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    Dai libri di storia ai pozzi di petrolio

    Un altro soldato italiano muore per le virtù di Maximilien Bush

    "Per fondare e per consolidare la democrazia fra di noi bisogna condure a termine la guerra delle libertà contro la tirannia", diceva Maximilien Robespierre. Il concetto è stato ripreso da Bush nel suo discorso di insediamento. A farne le spese è stato Simone Cola, militare italiano a Nassiriya.
    21 gennaio 2005 - Alessandro Marescotti

    bush


    "La democrazia è uno Stato in cui il popolo sovrano, guidato da leggi che sono il frutto della sua opera, fa da se stesso tutto ciò che può far bene, e per mezzo dei suoi delegati tutto ciò che non può fare da se stesso. Ma, per fondare e per consolidare la democrazia fra di noi, per poter giungere al regno pacifico delle leggi costituzionali, bisogna condure a termine la guerra delle libertà contro la tirannia".

    Mentre leggevo ai miei studenti queste parole di Maximilien Robespierre, avevo sul tavolo il Corriere della Sera in cui campeggiava il titolo con le parole di George Bush: "Libereremo il mondo dai tiranni". Un discorso di insediamento, il suo, in cui ha fatto esplicito riferimento alla tirannia dell'Iran, nazione troppo piena di petrolio per non aspirare a diventare democratica. "Porteremo la libertà ovunque", ha detto Bush.

    Sui banchi, di fronte ai miei ragazzi, campeggiava l'immagine di Robespierre e dal libro scandivo le sue parole: "Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di Rivoluzione è la virtù e il Terrore". Il ghostwriter di Bush - ossia l'omino nascosto che scrive i discorsi per un presidente strappato all'alcol - prima di scrivere i discorsi del Presidente ha studiato a fondo i discorsi dei grandi della storia e di certo avrà letto quelli di Robespierre che voleva portare libertà e democrazia togliendo di mezzo i nemici della libertà e della democrazia. Robespierre asseriva che il Terrore è "una emanazione della virtù" e spesso Bush ricorre alla giustificazione della Guerra presentandola come una necessaria emanazione della virtù, come una stampella senza la quale la virtù cadrebbe nella polvere.

    La virtù di Bush non si identifica certo nella guerra: egli si serve accidentalmente della guerra per attuare la virtù. E' l'irresistibile fascino degli ideali che si trascina dietro, purtroppo, il sangue. Del resto chi ha letto i discorsi di Robespierre sa che il Terrore non era presentato come fine a se stesso ma era posto al servizio della virtù (quella "virtù senza la quale il terrore è cosa funesta", annotava il leader giacobino) e di converso diceva che senza il Terrore "la virtù è impotente". "Il Terrore - parole di Robespierre - non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque un'emanazione della virtù".

    Se così stanno le cose, non è difficile provare un minimo di indulgenza per un giacobino pentito come Adriano Sofri, già così incline a chiudere un occhio sulle guerre di Bush, anzi di Maximilien Bush.
    Sì, perché di questo si tratta oggi, ossia di retorica "alla Maximilen" calata sull'attualità.

    L'illusione di Maximilien Robespierre non sembra morire ma riciclarsi nella propaganda neoconservatrice con tutto il suo fascino perverso attuale.
    La virtù del Terrore oggi è custodita nelle stive delle portaerei. Il Terrore della virtù si palesa sui volti e sui corpi inanimati delle vittime della guerra.

    Di certo ci sono delle enormi differenza fra Robespierre e Bush, se non altro perché Robespierre è inciampato nelle sue stesse "virtù" mentre Bush le esporta all'estero e ci fa inciampare gli altri.

    E mentre i miei studenti ripassavano la storia, un altro militare italiano moriva in Iraq.

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