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Risposte locali alla crisi globale... il collettivo "Surastilla" del quartiere Magnano, Rosario (Argentina)

Intervista a Luciano Fabbri, membro del collettivo.
16 gennaio 2009 - Marco Coscione

Il Colectivo di militanza populare autonoma “Surastilla” nacque alla metà del 2007, nel quartiere Magnano della città di Rosario, un quartiere povero, con un altissimo tasso di disoccupazione e dove le persone a stento ce la fanno a campare. Provenienti dall’educazione popolare e dalla militanza universitaria, un gruppo di giovani cominciò ad incontrarsi, per conoscersi, per interiorizzare le problematiche della società nella quale vivono, per riflettere sulle possibili soluzioni ai momenti di crisi e per cominciare a costruire dal basso un panorama diffente. Luciano Fabbri è uno dei giovani che partecipa attivamente alle attività del collettivo. Per mettervi in contatto con loro potete scrivere una mail a: surastilla@gmail.com

Oggi giorno, quando penso all’Argentina, la prima cosa che mi viene in mente sono le immagini della crisi del 2001-2002, e le grida del “Que se vayan todos”. Tu come hai vissuto quegli anni?

Sono stati anni che ci hanno segnato. Il nostro collettivo non esisteva ancora, ma in un certo modo tutti i suoi membri ricordano ed hanno interiorizzato perfettamente tutto ciò che è accaduto durante quelle tremende fasi. Ed io cominciai proprio in quegli anni a mettermi in politica... alcuni mesi prima dei fatti del dicembre 2001.
All’Università cominciò un forte processo di resistenza ai vari tentativi di tagli del bilancio ed all’avanzamento della neoliberalizzazione dell’educazione. In questo scenario ho cominciato a partecipare alle assemblee studentesche, alle manifestazioni, alle occupazioni che già allora stavano segnando un certo allontanamento dalle forme più tradizionali d’intendere la pratica politica. Alcuni di noi con più chiarezza e consapevolezza, altri più intuitivamente, ma tutti cominciammo a porre in questione la logica della rappresentazione, l’istituzionalizzazione dei conflitti, l’organizzazione burocratica, dirigista e volontariamente illustre.

E quindi cominciare a riprendere dal basso il vero senso della politica…

Esattamente… molti di noi cominciarono a ripensare la necessità di guardare le cose in un altro modo, di riprendere la politica nelle nostre mani e smettere di delegare a qualcun’altro le nostre necessità o le risposte alla crisi. Cercare risposte collettive alla crisi, ai problemi comuni fu la nostra via d’uscita, fu il modo di ripensare il ruolo che dobbiamo giocare nella società.
Per la nostra generazione, cresciuta in “democrazia”, la politica era cosa da professionisti. Quando finì la dittatura ci volevano convincere che non c’era più bisogno di organizzarsi. Ma non era affatto così. L’esperienza dell’autoorganizzazione che abbiamo vissuto all’università durante il 2001 e le mobilitazioni spontanee che segnarono i fatti di dicembre fecero parte dello stesso processo di rottura. Ma poi si tornò ancora una volta alla “normalità”.

Como si tornò a questo stato di normalità?

Sicuramente influirono molti fattori, ma soprattutto la brutale repressione del 26 di luglio del 2002 con centinaia di feriti e due compagni assassinati e poi anticipare le elezione presidenziali, furono le coordinate fondamentali del cambiamento. Tuttavia, il processo di lotta che si aprì non è ancora chiuso, ed è proprio per questo che dobbiamo continuare a costruire.

È proprio in questo senso che nasce il vostro collettivo, alcuni anni dopo, quando ormai la situazione interna aveva migliorato, ma invece si stava perfilando una crisi globale. Che esperienze raccolse il vostro collettivo durante quegli anni? Ed allora, perchè nascere proprio adesso, con quali obiettivi?

Senz’ombra di dubbio, il nostro collettivo, come tanti altri, emerse proprio grazie ai flussi di quelle lotte, perchè si sentì parte di quel processo di ricerca e d’interrogazione. Noi abbiamo visto nell’assemblea la forma locale d’organizzazione democratica più adeguata e che meglio poneva in questione le gerarchie e le logiche oggi imperanti. Così ci siamo organizzati autonomamente, indipendenti dai partiti, dallo Stato, dalle Chiese, dai sindacati e cominciammo a costruire dal basso le nostre posizioni politiche, in maniera collettiva scommettendo sulle possibilità che ognuno di noi poteva mettere a disposizione degli altri per uscire da questo baratro dove ci hanno lasciato precipitare le alte sfere.
I motivi che hanno obbligato la gente a scendere in piazza solo molti. Ma siamo sicuri che in quei giorni si sentiva la stanchezza per l’impunità e l’abuso, ed anche la necessità di cercare finalmente un cambiamento sociale ricorrendo alle nostre forze ed alla nostra creatività. Surastilla fa parte proprio di questa ricerca.

Perchè il nome “Surastilla”?

Viene da un gioco di parole: le “astillas”, sono le schegge di legno che si staccano dai pavimenti e ti pungono, ti penetrano nel piede quando meno te lo aspetti. T’inchiodano e sempre lo fanno dal basso, dal piede, rievocando quindi il “Sur” (il “Sud”), la nostra America Latina, la nostra storia di lotta quotidiana. A volte sono quasi impercettibili, difficili da vedere, ma poi danno fastidio e sono difficili da togliere. Resistono, sempre dal basso e poco a poco t’infettano; chi pretende passare loro in cima ne subirà le conseguenze.

Quali attività specifiche porta avanti il collettivo nel quartiere?

La nostra attività principale è l’educazione popolare, basata su una pedagogia elaborata con un sentimento emancipatore e liberatorio, che punta a riconoscere il sapere popolare e le prassi degli esclusi per costruire con loro un’analisi critica della realtà e riconoscerci come soggetti imprescindibili per il processo di trasformazione. La sfida è costruire potere popolare, attraverso il quale il popolo possa recuperare la fiducia in se stesso, nel suo diritto e nelle sue capacità per decidere il proprio destino, autonomamente.
Questi obbiettivi sono lavorati in diversi spazi e seminari a volte con decine di compagni se sono incontri più generali o in piccoli gruppi più specifici relativi a certi temi come possono essere la salute, l’educazione, il pronto soccorso, la musica, la cultura, ecc.
Sottolineiamo la necessità di organizzarsi e lottare, ma con allegria, perché non solamente si tratta di cercare il cambiamento, ma anche di costruirlo giorno per giorno. Le attività possono cambiare a seconda delle necessità del quartiere, ma l’orizzonte è sempre lo stesso: cambiare radicalmente questa società perché tutti e tutte possiamo viverla con la dignità che ci meritiamo.

Come abbiamo visto, le esperienze di quartiere hanno segnato le risposte collettive di fronte alla crisi nazionale. Quali credi che potrebbero essere le risposte dal basso all’attuale crisi mondiale?

Purtroppo noi non abbiamo la risposta a certe domande. In uno qualsiasi di quei comitati delle avanguardie rivoluzionarie ti stamperebbero un programma con le risposte “scientificamente” provate a queste domande, ma queste risposte dovrebbero nascere dal basso. L’attuale crisi mondiale è il frutto di una certa organizzazione di vita, un certo modo di produrre e consumare, ed un certo tipo di relazioni sociali e con la natura.
La sua particolare manifestazione congiunturale la incontriamo nel tema finanziario, ma alla fine questa è solo una delle tante crisi alle quali ci ha abituato il capitalismo.
La cosa peggiore è che le soluzioni proposte vanno nella stessa direzione, nascono e si alimentano dello stesso sistema: ancora benefici per i capitalisti ed un poco più di miseria per i lavoratori o fame per gli ultimi.
Ciò che noi gente “dal basso” dobbiamo fare, con la nostra umile opinione ed esperienza, è continuare a rompere la frammentazione e l’atomizzazione alla quale ci vogliono costringere. Dobbiamo continuare a stringere i nodi con altre realtà sociali e solidali, per unire le lotte. E poi imparare a lasciar stare il dogmatismo ed abbandonare le meschinità politiche che non fanno altro che distanziarci.

L’esplosione dei movimenti sociali in tutto il continente latinoamericano rappresenta un richiamo constante per molti europei affinché nemmeno loro abbandonino le loro lotte. Tu cosa ne pensi? Saremo noi europei più disposti a lottare anche in casa?

Nel mio breve viaggio in Europa, ho conosciuto molte esperienze di lotta degne di nota. Collettivi di disoccupati, di immigrati, di studenti (come per esempio “L’onda” in Italia) ed altri ancora. Sono lotte differenti, chiaro, per i contenuti ed i contesti sociali diversi. Ma idealizzare le lotte latinoamericane è un grosso errore, e volerle copiare un errore ancora maggiore. Il processo di cambiamento sociale, o rivoluzione, può avere in diversi momenti della storia, differenti punti di ebollizione, o luoghi dove ci siano esperienze più avanzate. Ma ogni esperienza deve apprendere dalle precedenti, perché non possiamo iniziare ogni volta da zero. Allo stesso modo, non possiamo andare a comprare ricette qua e là, non conoscendo i contesti, le differenze e le varie realtà concrete.
Ho notato che molti europei si interessano più per le lotte latinoamericane che per quelle che succedono nelle loro università, nei loro quartieri o nei loro posti di lavoro.
Per cambiare la realtà bisogna immergersi in essa; di questo hanno bisogno tutti i cittadini del mondo, non solo gli europei o i latinoamericani.

In che modo collettivi come il vostro ed i nostri qui in Europa potrebbero rafforzare i loro vincoli per costruire una vera alleanza per lo sviluppo? Quali sono i temi centrali più urgenti per la creazione di un’alleanza dal basso dei movimenti sociali e collettivi di tutto il mondo?

Questa è una delle cose della quale sempre parlavo con i miei compagni di viaggio in Europa. Uno degli obbiettivi della nostra “missione” è stato proprio quello di tessere una rete di cooperazione internazionale contando con le associazioni ed i militanti in Europa, costruendo fratellanze per il nostro progetto. Le vostre realtà possono darci molto, ma non crediamo che il vostro appoggio al cambiamento sociale passi per le risorse economiche che possiate mandarci. È lo scambio solidale, il conoscersi reciprocamente, la costruzione di una fiducia su basi solide il contributo essenziale per le nostre attività a queste latitudini. Per noi, gli europei non solo coloro che ci “assistono”, ma sono dei compagni. E ciò che ci fa compagni è sentirsi gemellati nella lotta, impegnati per la stessa causa.
Sebbene, come dicevo prima, le realtà sono distinte, i nemici sono sempre gli stessi. Affrontando il capitalismo, l’imperialismo, il patriarcato ci ricostruiremo. La violazione sistematica dei diritti umani in tutti i loro tipi di manifestazione, è un motivo sufficiente per sentirci uniti ed organizzati. Temi per unirci ne abbiamo tantissimi, manca purtroppo considerare l’unità come una scommessa sincera.
Hanno cercato di dividerci per secoli, ci spezzarono in quanti piccoli pezzettini hanno potuto. Invertire questo processo non sarà facile, ma la cosa buona è che sappiamo che dipenderà da ognuno ed ognuna di noi.

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