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Il seminarista di Caacupè

La vita nelle campagne del Paraguay. La testimonianza di un giovane seminarista testardo e cosciente dell' importanza della cultura.
5 giugno 2006 - stefano battain

Il seminarista di Caacupè.

Domenica 14 maggio, festa della mamma. Simon osserva la contraddittoria Asunçion con i suoi vecchi negozietti polverosi e le luccicanti sedi delle multinazionali dal finestrino dello sferragliante autobus che lo sta portando verso la sua casa natale nel dipartimento di Caazapà, nel sud del Paraguay. Lo aspettano la mamma, il papà, gli 8 fratelli e le 3 sorelle che sono tornati tutti a casa in occasione di questa festa molto sentita in Paraguay. Simon è un seminarista e vive in un seminario nella periferia di ad Asunçion, torna a casa solo 4-5 volte all’ anno. Solo 3 ore di viaggio per un costo di 10-12 euro ma a volte mancano i soldi. Mi racconta che era molto più magro prima di entrare in seminario perché quando viveva con la sua famiglia non c’era mai molto cibo sulla loro tavola, anche il lavoro che svolge in seminario gli sembra un sogno: pulisce il ricovero per anziani, taglia l’erba e coltiva l’ orto della parrocchia ma è molto leggero rispetto alle fatiche a cui era abituato in campagna.
La sua famiglia possiede due campi dove si coltivano molti tipi di prodotti diversi: molto cotone, arance, limoni, mandarini, manioca, ananas, cocco e molto altro. Una parte viene consumata per alimentare le 14 bocche affamate, il resto viene venduto ma i margini di guadagno che questi coltivatori diretti riescono a realizzare sono addirittura insufficienti per le già modeste esigenze di questa umile gente di campagna. La mancanza di vie di comunicazione e di canali per la commercializzazione dei prodotti non da via di scampo a questi contadini che devono vendere al monopolista locale, spesso a prezzi letteralmente da fame, piuttosto che vedere marcire i frutti del proprio lavoro.
La più piccola delle sorelle ora ha 16 anni, il più vecchio ha superato i 30. I suoi occhi da indio guaranì sorridono quando mi fa notare che in pratica i suoi genitori hanno avuto quasi un figlio all’ anno, per la precisione 12 in 15 anni, sorride ancora di più quando mi dice tranquillamente che suo padre ha anche 4 figli al di fuori del matrimonio.
Dice che ora stanno abbastanza bene ma ci sono stati tempi molto difficili nel passato della sua grande famiglia. Nel 1998 bruciò la casa con tutto ciò che conteneva: mobili, vestiti, utensili, documenti personali, tutto distrutto. La casa era completamente in legno, come del resto tutte le case dei campesinos paraguaiani. I vicini portarono immediatamente beni alimentari di prima necessità come pasta, farina, sale, frutta e verdura ma loro non avevano nemmeno la padella per cucinarli. Hanno dovuto lentamente ricominciare da zero, nel vero senso della parola. Anche perché in situazioni di povertà così estrema anche le famiglie del vicinato non erano nelle condizioni materiali ed economiche per poter contribuire più di tanto alla ricostruzione. Simon dice che al momento, dopo 8 anni non hanno ancora recuperato tutto, la loro situazione economica era migliore prima dell’ incendio che adesso.
Nel 1998 nella sua casa non era ancora arrivata la corrente elettrica, l’ incendio venne scatenato dal gas fuoriuscito da un lampada utilizzata per l’illuminazione. La sorella più piccola, che aveva 8 anni e una cugina erano sole in casa mentre i genitori si trovavano nei campi a lavorare con i fratelli più grandi. Le bambine corsero immediatamente a chiamare i genitori ma quando arrivarono era già troppo tardi per poter fare qualcosa La casa era stata cancellata dalle fiamme, era rimasta in piedi solamente la stalla, infatti la prima notte dopo l’incendio dormirono tutti lì insieme a capre, pecore, vitelli, mucche, maiali, galli e galline. Lui in particolare dormì con una gallina sul petto. Nelle notti successive furono ospitati dai vicini e lentamente ricominciarono a ricostruire la nuova casa che è una costruzione in legno lunga 12 metri e larga 5 , all’incirca 60 metri quadrati. Uno spazio assai ridotto per una famiglia di 14 persone.
Quell’ anno Simon doveva frequentare la sesta classe ( in Paraguay la scuola primaria dura 8 anni seguiti da 3 di scuola superiore, chiamata collegio) ma il padre disse che in quel momento non potevano permettersi di mantenerlo agli studi, avevano bisogno delle sue braccia per lavorare e soprattutto non avevano il denaro per pagare le spese scolastiche. Ma il nostro tenace amico non voleva assolutamente perdere un intero anno di scuola per un banale incendio dovuto alla solita sfortuna dei poveri. Parlò con la direttrice dell’ istituto e la convinse ad accettarlo a scuola senza pagare le tasse e la divisa per l’educazione fisica. Per tutto l’anno andò a scuola a piedi invece che in autobus, per risparmiare i soldi del biglietto, 12 chilometri andata, 12 al ritorno, praticamente mezza maratona al giorno. La sua giornata tipo prevedeva: sveglia all’ alba, verso le 4.30-5, lavorava nei campi fino alle 10-10.30 poi si lavava e si preparava per la scuola, alle 11 e mezza partiva per andare a frequentare le lezioni che cominciavano alle 12.30. Nelle campagne gli orari scolastici si adattano ai ritmi di vita dei contadini che al mattino devono lavorare nei campi, in città invece ci sono vari turni, dalla mattina alle 7 fino alla sera alle 22,in base alle esigenze delle singole famiglie. Le lezioni terminavano alle 17.30 e poi via verso casa a piedi. Il nostro maratoneta faceva ritorno a casa verso le 7 di sera, cenava, poco, perché ha detto nell’ anno che seguì l ‘incendio non c’era molto da mangiare, cercava di studiare un po’ e poi andava a letto.
Mi incanta quando inizia ad elogiare l’importanza della cultura e dello studio e mi parla di tutti i sacrifici che hanno fatto i suoi genitori per mandare a scuola lui e i suoi fratelli. Non sono sacrifici fatti invano, dice lui, perché servono per avere un futuro migliore, una vita migliore di quella che hanno avuto i suoi genitori, continua: “ molti nelle campagne non la pensano così, pensano a guadagnare subito soldi, a stare bene economicamente il prima possibile e basta. Invece i miei mi hanno mandato a scuola e li ringrazio infinitamente per quello che hanno fatto”. I suoi occhi esprimono una sincera e profonda gratitudine, brillano di una grande energia e felicità interiore, anche i miei brillano un po’ ma per un altro motivo.

Note:

Blog: www.francescogalvani.eu/stefanobattain

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