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    Fede e potere: da Josef Mayr-Nusser a noi

    16 marzo 2010 - Enrico Peyretti
    Fonte: Convegno promosso dal Centro Pace di Bolzano nell'anniversario della morte di Josef Mayr-Nusser - 16 marzo 2010


    Fede e potere: da Josef Mayr-Nusser a noi
    Bolzano 20 febbraio 2010

     

    * No all’idolatria
    Fede in Dio e testimonianza di fronte all’idolatria: fu questo il motivo preciso del NO di Josef Mayr-Nusser. Fu il rifiuto di un idolo, di Hitler usurpatore del più alto riferimento, perché aveva utilizzato e distrutto il riferimento a Dio, facendosi lui stesso riferimento ultimo e assoluto.
    A questo potere violento e distruttivo disse No la coscienza umana e cristiana di questo giovane padre di famiglia, semplice ma colto e illuminato.
    Fu un rifiuto della violenza senza opporre altra violenza, ma opponendo una forza più forte.
    Mayr-Nusser rientra nella storia troppo ignorata della nonviolenza attiva, che è fede nella “forza della verità” più che astensione dalla violenza. Di fronte al massimo caso di violenza, quale fu il nazismo, la nonviolenza ha dato prova di valere e funzionare, come si va scoprendo. Il caso di Mayr-Nusser è uno dei molti che la storia sta scoprendo e valorizzando. Egli è una vera gloria di queste valli, che amo vedere come un ponte, più che un confine.
    La resistenza spirituale morale interiore, nei casi come questo, fu la massima difesa dalla violenza e una forte alternativa alla violenza-anti-violenza.
    Non era facile: molti credettero e cedettero al nazismo, per varie ragioni (nazionali, di riscatto da umiliazioni, per gli errori di Versailles, ragioni economiche, fascino della forza, …).
    Ma anche molti seppero giudicare e resistere.

    * Il problema è di sempre, anche di oggi
    Il filosofo Giuliano Pontara, in L’Antibarbarie (Ed Gruppo Abele 2006, pp. 29 e 322), individua otto componenti essenziali dell'ideologia nazista, che riscontra tali e quali nel mondo di oggi, alle quali oppone otto antidoti prodotti dal movimento gandhiano, pure presenti oggi, da rafforzare e sviluppare. Credo utile presentare le une e gli altri nella seguente tabella.

    1. la visione del mondo come 1. il mondo come teatro delle
    teatro di una spietata lotta forze costruttive
    per la supremazia
    2. il diritto assoluto del più forte 2. il primato della democrazia, del bene di tutti
    3. lo svincolamento della politica 3. la subordinazione della politica
    da ogni vincolo morale all’etica
    4. l'elitismo (diritto di dominio che una 4. l’umiltà dell’egualitarismo
    élite si attribuisce in quanto “superiore”)
    5. il disprezzo per il debole 5. l’empowerment (rafforzamento morale) dei
    deboli
    6. la glorificazione della violenza 6. la dissacrazione della violenza
    7. il dovere assoluto di obbedienza 7. la responsabilità della disobbedienza
    8. il dogmatismo fanatico 8. il fallibilismo (impegnato, non scettico)

     

     

    * Conoscenza e coscienza
    Per resistere alla violenza occorre conoscenza e coscienza
    1. È un problema di conoscenza, di pensiero, di sapersi svincolare dal “pensiero unico”, dalla superquantità di conoscenza-publicitaria-invasiva, studiata per aggirare la vigilanza, per invadere la solitudine, luogo necessario della riflessione. Dipende dal sapere cercare la verità delle cose, invece di subire le immagini della realtà che ci vengono inflitte.
    2. Ma, di più, è un problema di coscienza, di capacità di distinguere, nella massa di fatti e informazioni, ciò che costruisce umanità e ciò che la avvilisce e demolisce. Satana inganna. Si presenta anche come luce: Lucifero. Si tratta dell’impegno a non rassegnarsi a come vanno le cose, se non vanno secondo giustizia, perché male e violenza non sono un destino fatale.

    * La forza pietrifica le anime
    Se non conosciamo e non riflettiamo in coscienza, siamo ridotti a pietre stupide.

    Simone Weil – La forza [ = violenza] pietrifica le anime
    «Si maneggi la forza o se ne sia feriti, in ogni modo il suo contatto pietrifica e trasforma un uomo in cosa. Merita il nome di bene solo ciò che sfugge a questo contatto. Ma Dio solo sfugge a questo contatto e anche, in parte, quelli tra gli uomini che per amore hanno trasferito e nascosto in lui una parte della loro anima».
    Simone Weil, da La Grecia e le intuizioni precristiane, 1939
    In Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1992, p.130

    La forza (qui nel senso di “violenza”, perché “forza” ha anche un significato positivo e giusto, è un carattere della vita sviluppata) pietrifica le anime. Anche la forza dell’immagine, del prestigio, pietrifica chi si lascia incantare, come la Gorgona Medusa. Il potere si fa dio, un dio tremendo e fulminante, anche seducente, che riduce chi lo guarda a cosa morta, come pietra.
    Infatti, c’è la violenza diretta, materiale, fisica, delle armi. Ma più sottile e incisiva è la violenza strutturale, nelle leggi, nei costumi iniqui, nella discriminazione sociale (a motivo sessuale, razziale, religioso, …). Più profonda e grave di tutte è la violenza culturale, insediata nelle mentalità, nelle singole menti: l’idea che la violenza è la legge della vita. La violenza del potere vuole installarsi nelle menti e nelle mentalità, nelle anime.

    * La forza di rimanere carne e spirito
    Solo chi non si incanta e non si fissa sul fascino della forza violenta, ricca, imperiale, solo chi non si lascia ridurre a inferiore alla potenza dominante, chi non la ammira, non le obbedisce, non la serve, solo uno così non diventa pietra, ma rimane o ritorna ad essere carne, vita, spirito. Solo lui ha una forza interiore superiore alla violenza. Trova questa libertà e questa forza chi ha una riserva di bene, chi getta il cuore oltre le cose, nella speranza oltre lo sperabile, che apre il cerchio del potere pietrificante. Questo oltre, da sempre lo chiamiamo Dio. Possiamo credervi più o meno, ma già la sola ipotesi di Dio spezza l’assoluto potere della violenza: esso non sarebbe più assoluto.
    Nel profeta Ezechiele (36,26) Dio promette: “Toglierò il cuore di pietra dal vostro corpo e vi metterò un cuore di carne. Metterò il mio spirito dentro di voi”.
    La violenza può uccidere testimoni – ha ucciso molti di questi uomini liberi – ma invece di sottometterli e annullarli, ecco che li lancia nella storia, come esempio e impegno e sostegno, come alimento di spiritualità, di vera forza di vita, che resiste all’annullamento.

    * Stupidità
    L’incanto della forza – che sia militare, ideologica, economica, mediatica, spregiudicata – la soggezione interiore alla forza violenta, rende stupidi

    Bonhoeffer: "La stupidità è un difetto che interessa non l'intelletto ma l'umanità di una persona. (...)
    In determinate circostanze gli uomini vengono resi stupidi, ovvero si lasciano rendere tali. (...)
    Sembra essere un problema sociologico piuttosto che un problema psicologico. (...)
    Qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l'istupidimento di una gran parte degli uomini.
    Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica: la potenza dell'uno richiede la stupidità degli altri".
    (Dieci anni dopo, scritto nel Natale 1942, in Resistenza e resa, Ed. Paoline 1988, p. 65).

    Questa stupidità è uno “stupore” mal riposto, sprecato, da riservare per le cose belle, come la meraviglia per ogni “miracolo” della vita. Se non ci lasciamo istupidire, il potente non ha più alcuna potenza, non prende possesso della nostra mente e anima. Guardiamo di non perdere mai lo stupore buono: saper vedere e ammirare il “meraviglioso” della vita, il bene profondo, che è più del male clamoroso: “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nell‘inferno”, cioè di avvilire l’intera persona in una vita abbassata (inferno = infima bassezza), sotto il livello della terra (Mt 10,28)

    * Potere e obbedienza
    Gene Sharp (Politica dell’azione nonviolenta, vol 1, cap. 1, Ed Gruppo Abele) mostra che il potere consiste tutto nell’essere obbedito, per le più diverse ragioni, degne o indegne. Se ho motivi giusti per seguirti, ti riconosco un potere di guida, ti legittimo. Ma se il tuo potere è un abuso per tua utilità, se non è un responsabile uso per tutti, per il bene comune, anzitutto degli ultimi, allora, quando ti devo disobbedire, tu non hai più potere su di me.
    Pilato dice a Gesù: “Non vedi che ho potere di vita e di morte su di te?” Ma Gesù non tace questa volta e replica: “Non avresti alcun potere su di me se non ti fosse dato” (Gv 19, 10-11). Cioè: il potere non è tuo. Passa da te per andare agli altri. Se lo trattieni per tua utilità, sei un ladro. Il potere è “di tutti” (Aldo Capitini, che parla di “onnicrazia”) e deve diventare di tutti. Sono liberatori e distributori del potere le coscienze forti e coraggiose, come Josef Mayr-Nusser, che “dicono la verità al potere” (Gandhi), gli ricordano che cosa non è, e cosa deve essere.

    * Potere di, per, su
    Il potere non è prerogativa del potente, ma è dato in amministrazione fiduciaria, perché sia usato per il bisogno dei poveri, cioè secondo giustizia. Quando il potere pubblico è ingiusto, sorge il vero potere, che è la coscienza, che gli resiste e lo disobbedisce.
    Distinguiamo diversi tipi di potere: 1) il potere di vivere e agire; 2) il potere per il bene di tutti; 3) il potere su altri.
    Il potere di – cioè la possibilità di vivere e sviluppare i talenti della vita - deve essere liberato, difeso e realizzato in tutti.
    Il potere per gli altri è affidato ad alcuni, ma non è di loro proprietà e diritto.
    Il potere su altri, non è giusto (se non transitoriamente, quando c’è una forte disuguaglianza di possibilità, come il potere-servizio che hanno i genitori nel guidare e orientare il bambino, anche con proibizioni per difenderlo da pericoli a lui ignoti, fino a condurlo alla sua autonomia, al suo “potere di”, che è lo scopo).

    * Sopraffazione è debolezza
    Ogni potere-possibilità tende ad espandersi, a sconfinare, a sopraffare. Il di e il per tendono, per la peccabilità umana, a diventare su. Accade questo quando la nostra vita ha paura e vuole assicurarsi con l’accaparrare cose e posizioni. Crediamo che la sicurezza sia tenere sotto controllo gli altri. Ma l’altro reso minore cercherà di rendersi superiore. Così parte la spirale della sopraffazione. Ma la sopraffazione è debolezza. Perciò la coscienza della giustizia, della equi-valenza (uguaglianza di valore), che si oppone alla sopraffazione, per difendere sé insieme agli altri, riporta il potere alla sua giusta misura (cfr il modello “maggiore-minore” in Pat Patfoort, Difendersi senza aggredire. La potenza della nonviolenza, Ed. Gruppo Abele 2006).
    Il potente ha paura, anche se lo nasconde a se stesso. È solo. Ha perso la compagnia umana, perché ha preteso mettersi al di sopra. Può solo comperare dei servi, che domani possono trovare conveniente tradirlo. Diffonde paura, ma anche rabbia e invidia. La potenza ottunde l’intelligenza, dice Kant (in Per la pace perpetua).

    * La giustizia è la misura del potere, della libertà, della legge
    È la giustizia la misura del potere, come è la giustizia la misura e il senso della libertà. Il dovuto a ciascuno, la giustizia dovuta ad ogni altro – rispetto, diritti, dignità, liberazione – è il limite ma anche la realizzazione della mia libertà, della libertà di ognuno. Non sono libero io, se non è libero ogni altro, se non lavoro alla liberazione di chi libero non è.
    La giustizia regola la libertà. Infatti, io posso rinunciare a qualcosa della mia libertà esteriore, e persino devo farlo in qualche caso, ma non posso mai rinunciare ad agire con giustizia. Si può perdere la libertà per la giustizia, ma non la giustizia per la libertà (cfr la testimonianza di Vittorio Foa in Carlo Maria Martini e Gustavo Zagrebelsky, La domanda di giustizia, Einaudi 2003, p. 14). E che cosa ha testimoniato Josef Mayr-Nusser se non questo: donare la propria intera libertà per affermare la pura giustizia?
    La libertà, invece, quando è concepita come liberismo, come “libere volpi fra libere galline”, produce violenza, alla quale va messo argine e va opposta resistenza. Non basta l’argine della separazione – “la mia libertà finisce dove comincia la tua” – perché se la tua libertà non c’è, se tu sei schiavo, la mia libertà non trova mai l’inizio della tua, e sconfina addosso a te. Non basta l’individualismo. Invece, la solidarietà capisce che la mia libertà c’è se c’è anche la tua, io non sono libero se non siamo tutti liberi. Io non sono libero, tu non sei libero, se non c’è giustizia in mezzo a noi (cfr il grande art. 3 della Costituzione italiana)
    C’è anche il detto di Lacordaire, nel 1838: “Tra il debole e il forte è la legge che libera, ed è la libertà che uccide”. Dice una verità. La legge non è un vincolo odioso, è la forza del debole.
    Ricordiamo sempre Lorenzo Milani: dico ai miei ragazzi che essi “dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”.

    * Il forte e il debole
    Quando il forte è Hitler e il debole è Mayr-Nusser, come ogni altro cittadino con coscienza di giustizia, e quando, in questa situazione, la legge è il sopruso del più forte, allora entra in vigore la “legge non scritta” di Antigone, la legge dell’umanità, prima dei legislatori, prima delle maggioranze, cioè la legge di tutta l’umanità per essere umana, avvertita dalle coscienze non stupide, non pietrificate, non servili, non addormentate dalle “armi di distrAzione di massa”.
    Quando Hitler vuole l’obbedienza giurata di Mayr-Nusser, entra in vigore un altro giuramento inviolabile: il giuramento all’umanità offesa delle vittime, alla verità della vita, a ciò che molti chiamano Dio.
    Mayr-Nusser aveva una fede istruita e robusta nella presenza di Dio nella sua vita e in mezzo alle tempeste della storia, come criterio chiaro di verità. Se noi sentiamo di non avere altrettanta chiarezza, sentiamo però che può esserci, di là dalle nebbie di questo tempo disorientato, una Vita che dà vita; può esserci Qualcuno che ci chiama e ci attende al di là dei nostri limiti, cadute, tradimenti; può esserci una Luce che si riflette in ogni pur piccola ma preziosa chiarezza e bellezza della nostra esistenza; non un Dio potenza incombente, neppure una verità quadrata, amministrata da religioni autoritarie; non una signoria alta e lontana, mediata dai sacerdoti del sacro, ma forse semmai la “voce di un silenzio sottile” (profeta biblico Elia, in 1Re 19), la “piccola voce della coscienza” (Gandhi), a cui possiamo ancora dare un ascolto, celata al fondo delle nostre confusioni, aspirazioni, delusioni, a difenderci dalla disperazione. Nessun teorema dimostra quella presenza che chiamiamo Dio, e nessun teorema ne dimostra la non esistenza.

    * Un altro livello
    I resistenti come Mayr-Nusser, nella bufera della dittatura e della guerra, non sono né vincitori in guerra (cioè violenti-anti-violenza, che, per vincere con le armi hanno dovuto imitare il violento), né perdenti, cioè vinti, scartati e espulsi dalla storia. Essi cambiano livello alle vicende: non sono la solita storia, ma fanno storia, danno esperienza di vita, sono un patrimonio per noi.
    Si può discutere se Mayr-Nusser, e quelli come lui, sia un mistico o un politico. C’è una forza politica della morale, della verità, che può essere tatticamente perdente, ma vincente a livello profondo e ampio; nell’immediato schiacciata, ma seme fecondo nel tempo lungo.
    Un mistico, un credente – anche un “diversamente credente”, in qualche valore superiore ai fatti bruti, se non in Dio – può essere un politico? La testimonianza, per molti di questi fino alla morte, di Mayr-Nusser, e di Franz Jägerstätter, Helmuth James von Moltke, Dietrich Bonhoeffer, Max Josef Metzger, Clemens August von Galen, Bernhard Liechtenberg, di padre Kolbe, ecc.; e dei 30.000 disertori dall’esercito nazista di cui 15.000 fucilati, dei giovani della Rosa Bianca, delle donne della Rosenstrasse, e, secondo qualche autore, degli scienziati tedeschi addetti alla costruzione della bomba atomica, che potrebbero avere rallentato il lavoro di ricerca per obiezione di coscienza; queste e altre testimonianze hanno valore politico? Parliamo di valore civile, di umanizzazione, non di competizione per il mestiere del potere.
    Scrive Gabriella Caramore: “La parola profetica deve pronunciarsi sulle sorti dell’intera collettività. Perciò, anche se non parla un linguaggio politico, ha una funzione politica, e sa nominare la libertà e la giustizia” (La fatica della luce, Morcelliana 2008, p. 89). Il gesto e la parola di Josef Mayr-Nusser sono profezia di libertà e giustizia sotto una dittatura disumana, perciò hanno un autentico valore politico, perché contribuiscono all’umanità della politica, in ogni tempo e situazione.

    * Politica e morale
    Si dice, con un certo senso vero, che la politica deve rispondere all’etica dei risultati, dell’efficacia, e non solo delle intenzioni (Max Weber: etica della responsabilità, ed etica dei principi). Ma perché i risultati siano umani, promotori di umanità, occorre anche, insieme alle tante circostanze imprevedibili nell’azione, che i principi e le intenzioni siano umane, morali.
    Che cosa si intende per risultato responsabile? Se è solo la conquista e conservazione del potere, allora abbiamo una politica machiavellica (per Jean-Marie Muller, Machiavelli non fondò la scienza politica, ma la “scienza politica del dispotismo”; Il principio nonviolenza, Pisa University Press 2004, p. 128). Se il risultato vuole essere la vita sociale giusta, allora l’azione politica è guidata da un’etica di giustizia.
    La politica non coincide con la morale delle azioni personali, ma neppure è politica quella che dimentica, trascura e viola principi morali di umanità. Ora, i testimoni come Mayr-Nusser sono anche “politici”, non nel senso tecnico, partitico, ma in quanto “cittadini” che affermano il senso giusto e umano della convivenza, libera dalla violenza, perciò immettono esempi e semi di giustizia nell’azione politica tecnica, che ne ha immenso bisogno.

    * Politica, religione, laicità
    Noi europei diffidiamo del rapporto e dell’influenza della religione sulla politica, perché storicamente conosciamo la religione cristiana come istituzione sociale in competizione o concorso con altre forze sociali, fino alle guerre di religione, alle alleanze trono-altare, allo stato pontificio (che non è scomparso), e ai concordati di reciproco sostegno con gli stati anche dittatoriali.
    Ma se la comunità religiosa contribuisce al lievito morale della società attraverso la coscienza responsabile dei singoli credenti, impegnati per il bene comune, allora l’ispirazione religiosa passa per le vie della povertà e non del potere, e può arrivare, più pura e libera, più rispettosa delle differenti ispirazioni umane, a servire gli altri nella politica. Gandhi e Capitini, altri testimoni di giustizia e pace, come appunto Mayr-Nusser, sono stati spinti alla politica dallo spirito religioso, senza ambizioni di potere, rispettando pienamente la laicità delle istituzioni politiche, hanno fatto veramente buona politica.
    Laicità non significa irreligione, ma affare di tutto il popolo – laòs – e quindi indipendenza da ogni potere ideologico, sia religioso sia antireligioso, che voglia determinare dall’esterno le decisioni correttamente democratiche, nel pluralismo della società, nella ricerca del bene comune.

    * Efficacia dell’azione nonviolenta
    Come si valuta l’efficacia di un’azione? E specialmente si può riconoscere un’efficacia delle lotte nonviolente, delle testimonianze limpide di coscienza, in particolare di fronte ad un potere violento come il nazismo? Ha qualche ragione quella obiezione corrente, per cui la nonviolenza vale qualcosa solo quando l’avversario non è troppo violento?
    Vediamo qualche legge dell’azione, anche nelle situazioni più difficili. «La regola dell’azione non è (…) l’efficacia a ogni costo, ma anzitutto la fecondità» (Merleau-Ponty, Segni, Il Saggiatore, Milano 1967 (originale Gallimard, Paris 1960, p. 102). Vedo alcune altre leggi dell’azione giusta: i risultati si devono preparare, senza pretendere di vederli; la fecondità intrinseca è madre paziente dell’efficacia; qualità indispensabile dell’azione giusta è la continuità, la ininterrotta costanza. Vanno poste le condizioni che possiamo porre, necessarie al risultato, mentre altre non dipendono da noi: non dipende dai naufraghi se una nave passerà così vicina da poterli vedere, ma essi devono levare un panno per essere visibili e venire salvati.
    Jacques Semelin (Senz’armi di fronte a Hitler, Ed. Sonda 1993, pp. 201-209) individua tre tipi di efficacia delle lotte nonviolente contro il nazismo:
    1) un’efficacia diretta. Alcune lotte crearono ostacoli tangibili ai piani dell’avversario: Semelin porta l’esempio del rifiuto del Servizio del lavoro obbligatorio (STO) in Francia, Paesi Bassi e Belgio, il “lavoro al rallentatore” e i sabotaggi tecnici, anche in Italia, che portarono un effettivo calo di produzione.
    Un’altra efficacia diretta si verificò nella protezione di centinaia di migliaia di persone ricercate (ebrei, resistenti, renitenti al lavoro), che rappresentò una considerevole “riduzione del danno” nell’enormità di quella violenza
    2) un’efficacia indiretta la resistenza civile la ottenne con le grandi manifestazioni, o gli scioperi, provocando reazioni psicologiche o politiche sfavorevoli all’occupante e rafforzando la coesione e il “morale” delle popolazioni occupate. «La resistenza civile è precisamente il mezzo privilegiato per allargare l’abisso tra la dominazione come stato di fatto e la sottomissione come disposizione di spirito. Quando una popolazione occupata impara (…) a non avere più paura, allora l’occupante, pur conservando la sua potenza, perde la sua autorità» (p. 205). Anche la guerriglia può rafforzare il morale, ma è azione di una minoranza, mentre la resistenza civile, che consente una partecipazione di massa, si rivela più efficace come “baluardo ideologico” contro gli obiettivi ideologici e politici dell’occupante. Specialmente nell’Europa scandinava l’occupante nazista fallì nel tentativo di imporre i suoi “valori”. La società occupata militarmente rimaneva in prevalenza incontrollabile politicamente.
    Un altro importante effetto indiretto della lotta nonviolenta è la creazione di divisioni e dissensi nell’occupante. Anzi, mentre la lotta armata suscita nell’avversario lo “spirito di corpo” e salda i dissensi, la resistenza civile attiva le contraddizioni e rende fluttuante la condotta dell’avversario, ottenendo almeno una riduzione della repressione.
    3) un’efficacia dissuasiva è un altro risultato dell’azione nonviolenta, quando induce l’occupante a rinunciare o moderare o rinviare alcuni suoi progetti. È un fatto che non solo le popolazioni occupate temono sanzioni, ma anche i funzionari dell’occupante, che devono evitare il più possibile al loro governo “problemi” nella zona di loro competenza. Su questi funzionari la resistenza può esercitare pressione dissuasiva, senza bisogno delle armi.
    Un caso chiaro di questo tipo fu il fatto che Hitler dovette ritirare l’ordine di deportare il 20% degli scioperanti nel triangolo industriale italiano del marzo 1943: fu deportato solo lo 0,5%.
    Qui si parla di lotte nonviolente collettive, di gruppi abbastanza consistenti, ma lo stesso possiamo dire, addirittura con ammirazione ancora maggiore, per quei testimoni singoli, quelle forti coscienze, che furono dolorosamente sole nel momento dell’opporre verità alla violenza, ma che noi riconosciamo operatori fecondi, figli di Dio perché costruttori di pace, vicini, stretti al cuore della viva attiva compagnia nonviolenta, nel cammino storico dell’umanità che ricerca giustizia, pace, libertà dalla violenza. Uno di questi forti e fecondi è Josef Mayr-Nusser.

    * Limiti
    Certamente – osserva Semelin – la resistenza civile ha dei limiti nell’efficacia. Di fronte al nazismo poteva essere solo una resistenza di sopravvivenza. Per lo più, non era stata pensata e preparata per tempo. Come nel gioco di squadra non basta la bravura di uno, ma occorre il coordinamento, così la resistenza nonviolenta va preparata da molti insieme. Meno improvvisata e diseguale di quella del 1939-1943, essa può diventare un mezzo per obiettivi più avanzati, di vera liberazione. La chiarezza delle coscienze più illuminate e quindi l’educazione profonda alla pace è la prima condizione per la preparazione remota della difesa nonviolenta efficace.
    D’altra parte, conosciamo casi di successo immediato, grazie a profondo scontento sociale e più lunga preparazione psicologica, come le rivoluzioni nonviolente del 1989 nell’Europa dell’est (segnalo, di Autori Vari, Le rose sbocciano in autunno. La rivoluzione nonviolenta dell’89, Gandhiedizioni, Pisa 2009; Paola Rosà, Lipsia 1989. Nonviolenti contro il Muro, Ed. Il Margine, Trento 2009). È vero, però, che in seguito quei popoli cedettero alla suggestione del consumismo e liberismo occidentale. Così l’India di oggi, stato nucleare, non è certo quella sognata da Gandhi e liberata con la lotta nonviolenta, anche se il seme gandhiano è deposto e vive nel seno di quella nazione e si è diffuso nel mondo ben al di là dell’opera di Gandhi.

    * Funziona, non funziona
    Michael N. Nagler (Per un futuro nonviolento, Ponte alle grazie 2005) si pone la domanda sulla nonviolenza davanti al nazismo e, dopo alcune pagine di analisi dei fatti (pp. 125-132), conclude:
    «La nonviolenza ogni tanto “funziona”, ma è sempre efficace.
    La violenza ogni tanto “funziona”, ma non è mai efficace».
    Che cosa intende Nagler col termine “funzionare”, che mette tra virgolette? Vuol dire che la nonviolenza a volte, ma non sempre, ottiene del tutto ciò che vogliamo, ma ha sempre un effetto positivo sull’intero sistema. Neppure la violenza vince sempre (per il vinto in guerra la violenza delle armi è fallita), ma di certo non lascia mai un seme fecondo. Quella che Nagler chiama qui “efficacia”, non è altro che quella “fecondità” che abbiamo letto nella citazione di Merleau-Ponty qui sopra.
    «Come si può affermare che qualcosa non funziona se non è stato messo alla prova? Tranne poche eccezioni (…), l’unica arma usata dalla gente contro il nazismo fu la passività – un vero disastro – o la violenza che, come abbiamo visto, può avere un successo limitato. L’obiezione si basa dunque su una pura speculazione. E inoltre è falsa» (Nagler, p.126).
    Nagler cita un testimone della morte di padre Kolbe, offertosi per sostituire un condannato a morte: «Fu uno choc enorme per tutto il lager. Ci rendemmo conto che uno sconosciuto, in quella notte spirituale, alzava la bandiera dell’amore. (…) Quindi non è vero, ci dicemmo, che l’umanità è persa e calpestata. (…) Migliaia di prigionieri si convinsero che il mondo reale continuava a esistere e che le torture che subivamo non sarebbero bastate a distruggerlo» (p. 130). «La nonviolenza ha funzionato contro i nazisti. Ha funzionato quando è stata utilizzata (…). Funzionerà sempre contro gli oppressori, sempre che voi siate preparati quanto lo sono loro» (p. 131).
    In modo diverso, ma fortemente analogo, Josef Mayr-Nusser è testimone di umanità resistente, calpestata ma non persa, e anzi affermata, anche per noi oggi, e per domani, al di sopra di ogni difficoltà e di ogni offesa alla giustizia.

    Enrico Peyretti, Bolzano, 20 febbraio 2010

     

     

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