ricerca e sviluppo è scesa nel periodo dal 2006 al 2015 ampliando il gap tecnologico con gli USA. Inoltre ogni paese destina percentuali diverse che non rientrano in un quadro unitario: nel 2013 tre paesi da soli, Francia, Regno Unito e Germania, hanno fatto il 92% degli investimenti in ricerca e sviluppo militare e l’86% degli investimenti in ricerca e tecnologia per la difesa. Regno Unito e Francia hanno speso 1 miliardo di euro (la Francia principalmente sul programma nucleare). Il più grande programma europeo, Horizon 2020, tutto incentrato sui temi di ricerca e innovazione, prevede lo stanziamento di 80 miliardi di euro distribuiti in 7 anni. Un campo di azione, “Secure Societes”, va a impattare sulle aree legate alla politica di difesa e sicurezza degli stati membri. Sono 3 le aree di intervento: politica di sicurezza industriale, strategia di sicurezza interna e strategia per la sicurezza cibernetica sostenute con 1.695 milioni di euro in 7 anni. Per quanto riguarda invece l’accesso ai fondi europei stanziati dai Programmi Quadro per la Ricerca e lo Sviluppo Tecnologico, l’Italia nel settore Aerospazio ha ottenuto un finanziamento pari al 19% del totale, di cui il 24% è attribuibile alla partecipazione industriale (61% grande impresa e 39% PMI). Secondo un recente studio commissionato dal Parlamento europeo ci sono stati circa 400 accordi di cooperazione nel 2015 aiutati anche dall’Agenzia della difesa europea. Spesso sono piccoli progetti, pochi quelli importanti, e sono il risultato di sforzi di natura bilaterale anche se non mancano piccoli raggruppamenti di nazioni: Francia-Regno Unito, Germania-Paesi Bassi, Finlandia-Svezia, Repubblica Ceca-Ungheria-Svezia, Belgio-Francia-Germania-Italia-Lussemburgo-Paesi Bassi e Spagna. Il “Defence Budgets and Cooperation in Europe: Developments, Trends and Drivers”73 è uno studio che “analizza sei tendenze che contraddistinguono gli attuali modelli di cooperazione, ad esempio le forme di collaborazione bilaterale o regionale nonché il ruolo della Germania e degli Stati Uniti. Lo studio individua infine cinque fattori trainanti, tra cui l’atteggiamento aggressivo della Russia e le minacce non convenzionali, che è probabile influenzino profondamente nel breve e medio termine la cooperazione europea nel campo della difesa”. Finmeccanica partecipa a più programmi divisi per settore: velivoli multiruolo, elicotteri, fregate e siluri, sorveglianza aerea, sistemi missilistici, sistemi satellitari, UCAV, veicoli multiruolo e sottomarini. Come già riferito da Sipri, anche in questo documento si prevede un continuo aumento delle spese militari, un deciso cambio di rotta rispetto a un declino che si era acuito a seguito della crisi economica del 2008. Il trend positivo dovrebbe verificarsi maggiormente nell’Europa centro-orientale (+19.9 per cento) e sud-orientale (+9.2 per cento), meno nei Paesi dell’Europa occidentale (+2.7 per cento) che rimane però la spesa più alta in assoluto, ultimi quelli scandinavi (+1.6 per cento). Il dubbio che tutto ciò non si risolva in un rafforzamento della cooperazione intra-europea viene confermato dal livello di duplicazione dei programmi di sviluppo e acquisizione. Al 2014 solo il 25% degli appalti per progetti militari in Europa erano collaborativi mentre il restante 75% si svolgevano a livello nazionale: i paesi europei detengono più di 16 classi di fregate rispetto ad una sola classe negli Stati Uniti e ci sono 5 grandi cantieri navali in Europa (BAE systems nel Regno Unito, DCNS in Francia, ThyssenKrupp Marine Systems in Germania, Fincantieri in Italia e Navantia in Spagna) con altri piccoli fornitori; 12 principali aziende attive nel settore navale in Europa rispetto a due negli Stati Uniti che hanno però una dimensione maggiore di 3,4 volte rispetto alle aziende europee; 15 sistemi europei per il progetto “soldato futuro” e 11 diverse piattaforme per aerei da caccia (dati AIAD). Il modo frammentario e lento con cui avviene gran parte delle collaborazioni sta a significare che all’Europa, anche per il persistere di forti interessi nazionali anche industriali, manca un approccio sistematico e chiaro che impedisce l’acquisizione di una reale capacità militare. Pessimismo condiviso da più rappresentanti europei visto che tutti i progetti, dall’esercito europeo, forze armate comuni, budget comune e armamenti comuni, hanno come controparte divergenze su quali siano i valori europei da difendere. Rafforzare la NATO rimane, in ultima analisi, la garanzia di una Europa sicura. L’ultimo Briefing pubblicato dal Parlamento europeo consiste nell’ennesimo identico riassunto delle tappe per una costruzione della difesa europea74. Uno degli aspetti che il Libro bianco mette in risalto per la costruzione di un mercato unico europeo è la necessità di “una maggiore liberalizzazione dei trasferimenti intra-comunitari dei prodotti militari destinati alle Forze armate europee”. Nulla di dice sul divieto di esportare materiali di armamento o tecnologia duale verso governi in conflitto o che non rispettano i diritti umani. Quando si sceglie una logica commerciale devono saltare tutte le ragioni umanitarie e non solo quelle legate alla sicurezza e si determina la sovrapposizione dei concetti di sicurezza e difesa: sicurezza e difesa costituiscono le due facce della stessa medaglia. L’interscambio fra comparto difesa ed economia digitale ha permesso il diffondersi di tecnologie sempre più sofisticate e incrementato il segmento della Homeland security (sicurezza nazionale), settore rappresentato in larga parte da gruppi nazionali della difesa. L’affermazione che lo sviluppo tecnologico promosso in Europa nel campo della sicurezza è sostanzialmente “civile” è ingannevole perché non precisa che è parte del settore della difesa. Non c’è industria della difesa che non abbia ampliato la propria quota di mercato approfittando del fatto che dalla fase di ricerca e sviluppo a quella della sperimentazione e produzione, la sinergia con il settore civile permette di sviluppare applicazioni civili per la sicurezza suscettibili di un ulteriore utilizzo a scopi militari. Nel 2009 è stata lanciata dalla Commissione europea e dalla Agenzia Europea per la Difesa il rapporto “European Framework Cooperation, for Security and Defence”75 che si sofferma sulla cooperazione civile-militare: “Mezzi militari e civili vengono utilizzati sia nelle operazioni di gestione delle crisi dell’Unione europea sia per la sicurezza dei cittadini dell’UE. Spesso le capacità militari e civili si sovrappongono, ad esempio nei settori della ricerca a duplice uso, le comunicazioni via satellite, spazio o in remoto sistemi aereo pilotato”. Uno dei primi progetti finanziati con 12 milioni di euro è stato quello relativo all’osservazione e segnalazione di eventi CBRN (agenti chimici, biologici, radiologici e nucleari) a cui hanno contribuito Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Svezia e Norvegia. Il progetto è volto alla creazione di un framework di cooperazione nella ricerca scientifica di base ed applicata utilizzando una combinazione di tecnologie quali la spettroscopia di massa e l’identificazione immunologica veloce. Finmeccanica può contare sulle sue aziende che operano nel settore dell’elettronica per la difesa e sicurezza con prodotti e servizi che possono essere utilizzati sia da operatori della sicurezza governativa sia civile: dalla sorveglianza dei confini alla sicurezza delle infrastrutture critiche, dalla cyber-security (manomissione dati, tentativi di accesso dei sistemi ICT) al monitoraggio ambientale. Va da sé che il mercato della sicurezza è collegato alla percezione delle minacce, o ciò che si vuole considerare come minaccia, infatti ad ogni manifestarsi delle stesse gli investimenti sulla sicurezza subiscono una impennata. Il tema dell’immigrazione è uno di quelli che ha subito il passaggio da questione sociale a minaccia per la sicurezza attraverso un processo chiamato di “securitarizzazione”. Decisiva è stata la categoria “dell’immigrazione irregolare”, cioè l’attraversamento di un confine in assenza di un documento regolare, perché mette in discussione l’abilità di controllo territoriale di uno Stato e quindi l’idea stessa di sovranità. Come scritto nel testo “Sicurezza nazionale: tra concetto e strategia”76 Il concetto di sicurezza è un “simbolo ambiguo” per lungo tempo associato con la difesa da minacce di natura militare miranti alla violazione della sovranità e del territorio degli Stati. Nel tempo però alla concezione stato-centrica si è affermata quella che propone una visione olistica della sicurezza includendo, accanto al tradizionale settore militare, fattori come l’economia, la politica, l’ambiente e la società. Due autori contrapposti sono Walter Lippmann, giornalista e politologo statunitense per cui “uno stato può dirsi al sicuro nel momento in cui non è costretto a sacrificare i suoi valori chiave per evitare un conflitto o, se sfidato, è in grado di mantenerli attraverso la vittoria”, e Barry Buzan che propone un’analisi settoriale della sicurezza in cui vengono identificati diversi oggetti referenti a seconda dei settori in questione. L’autore del testo propone invece una ridefinizione del concetto di sicurezza nazionale in tre sotto settori: la sicurezza politico-militare, la sicurezza economica e la sicurezza energetica fra di loro connessi in aree di comune interesse. Ad esempio, il settore della difesa ha bisogno di finanziamenti per le proprie commesse. Tali finanziamenti rappresentano una trasformazione della ricchezza nazionale in una forma di potere, in questo caso quello militare. A sua volta l’economia ha bisogno di risorse energetiche per produrre ricchezza (elettricità, gas, petrolio, etc.). Infine, il settore energetico ha bisogno di protezione politica (promozione degli interessi) e fisica (si pensi ad esempio alla protezione delle infrastrutture critiche da attacchi fisici o cibernetici). Queste relazioni fanno sì che i tre settori siano interconnessi come una sorta di “catena della sicurezza”. Alle connessioni rilevate in questa “catena della sicurezza” si possono associare le pratiche di sorveglianza dei dispositivi pubblici e privati, statali e civili capaci di creare un sistema di sorveglianza globale che rende difficile il rapporto fra libertà democratiche e sicurezza, ma che sicuramente frutta miliardi di dollari, stimati tra i 100 e i 120 nel 2004 dall’OCSE, per quella che si può chiamare industria della sicurezza. Secondo DeloitteToucheTohmatsu, azienda di servizi di consulenza e revisione, nel 2016 il settore della difesa e dell’aerospazio è destinato a crescere di 3 punti in percentuale principalmente a causa delle minacce alla sicurezza nazionale. La risposta dei governi però non si è fermata all’incremento dei budget per la difesa, ma ha preso una deriva securitaria che maschera pratiche volte a decretare lo stato di eccezione attraverso norme per cui la politica è superiore al diritto e all’etica pubblica. Brunello Rosa, Capo economista per l’Europa, Roubini Global Economics, nel suo articolo su Limes n.2/2016 “Le radici economiche –finanziarie della possibile guerra mondiale”, scrive che “il concetto di guerra è già insito nei concetti fondamentali della teoria economica, che sono quelli di scelta/consumo e produzione/sviluppo”. Attualmente è in corso una guerra mondiale economica-finanziaria combattuta su vari fronti: risorse essenziali, deflazione, tassi di interesse, monete, azioni e credito. Anche in Italia, come si è visto nel susseguirsi di documenti relativi alla politica estera e di difesa, e come dimostra la stessa definizione assunta da Finmeccanica, “Industria per la sicurezza e la difesa”, il concetto di minaccia si è ampliato sino a comprendere rischi di varia natura, non più solo militari, ma anche politici, economici, etnici, religiosi, demografici, sociali, diffusi e quindi policentrici, non affrontabili con le classiche modalità militari, ma con una combinazione di interventi settoriali tra loro coordinati. Così come i droni rappresentano la correlazione tra l’evoluzione della tecnologia e scelte di politica estera e di difesa, l’arma ideale delle nuove tipologie di conflitto (asimmetrici o ibridi) nonostante provochino vittime civili considerate e accettate come inevitabile danno collaterale, i nuovi paradigmi tecnologici (Mobile, Social Media, Big Data e altri) hanno aperto un nuovo scenario riguardo al tema della cyber security. Nel documento “Cyber intelligence, la sfida dei data scientist”77 si definisce il cyber spazio come una “superficie d’attacco” in continua espansione anche in ragione della crescente diffusione di applicativi per la telefonia mobile. Per ridurre questa superficie il governo prospetta un ridimensionamento numerico dei data center pubblici (se mai il libero commercio lo renderà possibile), mentre le aziende della difesa e sicurezza se dovranno proteggere il proprio “sapere” da potenziali manipolatori nei passaggi dal fornitore all’utente finale, potranno però sfruttare il nuovo business proponendo risposte che non conoscono confini nella loro applicazione.

Note

1 Ministero della Difesa. Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa, 30 aprile 2015 http://www.difesa.it/Primo_Piano/Documents/2015/04_Aprile/LB_2015.pdf 1
2 Readout of Secretary of Defense ChuckHagel’s Meeting with Italy’sMinister of Defense Roberta Pinotti http://archive.defense.gov/Releases/Release.aspx?ReleaseID=16803
3 Arduino Paniccia, Trasformare il futuro. Nuovo manuale di strategia, Mazzanti Libri, 2013
4 Angelo D’Orsi, Il potere repressivo. La macchina militare. Le forze armate in Italia, Feltrinelli, 1971
5 Il “New Deal” italiano degli Anni Ottanta. La spedizione militare in Libano http://www.associazionelagunari.it/files/ libano_1982_1984.pdf
6 SPADOLINI ILLUSTRA I NUOVI COMPITI DELLE FORZE ARMATE http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/11/17/spadolini-illustra-nuovi-compiti-delle-forze-armate.html
7 L’industria italiana fra sviluppo e riconversione. Profilo storico fra 1939-1989 http://www.archiviodisarmo.it/index.php/en/publications/magazine/magazine/finish/78/230
8 Commissione Parlamentare D’inchiesta sul caso della filiale di Atlanta della Banca Nazionale del Lavoro e sue connessioni http://www.senato.it/documenti/repository/relazioni/archiviostorico/commissioni/X%20LEG_BNL.ATLANTA_DOC_RELAZ/X_%20LEG_BNL-ATLANTA_DOC%20XXIIBIS_4_VOL%2014_22.4.92.pdf
9 Zanone: ‘Governo Unanime sulla Nuova Difesa Europea’ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/10/29/zanone-governo-unanime-sulla-nuova-difesa-europea.html
10 Ilaria Alpi – L’ultimo viaggio http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-77f45782-2361-40cd-a00a-1ede256a8794.html
Ilaria Alpi http://toxicleaks.org/wp-content/uploads/2016/01/alpi-elicottero.jpg
11 Indagine conoscitiva sui problemi connessi all’industria degli armamenti ed alle commesse militari e sui tempi della riconversione dell’apparato produttivo della difesa https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/57477.pdf
12 Indagine conoscitiva sui sistemi d’arma destinati alla difesa in vista del Consiglio europeo di dicembre 2013 http://www.lindro.it/wp-content/uploads/sites/4/2015/03/documento-finale-indagine-conoscitiva.pdf
13 D’ Alema e il Kosovo retroscena di una guerra http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/09/03/alema-il-kosovo-retroscena-di-una.html
14 Rapporto 2020. Le scelte di politica estera, Il Rapporto è frutto delle considerazioni svolte dal Gruppo di Riflessione Strategica composto da rappresentati di istituzioni nazionali ed europee, dirigenti di Confindustria e Finmeccanica, Università e think tank di studi strategici, comunità di Sant’ Egidio, WWF e altri. http://www.esteri.it/mae/doc/ rapporto2020_sceltepoliticaestera_090408.pdf
15 La partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/757700/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione2-h2_h235&parse=si&spart=si Vijećnica. La Biblioteca di Sarajevo dopo il bombardamento https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/11/violoncellista.jpg
16 FM 3-24 - Federation of American Scientists https://fas.org/irp/doddir/army/fm3-24.pdf
17 Dialogo o resa? http://antoniomartino.org/2014/04/
18 Relazione sullo stato dell’industria aeronautica http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/226/001_RS/INTERO_COM.pdf
19 E dai pm vietato chiamarla guerra http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/09/27/dai-pm-vietato-chiamarla-guerra.html
20 Toppling Saddam: Iraq and American Military Transformation https://fas.org/man/eprint/biddle.pdf
21 Military Transformation? WhichTransformation, and WhatLiesahead? http://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/reprints/2010/RAND_RP1413.pdf
22 L’Italia miglior alleato americano http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-10-15/litalia-miglior-alleato-americano-081355_PRN.shtml
23 La trasformazione net-centrica il futuro dell’interoperabilità multinazionale e interdisciplinare http://www.difesa.it/InformazioniDellaDifesa/periodico/IlPeriodico_AnniPrecedenti/Documents/ La_Trasformazione_Net-Centrica.pdf
24 Art. 78 - Deliberazione dello stato di guerra https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/761677/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione15-2_h213&parse=si&spart=si Napolitano: il Parlamento non può porre veti all’Esecutivo. Consiglio di difesa: sugli F35 decide il Governo http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-07-03/napolitano-parlamento-porre-veti-140117.shtml?uuid=AbcEnrAI
25 La grande spartizione della Libia: un bottino da almeno 130 miliardi http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-06/la-grande-spartizione-114530.shtml?uuid=ACe75oiC
26 L’Italia bombarda in silenzio http://espresso.repubblica.it/palazzo/2012/02/24/news/l-italia-bombarda-in-silenzio-1.40845
27 Water Wars: lo Stato islamico e la diga di Mosul http://archinect.com/features/article/107492865/water-wars-the-islamic-state-and-the-mosul-dam
28 Così in Libia le forze speciali americane e italiane agiscono secondo lo stesso piano e Proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia: http://www.ilfoglio.it/esteri/2016/05/14/libia-serraj-haftar-americani-italiani1-v-142001-rubriche_c380.htm, Proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia http://www.altalex.com/documents/news/2016/05/17/proroga-delle-missioni-internazionali-delle-forze-armate-e-di-polizia immagine impiccagione di saddam http://www.remocontro.it/wp-content/uploads/2014/06/giudice-saddam-corda-al-collo-sito-600.jpg
29 Missile Defense Costing $35 Billion Misses Bullets With Bullets http://www.bloomberg.com/news/articles/2011-08-03/missile-defense-costing-35-billion-misses-bullets-with-bullets
30 Raytheon Said to Lobby for More of a Missile That Failed a Test http://www.bloomberg.com/news/articles/2016-04-12/raytheon-said-to-lobby-for-more-of-a-missile-that-failed-a-test
31 Missile Defense: Assessment of DOD’s Reports on Status of Efforts and Options for Improving Homeland Missile Defense http://www.gao.gov/assets/680/675263.pdf, http://www.latimes.com/nation/la-na-missile-defense-20140615-story.html
32 Programma di Comunicazione 2016 http://www.difesa.it/Content/programma_comunicazione/Documents/PDC_DIFESA_2016.pdf
33 Deposito Armi Isola della Maddalena http://www.eliolannutti.it/2011/07/deposito-armi-isola-della-maddalena/
34 Proroga missioni internazionali e iniziative di cooperazione http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/05/16/16G00078/sg
35 DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA: Regolamento per la disciplina delle attività del Ministero della difesa in materia di cooperazione con altri Stati per i materiali di armamento prodotti dall’industria nazionale, a norma dell’articolo 537- ter del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66. http://www.governo.it/sites/governo.it/files/78376-10192.pdf
36 Finmeccanica: Approvato il Piano Industriale del Gruppo 2015-2019 http://www.leonardocompany.com/-/finmeccanica-piano-industriale-industrial-plan-2015-2019
37 Leonardo-Finmeccanica, Moretti a Financial Times on line: pronti ad acquisizioni ma teme Brexit http://economia.ilmessaggero.it/flashnews/ leonardo_finmeccanica_moretti_a_financial_times_on_line_pronti_ad_acquisizioni_ma_teme_brexit-1810758.html
38 Inside McKinsey’s private hedge fund http://www.ft.com/cms/s/0/7c6700bc-2976-11e6-8b18-91555f2f4fde.html#axzz4CxmnrWIy
39 “Europe as a Global Space Player: Emergence of new paradigms of spacemarkets” http://www.spaceconference.eu/programme.html
40 Faccia a faccia con Mauro Moretti http://audio.radio24.ilsole24ore.com/radio24_audio/2016/160630-mix24.mp3
41 Trenitalia, passa l’asse Renzi-Moretti http://www.lettera43.it/economia/aziende/trenitalia-passa-l-asse-renzi-moretti_43675227889.htm, Finmeccanica, il ministero degli esteri di D’Alema. Si riforma il team “Farnesina” con Dassù e Fortunato. http://www.linkiesta.it/it/article/2014/04/17/finmeccanica-il-ministero-degli-esteri-di-dalema/20750/
42 Indagine conoscitiva sui sistemi d’arma destinati alla difesa in vista del Consiglio Europeo di dicembre 2013 http://www.camera.it/leg17/1079?idLegislatura=17&tipologia=indag&sottotipologia=c04_arma&anno=2014&mese=05&giorno=07&idCommissione=04&numero=0019&file=indice_stenografico
43 Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66 Codice dell’ordinamento militare http://www.difesa.it/Content/Documents/Codice_aggiornato_con_DLgs_24febbraio2012.pdf
44 Libro bianco… cit., pag. 115 nota 265
45 Libro bianco… cit., pag. 128 nota 299 e pag.69 note 147-148
46 Pinotti: ‘’Impossibili altri tagli alla Difesa. Il Libro Bianco indicherà una strategia politica” http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2014/11/27/pinotti-impossibili-altri-tagli-alla-difesa-libro-bianco-indichera-una-strategia-politica_YsDjjgOfSuJvfkLhxMSICP.html
47 Caso Cermis: Usa immuni dalla giurisdizione italiana http://www.altalex.com/documents/news/2014/03/08/caso-cermis-usa-immuni-dalla-giurisdizione-italiana
48 Caso Calipari: la verità nascosta http://espresso.repubblica.it/googlenews/2012/03/27/news/caso-calipari-la-verita-nascosta-1.41642
49 In Libia Washington continua a dare ordini a Roma http://www.analisidifesa.it/2016/05/in-libia-washingtin-continua-a-dare-ordini-a-roma/a
50 Diga di Mosul, si apre il cantiere italiano. A cinquanta chilometri dalla capitale del Califfato http://www.repubblica.it/esteri/2016/04/20/news/diga_mosul_cantiere_italiano_lavori-138032620/
51 Libro bianco… cit., pag. 60 note 126-127
52 Ammiraglio De Giorgi: “Interessi occulti hanno tentato di condizionare futuro Marina” http://www.repubblica.it/politica/2016/06/22/news/ammiraglio_de_giorgi_interessi_occulti_tentato_condizionare_futuro_marina_-142577717/
53 Libro bianco…cit., pag. 83 nota 175
54 Libro bianco… cit., pagg. 97-100
55 Libro bianco… cit., pag. 119-120
56 Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa 2016 – 2018 http://flpdifesa.org/wp-content/uploads/2016/06/Documento-Programmatico-Pluriennale-per-la-Difesa-2016-2018.pdf
57 “Il futuro dell’Esercito Italiano tra opportunità e incognite” http://www.cesi-italia.org/contents/img_contenuti/Pubblicazione_il_futuro_dell_esercito_italiano.pdf
58 SIPRI – Militaryexpenditure https://www.sipri.org/research/armament-and-disarmament/arms-transfers-and-military-spending/military-expenditure immagine morte gheddafi http://cdn2.stbm.it/studenti/gallery/foto/maturita/gheddafi-storia-e-fine-del-dittatore-della-libia/gheddafi-morto.jpeg?-3600
59 Libro bianco… cit., pag. 8
60 Libro bianco… cit., pag. 111-24
61 THE GRAY THREAT. Assessing the Next-Generation European http://www.dtic.mil/dtic/tr/fulltext/u2/a300639.pdf
62 Precision and Purpose: Airpower in the Libyan ... http://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/research_reports/RR600/RR676/RAND_RR676.pdf
63 Su F 35 e basi abbiamo seguito gli Usa, ora tocca a loro sostenere i nostri M 346 http://www.huffingtonpost.it/leonardo-tricarico/aviazione-finmeccanica-pentagono-_b_10502684.html
64 La linea aerotattica dell’aeronautica militare dall’esperienza operativa alle esigenze attuali http://www.avia-it.com/act/areariservata/Segnalazione_articoli_2014/Segnalazione_articoli_nov_14/ ICSA_F-35_versione_del_30_settembre_2014.pdf
65 WhyHas the Cost of Fixed-Wing Aircraft Risen? http://www.rand.org/content/dam/rand/pubs/monographs/2008/RAND_MG696.pdf
66 F-35 Joint Strike Fighter Assessment Needed to Address Affordability Challenges http://www.gao.gov/assets/670/669619.pdf, The F-35 Has a Scary List of Bugs http://www.govexec.com/defense/2016/02/f-35-has-scary-list-bugs/125690/
67 F-35 Joint Strike Fighter: Preliminary Observations on Program Progress http://www.gao.gov/products/GAO-16-489T
68 Fondi imprese: il 70% in armamenti e Difesa http://www.pmi.it/impresa/normativa/approfondimenti/106474/stabilita-2016-mise-spende-per-difesa-per-pmi.html Palmira - Siria http://www.nationalgeographic.rs/galerija/4345/reportaze/galerije/5986-sta-svet-gubi-ako-padne-palmira.html
69 Finmeccanica farà open innovation (intanto parte da università e centri di ricerca)
http://openinnovation.startupitalia.eu/52895-20160427-finmeccanica-moretti-politecnico-milano
70 Programma nazionale per la ricerca 2015 – 2020 http://www.istruzione.it/allegati/2016/PNR_2015-2020.pdf
71 Federal R&D in the FY 2016 Budget: An Overview http://www.aaas.org/fy16budget/federal-rd-fy-2016-budget-overview
72 L’Italia nel Mediterraneo: interessi economici tra Nord Africa e Medio Oriente http://businessschool.luiss.it/news/italia-nel-mediterraneo-interessi-economici-tra-nord-africa-e-medio-oriente/
73 Defence Budgets and Cooperation in Europe: Developments, Trends and Drivers http://www.iai.it/sites/default/files/pma_report.pdf
74 Europe of Defence? Views on the future of defence cooperation http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/BRIE/2016/586607/EPRS_BRI(2016)586607_EN.pdf
75 European Framework Cooperation, for Security and DefenceResearch http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2009_2014/documents/sede/dv/sede301109factsheetefcsecuritydefence_/sede301109factsheetefcsecuritydefence_en.pdf
76 Sicurezza nazionale: tra concetto e strategia https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2014/03/Sicurezza-nazionale-tra-concetto-e-strategia-Edoardo-Camilli.pdf
77 Cyber intelligence, la sfida dei data scientist https://www.sicurezzanazionale.gov.it

PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies