L'Euro e la Grecia: Nessun dorma sonni tranquilli
Se ciò dovesse veramente accadere i contraccolpi sulla stabilità della zona euro sarebbero inevitabili. La speculazione internazionale, guidata dai fondi speculativi americani, che con ogni probabilità hanno montato di comune accordo un attacco contro la moneta unica, si scatenerebbe alla caccia del prossimo paese da mettere alle corde. Il Portogallo, la Spagna e non ultima anche l’Italia, non potrebbero dormire sonni tranquilli. Al di là di ciò, sarebbe l’intera costruzione monetaria comune che rischierebbe di saltare per aria.
Gli economisti e i commentatori più avvertiti sapevano che alla lunga una moneta senza stato non può esistere. Qualcuno si chiedeva quanto sarebbe durato il lungo termine, in cui ciò poteva avvenire. La speculazione internazionale si è incaricata di rispondere: il lungo termine scade oggi. Come ha ribadito di recente Paul De Grauwe, senza passi avanti sulla strada dell’unione fiscale e dell’unione politica la zona Euro è destinata a dissolversi. Il problema è naturalmente che le condizioni per questi avanzamenti di carattere istituzionale non sono mature e che quindi l’Euro è destinato a rimanere permanentemente fragile.
Lo dimostra la schizofrenia dei politici tedeschi, che da una parte sanno che devono intervenire, non solo per salvaguardare la zona euro, ma anche per evitare che le loro banche, il cui portafoglio è gonfio di titolo greci, si trovino a loro volta sull’orlo del fallimento, ma dall’altra non osano affrontare, con il salvataggio finanziato anche dai loro cittadini, l’ira dei loro elettori che sono stufi di fare sacrifici e di pagare il conto per tutti gli altri.
A questa situazione si è quindi arrivati un po’ per l’incoscienza dei governi greci, che hanno continuato a vivere al di sopra dei propri mezzi, aggiungendo al danno la beffa dei conti pubblici sistematicamente falsificati, e un po’ per la mancanza di volontà politica degli Stati europei partecipanti all’area dell’euro.
A proposito della Grecia bisogna però anche aggiungere che i sacrifici che la attendono (tagli alla spesa pubblica, riduzione dei salari dei funzionari e così via) sono superiori alle sue forze. La riduzione della spesa comporterà senz’altro una caduta del reddito, l’aumento della disoccupazione, e fenomeni diffusi di deflazione: la peggiore catastrofe che possa capitare a un paese.
Quanto alla Germania, è anche possibile che dopo le elezioni regionali del 9 maggio nella Renania-Westfalia la Merckel e il ministro che ha invitato i greci a fare i compiti di casa diventino più malleabili, dando il via libera all’intervento tedesco all’ultimo momento.
Se ciò dovesse finalmente avvenire, rimarrebbe sul campo la necessità di correggere gli errori che hanno portato al quasi fallimento della Grecia. Intanto, nell’immediato bisognerebbe rafforzare i poteri di controllo di Eurostat, l’ufficio statistico dell’unione, per evitare altri casi di conti pubblici falsificati. Ma poi, e soprattutto, bisognerebbe affrontare i problemi di fondo. Minacciare di espulsione dalla zona euro dei paesi che non stanno al gioco europeo, come vorrebbero fare alcuni politici tedeschi, rischia di non bastare. Anche il Patto di stabilità prevedeva delle sanzioni per i paesi che avevano un deficit superiore al 3 per cento del PIL, ma le sanzioni non furono mai applicate. L’alternativa, allora, sarà di intervenire sui meccanismi di fondo dell’unione monetaria, cominciando col decidere in comune i disavanzi (o gli avanzi) dei vari paesi. Questo sì che sarebbe un progresso decisivo.





