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La decisione del subcomandante a seguito dell’omicidio politico di Galeano, maestro dell’escuelita di La Realidad

Chiapas: Marcos smette di esistere, ma il progetto zapatista prosegue

La violenza antizapatista dilaga con la complicità delle istituzioni nazionali, statali e municipali
4 giugno 2014 - David Lifodi

internet Le recenti dichiarazioni del subcomandante Marcos, che hanno annunciato la sua sparizione dalla scena pubblica a seguito dell’omicidio del maestro dell’escuelita zapatista di La Realidad Josè Luis Solís López (familiarmente conosciuto con il soprannome di Galeano) ad opera di un gruppo paramilitare, rappresentano la fine di un’epoca, come hanno scritto e detto intellettuali, giornalisti e militanti vicini all’Ezln, ma di sicuro se ne apre un’altra: l’Esercito zapatista non parlerà più tramite il sub, ma le comunità zapatiste sono in grado di procedere da sole nel loro percorso, come ha fatto capire lo stesso Marcos nel suo ultimo comunicato, Entre la luz y la sombra.

La creazione del personaggio Marcos, spiega il subcomandante, fu una sorta di diversivo in attesa che il progetto di autonomia zapatista prendesse corpo: l’uomo con il passamontagna non lascia per problemi di salute, e nemmeno per dissapori con le basi dell’Ezln, come hanno scritto frettolosamente molti quotidiani mainstream, compresi quelli italiani, che non hanno mai compreso fino in fondo il senso del mandar obedeciendo e quel progetto politico che non è né elettorale né armato e per questo ha creato sconcerto anche all’interno di una certa sinistra rimasta troppo rigida e imbalsamata: il subcomandante metaforicamente muore affinché Galeano viva. È in questo contesto che è stata decisa la desaparición del personaggio che aveva rappresentato finora le comunità zapatiste.  Marcos ha scritto: “Ci siamo resi conto che ormai c’era già una generazione che poteva guardarci, che poteva ascoltarci e parlarci senza bisogno di una guida o leadership, né pretendere sottomissione. Marcos, il personaggio, non era più necessario. La nuova tappa della lotta zapatista era pronta”. In questo contesto, il subcomandante ha evidenziato che, in occasione dell’insurrezione del 1 gennaio 1994, necessaria per mostrare  al Messico desideroso di entrare nel primo mondo (e fiero di aver sottoscritto il Nafta, il trattato di libero commercio) le drammatiche condizioni di vita delle comunità indigene, “lo sguardo si era fermato sull’unico meticcio che videro con un passamontagna, cioè, non vedevano. I nostri capi e cape allora dissero: vedono solo la loro piccolezza, inventiamo qualcuno piccolo come loro, cosicché lo vedano e che attraverso di lui ci vedano”.  Fino ad allora, in Messico, uomini del potere e operatori dell’informazione a loro vicini, ignoravano che esistesse un villaggio denominato La Realidad nella valle di Las Margaritas e, a seguito del levantamiento del 1 gennaio 1994, non riuscivano ad accettare che un piccolo e sperduto paese fosse divenuto il cuore della resistenza zapatista, dove si recavano a centinaia esponenti della società civile, intellettuali e cooperanti, fa notare Hermann Bellinghausen, giornalista storicamente vicino alla lotta degli indigeni chiapanechi. Purtroppo, in pochi hanno sottolineato che, al pari della despedida di Marcos, le comunità zapatiste hanno dovuto elaborare un lutto assai più profondo, quello dell’assassinio di Galeano, avvenuto il 2 maggio per mano dei paramilitari della Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica (Cioac-h): si è trattato di un’aggressione grave come quella della strage di Acteal (nel 1997) e di altri episodi che hanno segnato in maniera drammatica la vita del Chiapas insurgente.In questi anni, anche a livello di controinformazione, l’attenzione sullo zapatismo è venuta meno, o è comunque calata, anche sui mezzi di controinformazione, ma ciò che invece ha proseguito senza sosta è stata la campagna di divisione delle comunità indigene, utilizzata dall’estabilishment governativo come nuova tattica per indebolire i movimenti sociali: in questo contesto si inserisce anche l’opera di frammentazione e, in certi casi, di cooptazione, delle autodefensas del Michoacán, caratterizzata dalla carcerazione immediata per i leader dissidenti. Carlos Fazio, su La Jornada, il quotidiano della sinistra messicana che ha seguito fin dall’inizio il percorso zapatista, ha sottolineato che il Chiapas è sempre stato al centro delle politiche di contrainsurgencia organizzate non solo a Los Pinos (il palazzo presidenziale messicano), ma anche alla Casa Bianca. Il progetto autonomo zapatista, caratterizzatosi come un vero e proprio contropotere autogestito, plurale e con la democrazia partecipativa al centro tramite le giunte di buon governo e i municipi autonomi, ha sempre rappresentato un “pericolo reale” per le corporations transnazionali del settore agroalimentare, farmaceutico, minerario, petrolifero e dello (pseudo)ecoturismo. In questo senso si inserisce il paramilitarismo di stato, quello che ha ucciso Galeano ed è stato liquidato dal governo come un fatto derivante da una disputa tra comunità indigene in lotta tra loro. In queste circostanze emerge apertamente anche il razzismo dei governi locali, che parlano di scontri tra indios attribuendo loro, implicitamente, la patente di violenti. Le manovre per dividere le comunità sono spiegate molto bene nel sempre lucido e puntuale Mininotiziario America Latina dal basso, di Aldo Zanchetta, e da Peter Rosset su La Jornada. Si utilizzano dispute locali, ad esempio la regolarizzazione della proprietà della terra, oppure contrasti religiosi o politici che nemmeno hanno necessariamente attinenza con lo zapatismo, per foraggiare gruppi contadini in chiave anti-indigena come la Cioac-h che, a dispetto del nome, agisce secondo le modalità tipiche del paramilitarismo. L’esempio di Rosset, esperto statunitense di tematiche rurali, è significativo: “La contrainsurgencia in Chiapas utilizza i conflitti locali come parte centrale della propria strategia. I problemi locali preesistenti sono gli alberi, la politica contrainsurgente è il bosco. Si devono vedere le due cose simultaneamente. L’importante è capire e non dimenticare che il bosco è costituito dall’insieme degli alberi”. L’attacco dei paramilitari a La Realidad, base storica del levantamiento zapatista e del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno, non solo è stato utile al sistema per far fuori Galeano, ma ha rappresentato qualcosa di più: è come se lo Stato avesse definitivamente abdicato al suo compito di protezione dei cittadini, anzi, addirittura ha partecipato ad un’aggressione premeditata contro di loro, riflette Gustavo Esteva, un altro intellettuale di primo piano da sempre vicino alla causa dell’Ezln. Lo stesso Esteva definisce l’uccisione del maestro Galeano un crimine di stato e chiama all’azione: “La pazienza è finita ed è il momento di agire”. Josè Luis Solís López era zapatista fin da prima dell’insurrezione indigena del 1 gennaio 1994, ha scritto un’altra giornalista militante, Gloria Muñoz Ramírez, che ha evidenziato come l’aggressione a Galeano e ai suoi compagni è stata condotta non solo dai paramilitari, ma anche dal Pvem (il Partido Verde Ecologista) e dal Pan (il Partido Acción Nacional): contro di loro si è verificata una vera e propria imboscata a colpi di pistola e di bastonate. Anche la presenza dei partiti non è casuale. Il governo statale del Chiapas, al pari di quello municipale di Las Margaritas, è il mandante morale dell’assassinio di Galeano: in entrambi governano uomini del Partido Verde Ecologista, alleato con il Partido Revolucionario Institucional (Pri) a livello nazionale. L’aggressione della squadraccia non è fermata qui: è stata distrutta anche la clinica comunitaria, oltre ad  alcuni veicoli delle basi d’appoggio dell’Ezln, e sono rimaste ferite quindici persone. Nell’ultimo anno gli attacchi contro gli zapatisti si sono moltiplicati, così come gli episodi di violenza di cui si sono rese protagoniste alcune organizzazioni pseudo contadine. La stessa Cioac-h è frutto di una scissione dalla corrente denominata “democratica” ed è legata proprio al Partido Verde.

Il personaggio di Marcos, che lo stesso subcomandante ha descritto come “una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso…, la saggezza indigena che sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni, i mezzi di comunicazione” non esisterà più, ma ciò che non muore, nonostante tutto è il progetto di autonomia della resistenza zapatista, a partire dall’autoeducazione delle escuelitas: il nuovo modo di fare politica degli zapatisti proseguirà a sfidare l’impero.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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