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Recensione al libro di Ilka Oliva Corado (Edizioni Arcoiris, 2017)

Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona

25 luglio 2017 - David Lifodi

internet

Quando Ilka Oliva Corado attraversa la frontiera che separa il Messico dagli Stati uniti non ha nemmeno il tempo per tirare il fiato. La sua è una lotta per la sopravvivenza, per conquistarsi il diritto a vivere in uno stato, gli Usa, che si proclama il più ricco del mondo, ma che si caratterizza per l’esclusione sociale. Nel suo Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona, la giovane donna guatemalteca, che affronta questo viaggio nel 2003, quando ha soltanto 24 anni, è testimone non solo di un cammino irto di pericoli, ma anche del suo essere donna in un contesto di estrema violenza.

Oggi che Ilka vive negli Stati uniti ed è un’ottima giornalista ed autrice di numerosi libri (l’ultimo, Transgredidas, è una raccolta di violenze sulle donne), è riuscita ad elaborare la dolorosa e sofferta esperienza della migrazione, ma c’è voluto del tempo. Nel suo blog, Crónicas de una inquilina, “ci sono capitoli della mia vita in questa catarsi di una migrante indocumentada domestica di professione”. Troppo l’orrore che Ilka Oliva Corado è stata costretta a vivere in prima persona e, al tempo stesso, tante le vite che ha vissuto questa ragazza. Venditrice di gelati nel mercato di Ciudad Peronia, alla periferia di Città del Guatemala, arbitro di calcio, migrante senza documenti nella mani dei coyotes, indomita e ribelle di fronte alle difficoltà del deserto e agli abusi della polizia di frontiera, Ilka nel suo libro non racconta soltanto la sua esperienza di migrante che si deve guardare da vere e proprie battute di caccia della polizia di frontiera, la migra, ma denuncia il sistema che regge la migrazione illegale della frontiera sud degli Stati uniti e la tratta delle persone. Al tempo stesso, l’autrice del libro confessa che per anni, in lei, si è installata la depressione post-frontiera, che l’ha resa una persona malinconica al solo pensare alle migliaia di desaparecidos del deserto, coloro che non ce l’hanno fatta e sono morti di fame, di sete, di stanchezza, oppure sono stati finiti dalla polizia di frontiera o dalle bande criminali.

Il suo viaggio verso gli Stati uniti parte dal suo paese natale, il Guatemala, terra bellissima e straziata da uno dei conflitti armati più lunghi nella storia dell’America latina, dove i maya, oggi come ieri, sono considerati alla stregua degli animali. Ed è proprio così che si sente Ilka quando, dopo essere scesa all’aeroporto di Città del Messico ed aver incontrato la prima di una lunga serie di coyotes che, a seguito di un altro trasferimento aereo la conduce alle porte del deserto, deve fare i conti con la migra ed il razzismo radicato dei suoi agenti. Nel deserto di Sonora-Arizona il valore della vita perde valore. Ognuno pensa solo a se stesso, lo ribadisce più volte sia il coyote che guida il gruppo di Ilka nell’attraversamento del deserto sia quello che la conduce a destinazione nell’Illinois: “Ti consegneremo, ma se qualcosa va male ti uccidiamo”, viene avvertita la donna con una pistola puntata alla tempia. Lo stesso attraversamento della frontiera rappresenta, in un certo senso, un sistema di esclusione naturale, come racconta Ilka descrivendo l’attraversamento del confine: “Centinaia di migranti iniziarono a saltare le recinzioni di filo spinato nel tentativo di arrivare dall’altra parte senza essere intercettati dalle pattuglie di frontiera… la disorganizzazione totale, l’angoscia e la paura trasformarono quei fili spinati in armi bianche che si riempivano di sangue fresco: rimanevano impigliati pezzi di carne, pelle e capelli”.

Anfibia nel deserto, tra cactus che conficcano le spine nella pelle e dirupi, Ilka e i suoi compagni di viaggio cercano di fuggire dalla polizia di frontiera, un’orda di agenti fanatici e razzisti che accusa i migranti di rubare il lavoro ai cittadini statunitensi e al tempo stesso urla loro di avere le spalle coperte nel caso in cui decidano di ammazzare i “rifiuti latinoamericani” che intendano entrare nel loro paese. E poi la caccia vera e propria agli indocumentados, con mazze da baseball, pistole, vetture accalappiacani, aerei ed elicotteri. Ilka, da ex arbitro di calcio, riesce a giocare la sua partita: fermarsi significa soccombere. È la sua determinazione che le permette di salvarsi e, come ha scritto Alessandra Riccio nella post-fazione, “di questa sua condizione di indocumentada Ilka ne fa un vanto. Vivere la condizione di: clandestina, latina, bisessuale, povera, le ha dato una consapevolezza della sua appartenenza ad una parte dell’umanità  che rifiuta il modello di vita imperante  al quale non intende adattarsi e che, anzi, combatte in nome di un altro mondo possibile”.

“Libertà di movimento, libertà senza confini” è ciò che era scritto su un enorme striscione che, nel luglio 2001, apriva le giornate di contestazione al G8 di Genova. Ancora oggi migrare è considerato un reato, nella fortezza Europa come in quegli Stati uniti che pure non andrebbero avanti per molto senza la presenza dei latinos indocumentados. Ilka è una sopravvissuta alla frontiera con buona pace di tutti coloro che intendono innalzare nuovi muri.

Storia di una indocumentada. Attraversamento del deserto di Sonora-Arizona

di Ilka Oliva Corado

Edizioni Arcoiris, 2017

Pagg. 86 

€ 10

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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