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    I cinesi definivano gli europei i "barbari dal grande naso"

    Il terrificante potere dei cannoni

    Quando nel 1517 Fernao Peres gettò l’ancora nel porto di Canton, la prima cosa che fece fu di sparare una salva di cannonate di saluto. Ma, per dirla col professor Chang, «non era mai passato per la testa dei cinesi che un’esibizione di strumenti di guerra potesse essere una dimostrazione di rispetto o un’espressione di cortesia». La gente fu presa dal terrore e i mandarini fecero ampie proteste. I portoghesi bevevano vino rosso ma i cinesi pensavano che bevessero sangue.
    14 dicembre 2003 - Carlo Maria Cipolla
    Fonte: Da: C. M. Cipolla, "Vele e cannoni", Il Mulino, Bologna, 1983

    È certo che in Asia l’artiglieria era nota molto tempo prima dell’arrivo dei portoghesi. È probabile che sino all’inizio del quindicesimo secolo i cannoni cinesi fossero di qualità almeno pari a quella dei cannoni occidentali, se non migliori.
    Tuttavia, nel corso del quindicesimo secolo la tecnologia europea fece notevoli progressi e nel 1498 «l’armamento delle navi lusitane era qualcosa di interamente nuovo e inatteso nei mari dell’India [e della Cina] e diede un immediato vantaggio ai portoghesi. Quando Vasco da Gama arrivò a Calicut l’artiglieria europea era incomparabilmente piú potente di qualsiasi tipo di cannone mai costruito in Asia, e nei testi dell’epoca non è difficile trovare l’eco di quell’insieme di terrore e di sorpresa sollevati dall’artiglieria europea. Un passaggio del Rajavali cosí descrive l’arrivo dei portoghesi a Ceylon: «ed ora accadde che una nave portoghese giungesse a Colombo, e il re venne informato che nel porto erano arrivati uomini molto bianchi e belli che portavano stivali e copricapi di ferro e che non si fermano mai in alcun luogo. Mangiavano una sorta di pietra bianca e bevevano sangue. E se compravano un pesce, davano in cambio due o tre ride d’oro, e inoltre, possedevano cannoni dal rumore simile al tuono e una palla lanciata da uno di essi, dopo aver percorso una lega, potrebbe abbattere un castello di marmo».
    Quando i portoghesi giunsero in Cina, la fama dei loro cannoni li aveva preceduti: forse dal 1511, quando si impadronirono della Malacca, o forse anche prima. Il nome dato ai cannoni portoghesi dai cinesi che li descrissero fu Fo-lang-ki, nome che probabilmente significava «franchi», e Kou Ying-Siang, lo studioso, ammoní che «Fo-lang-ki è il nome di un paese e non di un cannone».
    Quando nel 1517 Fernão Peres gettò l’ancora nel porto di Canton, la prima cosa che fece fu di sparare una salva di cannonate di saluto. Ma, per dirla col professor Chang, «non era mai passato per la testa dei cinesi che un’esibizione di strumenti di guerra potesse essere una dimostrazione di rispetto o un’espressione di cortesia». La gente fu presa dal terrore e i mandarini fecero ampie proteste. Gli spaventosi racconti che essi avevano udito circa i «barbari dal grande naso» e le loro temibili armi erano dunque ampiamente confermati. Alcuni anni dopo il fatto, il censore Ho Ao scriveva: «I Fo-lang-ki sono molto forti e creduli. Le loro armi sono superiori a quelle degli altri stranieri. Alcuni anni fa giunsero improvvisamente nella città di Canton e il rumore dei loro cannoni fece tremare il suolo». E il mandarino Wang-Hong commentava: «I Fo-lang-ki sono estremamente pericolosi a causa della loro artiglieria e delle loro navi. [...] Nessuna arma costruita dall’antichità storica in poi può competetere coi loro cannoni».
    Il rombo dell’artiglieria europea recò ai cinesi, indiani e giapponesi l’incubo di gente strana e violenta, che comparsa inaspettatamente sotto la protezione e con la minaccia di armi terribili veniva a interferire nella lor vita. Come trattare i «diavoli stranieri»? Combatterli o ignorarli? Imitare e adottare le loro tecniche e rinunciare alle abitudini e alle tradizioni locali o troncare ogni rapporto con loro e cercare rifugio in un sogno di isolamento? Essere o non essere? L’ombra di un dubbio amletico cominciò a permeare l’anima dell’Asia – un dubbio che doveva assillare questo continente per secoli, un dilemma che era tragicamente insolubile perché entrambe le soluzioni implicavano la resa e la sola alternativa alla resa era la morte.

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