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    La tragedia greca come potenziale forma di resistenza culturale contro la compulsione materiale del capitalismo

    Teatro radicale: tragedia greca e mondo moderno

    In esclusiva per Peacelink, la traduzione di un estratto dal capitolo IV: "Tragedia e Ideologia"
    20 luglio 2004 - di Rush Rehm - trad. P. Merciai
    Fonte: Titolo Originale: "Radical Theatre: Greek Tragedy and the Modern World", London, 2003 (Classical Inter/Faces)

    Se analizziamo le condizioni originali in cui la tragedia greca veniva messa in scena, e in particolare il gioco tra l’artificio teatrale e l’ambiente naturale all’aperto in cui il teatro greco era collocato, come potremmo studiare il teatro greco, oggi, in modo tale da dischiudere il suo potenziale radicale?

    La tragedia greca pone i suoi protagonisti in situazioni letteralmente terrificanti, delle quali questi hanno piu’ o meno responsabilita’, dove molto e’ in gioco, e poi chiede loro di agire. La parola greca per questa difficile situazione, krisis, non sta ad indicare distruzione o caos, come accade invece con il nostro termine "crisi", ma implica piuttosto una scelta o una decisione.

    Premesso questo, gli individui di una comunita’ che si trovino ad affrontare una situazione critica, sono soggetti a numerose influenze, tra le quali i modelli precedenti di comportamento appropriato. Potremmo chiamare la matrice di queste influenze "ideologia": l’intreccio di quei presupposti che i membri di una societa’ posseggono, o ci si aspetta che posseggano, a cui sono educati o indottrinati, e per i quali ricevono riconoscimento. In circostanze normali, l’ideologia passa inosservata e non viene messa in discussione, a condizione che abbia una base di idee, valori e azione.

    Nei momenti di crisi dunque, la gente tende ad attingere a questi modelli di pensiero e azione, convalidando l’ideologia che ha plasmato la loro reazione. Tuttavia, quando gli eventi diventino sufficientemente gravi o traumatici (come sono generalmente quelli della tragedia greca) la gente puo’ anche arrivare a mettere in discussione questi modelli, e spezzare i soliti circuiti obbligati di comprensione e reazione. In tal modo, circostanze estreme aprono nuovi orizzonti di pensiero e azione, e generano nuove crisi (scelte) che hanno in se’ la possibilita’ di trasformare e anche indebolire i regimi dell’ideologia.

    Analizziamo questa possibilita’ ricostruendo la reazione degli Stati Uniti agli attacchi terroristici al World Trade Center e al Pentagono del Settembre 2001. Gli americani mostrarono una gamma di reazioni che vanno dallo sconforto alla rabbia, dallo shock al dolore, dal patriottismo al razzismo, dal coraggio alla paura…Gli eventi dell’11 Settembre momentaneamente forzarono gli Stati Uniti a mettersi a confronto con la violenza dalla prospettiva delle vittime del terrore. Quasi immediatamente pero’, quella reazione fu rimpiazzata dall’ideologia precostituita del patriottismo e del militarismo, risposta che ha generato ulteriore morte e distruzione di innocenti. Una valanga coordinata e capillare di potenti istituzioni corporative e di governo e’ riuscita a mettere a tacere altre voci e altre forme di reazione. La’ dove queste voci potevano essere sentite, nella stampa alternativa, nelle marce di protesta, tra numerosi gruppi di interesse e attivisti, esse parlavano di un profondo sentimento di empatia per le vittime del terrore, comprese quelle del terrorismo commesso dagli USA e dai suoi clienti.

    Altre reazioni su questa linea comprendevano critiche alla preparazione militare USA e ai presupposti su cui essa era basata, dubbi sulla politica estera americana, fonte di tanto odio e sdegno all’estero; una ri-valutazione dei precedenti coinvolgimenti degli USA in Afghanistan, compreso l’appoggio militare ai Mujahadin, molti dei quali piu’ tardi formarono il gruppo dei Talebani (il movimento afgano che l’amministrazione Bush ha trasformato nell’equivalente di al-Quaeda)…Il fatto che pochi aspetti di questa storia abbiano trovato spazio tra i notiziari o abbiano fatto parte del dibattito pubblico all’interno degli Stati Uniti, suggerisce che l’ideologia ha funzionato bene. La crisi dell’11 Settembre ha dato luogo ad una reazione altamente coordinata, ben finanziata ed estremamente efficace, che non ha fatto altro pero' che riempire la botte nuova con il solito vino vecchio…

    …Con questi esempi contemporanei in mente, torniamo alla societa’ che ha prodotto la tragedia greca. L’Atene del V secolo aveva infatti una propria ideologia civile e le proprie modalita’ di pensiero dominante, che ci offrono interessanti punti di contatto con il nostro… E quando si va ad analizzare le singole tragedie emerge qualcosa di particolarmente significativo. Se da una parte troviamo discorsi, personaggi e situazioni che avallano misoginia, schiavitu’, violenza politica, implacabilita’ imperiale e propaganda ateniese, ancor piu’ spesso scopriamo che questi argomenti sono presentati dal punto di vista delle loro stesse vittime. Incontriamo infatti mogli (Medea, Clitennestra, Deianira, Fedra, Euridice) e figlie (Elettra, Ifigenia, Antigone) che sono state vittime di abusi; donne prigioniere o schiavizzate (le Danaidi, Tecmessa, Iole e le donne di Ecalia, le donne di Tebe possedute da Dioniso); vittime del potere e di espedienti politici (Prometeo, Filottete, Neottolemo, Oreste esiliato, Megara, Anfitrione, i figli di Eracle); e infine le vittime di guerra (Ecuba, Andromaca, Cassandra, Polissena, le donne Troiane).

    La presenza preponderante di queste figure rappresenta una critica interna ai presupposti e alle pratiche dell’ideologia ateniese e fa della rappresentazione tragica un atto pubblico destabilizzante…La tragedia greca, almeno nel V secolo, presentava voci alternative di innegabile potenza. Legando tali voci alla narrazione di un passato mitico, i tragici evitavano argomentazioni troppo esplicite.

    Guerra e Militarismo

    …La tragedia greca era apertamente interessata ad esplorare il lato nascosto della propaganda statale militarista, che veniva altrimenti rappresentata (allora come oggi) come intrinsecamente nobile ed eroica. Nell’Aiace di Sofocle ascoltiamo un rifiuto netto della guerra e di coloro che ne sono responsabili. Cosi’ il Coro:

    "Per quanto tempo? Quando questo susseguirsi di anni erranti

    cessera' di portarmi questa rovina senza fine

    di battaglie che straziano sui campi di Troia,

    vergogna funesta per tutti i Greci.

    Quell'uomo che invento' la guerra,

    perche' non sprofondo' nel cielo, ne' Ade

    lo inghiotti' nella sua tomba comune?

    Egli mostro' ai Greci come combattere,

    usando le armi comuni dell'odio e della guerra che genera guerra.

    Quell'uomo ha ucciso l'umanita'" (vv. 1185-98)

    I marinai del Coro maledicono l’inventore della guerra, il che suggerisce che i Greci facessero una distinzione tra tendenze distruttive presenti nei singoli individui e violenza militare collettiva. Questo passaggio anticipa dunque quelle argomentazioni pacifiste che pongono una differenza tra aggressione individuale (parte naturale dell’esperienza umana) e violenza organizzata dallo Stato, che implica invece eserciti professionisti, gerarchie militari, l’accumulo di armamenti e materiale bellico, e la propaganda necessaria per sostenere l’impresa.

    Il desiderio del Coro di abbandonare il campo di battaglia per tornare alle proprie case (vv. 1212 e ss.) riecheggia la’ dove dei soldati si trovino a combattere su suolo straniero. Inoltre il fatto che la patria di questi marinai sia Atene, doveva rivestire particolare rilievo per il pubblico dell’epoca, poiche’ metteva in evidenza il ruolo imperiale della propria citta’. Il Coro dei marinai dunque, punta il dito contro Atene in piu’ modi.

    Nell’Elena invece, Euripide sottolinea il suo messaggio anti-guerra rivelando le cause "fantasma" della guerra da cui dipende la tragedia e buona parte della mitologia greca: la guerra di Troia. Euripide infatti adotta la versione del mito tramandata da Stesicoro, secondo la quale i Greci muovono guerra a causa di una falsa Elena, un’effigie fantasma mandata a Troia da Zeus (che nel frattempo aveva spedito la vera Elena in Egitto). La causa delle ostilita’ viene cosi’ smascherata come una totale falsificazione. E’ in questo contesto che il Coro si dispera contro la follia della guerra:

    "Sciocchi tutti coloro che si guadagnino la gloria

    per mezzo della guerra e della lama tagliente della lancia,

    insensatamente provano a porre fine

    alle pene dell'umanita' uccidendo.

    Se gare di sangue devono risolvere

    i conflitti degli uomini, allora le guerre piene d'odio

    non lasceranno mai le citta' degli uomini."

    (vv. 1151-7)

    Questo coro, significativamente composto di vergini di Sparta, citta’ nemica di Atene nella Guerra del Peloponneso, e recitato pero’ da attori uomini ateniesi, proclama inequivocabilmente che la guerra perpetra la violenza piuttosto che risolvere i conflitti.

    Una tale affermazione assumeva certo particolare rilievo nel 412 a.C., quando questa tragedia fu rappresentata per la prima volta. Atene infatti aveva appena subito una terribile sconfitta in Sicilia contro gli alleati di Sparta: la sua flotta era stata distrutta e molti ateniesi erano stati catturati e fatti prigionieri proprio in seguito a quella disastrosa spedizione…

    Ecco dunque che, sebbene concentrati su conflitti di carattere mitico, gli esempi tragici anticipano (mutatis mutandis) le critiche di oggi contro le recenti guerre combattute dagli USA e dai suoi seguaci, svelandone l’asservimento agli interessi delle elites.

    Basta infatti un rapido sguardo alla storia per far crollare quelle pretestuose rivendicazioni secondo cui gli Stati Uniti combatterebbero per la giustizia, la democrazia, o l’autodeterminazione dei popoli quando sovvertono, o tentano di sovvertire, i governi in Iran (1953), Guatemala (1954), Vietnam ( 1954-75), Cuba (1961-oggi), Zaire (1961), Repubblica Dominicana (1965), Laos (1965-73), Cambogia (1970-75, e successivamente appoggiano il regime genocida di Pol Pot), Cile (1973), Angola (1975-90), Nicaragua (1980-90), Granada (1983), Panama (1989), Irak (1990-oggi), Serbia (1998-2000) e Afghanistan (2001-2002).

    Note:

    Notizie sul testo e sull’autore:

    L’essenza del nuovo libro di Rush Rehm, professore alla Stanford University nonche’ attore e regista, e’ tutta racchiusa in due frasi: una citazione di Nietzsche in apertura, e una frase dell’autore stesso nell’epilogo.

    Cosi’ Nietzsche: "Non so quale significato possano avere gli studi classici per la nostra epoca, eccetto il fatto di essere "fuori stagione", cioe’ contrari al nostro tempo, eppure con un’influenza su di esso a beneficio, si deve sperare, di un tempo futuro".

    Nell’epilogo poi, Rehm afferma che se l’approccio adottato da questa ricerca ha un merito, e’ quello di aver mostrato che "la tragedia greca si pone come una potenziale forma di resistenza culturale contro la compulsione materiale del capitalismo".

    Questo e’ il cuore "radicale" e provocatorio di questo libro, capace di mettere in evidenza il richiamo contro la guerra dei tragici greci e porlo in relazione con il mondo di oggi. Una lettura del tutto innovativa della tragedia greca, che ne attualizza il messaggio in maniera drammatica rendendolo vicino a ciascuno di noi.

    Il libro nasce dall’ambiente accademico dell’Universita’ di Stanford in California, dove il professor Rehm insegna Drama and Classics. Inoltre, per comprendere meglio l'ampiezza dei suoi interessi, ricordiamo che Rehm e' un esponente del movimento pacifista americano fin da quando era studente alla fine degli anni Sessanta, ed ogni anno a Stanford tiene anche un corso interamente dedicato all’analisi della visione politica di Noam Chomsky, di cui condivide entusiasticamente le idee.

    Il libro e’ parte della prestigiosa serie "Classical Inter/Faces", dedicata ad argomenti e idee tratte dal mondo classico che siano di particolare interesse per il mondo contemporaneo.

    Peacelink ringrazia calorosamente Rush Rehm per avere offerto l’opportunita’ di presentare in anteprima assoluta per l’Italia estratti significativi del suo libro.

    (Traduzione e note sull’autore a cura di Paola Merciai per Peacelink)


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