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Aumentano i casi di fuga dei repressori di allora

Argentina: fu la Cia a torturare i due diplomatici cubani desaparecidos a Buenos Aires

La giustizia argentina ha emesso dei mandati di cattura internazionale per poterli giudicare
19 agosto 2013 - David Lifodi

 

internet I diplomatici cubani Jesús Cejas Arias e Crescencio Nicomedes Galañena, eliminati nel 1976  dalla dittatura militare argentina durante una missione a Buenos Aires, furono torturati dalla Cia. A svelarlo il quotidiano Brasil de Fato, che racconta la storia dei due funzionari cubani inghiottiti nel centro di detenzione della città porteña Automores Orletti, nel barrio Floresta.

I responsabili della desaparición di Jesús Cejas Arias e Crescencio Nicomedes Galañena sono due veterani delle attività terroristiche condotte dalla Cia contro Cuba: Guillermo Novo Sampol, cubano-americano, e Michael Townley, che allora operava in Cile per conto della Dina, la polizia politica pinochettista. In una dichiarazione rilasciata alla giudice María Romilda Servini de Cubría, Michael Townley ha ammesso di aver partecipato, in qualità di autore materiale, anche all’assassinio dell’ex capo dell’esercito cileno Carlos Prats, avvenuto nel 1974 a Buenos Aires. Servini de Cubría si era recata negli Stati Uniti nel 1999 per interrogare l’agente della Cia sull’omicidio del generale cileno, ma su Townley pende anche l’accusa di aver partecipato all’attentato che, nel 1976, uccise Orlando Letelier, ministro della Difesa di Salvador Allende in esilio a Washington. Jesús Cejas Arias e Crescencio Nicomedes Galañena furono rapiti dai militari argentini il 9 agosto 1976 nei pressi dell’ambasciata cubana di Buenos Aires, da cui erano usciti poco prima. Per dissimulare il rapimento, i due furono fatti passare dal regime argentino come dei disertori che avevano abbandonato gli ideali della rivoluzione cubana e che desideravano non essere più cercati. In realtà, i funzionari cubani erano già stati uccisi, come emerso dalle analisi degli antropologi forensi argentini. Oggi Townley e Novo Sampol vivono negli Stati Uniti, e il primo, seppur condannato per l’attentato a Letelier, ha stretto un accordo con la giustizia Usa in base al quale, paradossalmente, gode di una protezione dovuta al suo ruolo di testimone per i crimini contro l’umanità commessi dal Cile pinochettista, molti di quali orchestrati da lui stesso in persona. I principali responsabili del centro clandestino Automotores Orletti sono stati condannati dalla giustizia argentina nel marzo 2011: a Eduardo Rodolfo Cabanillas, ex generale dell’esercito, è stato comminato l’ergastolo, gli ex agenti dell’intelligence Eduardo Alfredo Ruffo e Honorio Martínez Ruiz sono stati sanzionati con venti anni di prigione, mentre Raúl Guglielminetti, collaboratore dell’esercito, ha iniziato a scontare 20 anni di carcere. In generale, la giustizia argentina negli ultimi anni ha compiuto dei passi da gigante nel giudicare i repressori della giunta militare che governò il paese dal 24 marzo 1976 al 1983, ma non immaginava di dover fare i conti con la fuga degli aguzzini di allora, convinti di essere onnipotenti e al di sopra delle leggi, ma costretti adesso a sotterfugi poco onorevoli pur di sottrarsi ai tribunali che attendono di giudicarli. A fronte degli 853 detenuti, tra condannati e processati (di cui la maggior parte si trova in carcere) per violazioni dei diritti umani all’epoca della dittatura, c’è circa un 36% di loro che, sfruttando gli arresti domiciliari o le visite negli ospedali per motivi di salute (supposti o reali che siano), ha cercato di sfuggire alla giustizia. La denuncia arriva dalla ricercatrice del Centro de Estudios Legales y Sociales Lorena Balardini, che evidenzia un aumento preoccupante dei tentativi di fuga dei repressori negli ultimi due anni. L’ultimo caso del genere è avvenuto lo scorso 25 luglio, quando Jorge Olivera e Gustavo de Marchi, condannati rispettivamente all’ergastolo e a 25 anni di carcere, hanno chiesto di essere trasferiti dalla struttura penitenziaria della provincia di San Juan all’ospedale militare Cosme Argerich di Buenos Aires per delle presunte visite di carattere neurologico: non si trattava di un ospedale qualsiasi poiché proprio lì lavora, in qualità di psicologa, la moglie di Jorge Olivera, Marta Ravasi, che aveva presentato la richiesta per la visita al tribunale di San Juan. Fatto sta che i due detenuti sono riusciti a far perdere le loro tracce, e questo ha convinto la giustizia argentina e il governo di Cristina Fernández a sospendere tutti i trasferimenti dei militari coinvolti nelle violazioni dei diritti umani per visite mediche e a rivedere il protocollo relativo alle condizioni di salute degli imputati. I detenuti non saranno più condotti in ospedali delle Forze Armate, ma nei centri sanitari degli istituti penitenziari. Inoltre, i trasferimenti avverranno solo in relazione ai sintomi realmente accertati degli imputati e non sulla base di una loro semplice richiesta come accaduto finora. Del resto, per porre rimedio a questa situazione, il Ministero della Giustizia aveva già varato il Programa Nacional de Coordinación para la Búsqueda de Personas Ordenada por la Justicia: sono ben 52 i responsabili per delitti di lesa umanità scomparsi nel nulla e per i quali si offre una ricompensa. Il caso più difficile riguarda Jorge Vildoza, uno dei capi dell’Esma (Escuela de Mecánica de la Armada), tra i peggiori centri di detenzione e tortura. Vildoza e la moglie, Ana María Grimaldos, si trasferirono in Svizzera nel 1986 portando con  loro un bambino nato all’Esma e strappato con la forza ad una prigioniera: allora il furto dei neonati, assegnati alle famiglie dei militari dopo che i loro legittimi genitori venivano uccisi in qualità di oppositori politici, era una pratica comune. Due anni dopo la giustizia argentina emanò un mandato di cattura internazionale, così come ha fatto per i casi Olivera e De Marchi, ma i due ricercati sembravano essersi volatilizzati, finché nel 1998 il “figlio” pretese di effettuare il test del Dna e scoprì che il suo vero nome era Javier ed i suoi genitori legittimi Hugo Penino e Cecilia Viñas, entrambi desaparecidos. Ana María Grimaldos fu arrestata un anno fa mentre stava cercando di rientrare in Argentina con un passaporto falso e attualmente è sotto processo per appropriazione indebita di neonati: ha assicurato che Jorge Vildoza è morto, ma la giustizia argentina non le ha mai creduto e sta continuando le sue ricerche.

Il problema principale, sottolinea Lorena Balardini, è che questi torturatori, seppur anziani e in fuga, possono comunque ancora contare su risorse economiche ed una rete di appoggio che li sostiene per accedere ad avvocati, ottenere documenti falsi e muoversi in clandestinità, tutti aspetti di non poco conto che generano inquietudine e preoccupazione tra i parenti dei desaparecidos: il caso di Julio López, la prima persona a sparire dal ritorno alla democrazia dopo che già era stato sequestrato sotto la dittatura militare, ce lo ricorda ogni giorno.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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