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terraterra

La crisi mondiale dell'acqua dolce

27 luglio 2006 - Paola Desai
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

La chiamano «oro blu», tutti ne riconoscono l'importanza: l'acqua dolce, risorsa naturale essenziale alla vita. Ma bisogna mettere in fila i dati essenziali per rendere il senso di urgenza. Lo fa un documento di lavoro del Earth Policy Institute, istituto per lo studio dei trend e delle politiche ambientali fondato da Lester Brown (già noto come fondatore del WorldWatch Institute). L'uso globale di acqua dolce è triplicato durante la seconda metà del ventesimo secolo, perché la popolazione mondiale è più che raddoppiata e perché le trasformazioni tecnologiche in campo agricolo hanno portato a moltiplicare il prelievo d'acqua dalle falde acquifere sempre più profonde e dai fiumi, anche grazie a un numero sempre maggiore di grandi dighe E via via che cresce la domanda d'acqua, i sistemi idrici in tutto il mondo entrano in crisi.
Panorama desolante: i fiumi si vanno via via assottigliando (a volte in modo clamoroso: il Rio Grande, che segna la frontiera tra Usa e Messico, in certe stagioni finisce in acquitrino senza sboccare nel golfo dei Caraibi; così il fiume Giallo in Cina, o l'Amu Darya prosciugato per alimentare le coltivazioni di cotone in Asia centrale - mentre il rio Colorado già da anni non arriva più al mare...). Laghi scompaiono (il lago d'Aral è il caso più drammatico, con vecchie città portuali che ormai si trovano a 150 chilometri dall'acqua. Ma non unico: il lago Ciad, che una volta si estendeva su 2300 chilometri quadrati tra Niger, Cameroon e Ciad ora è ridotto a 900 chilometri quadrati ed è tutto nei confini dello stato omonimo). La falde acquifere crollano. «Quasi il 70% del prelievo globale d'acqua da fiuli, laghi e falde idriche viene usato per l'irrigazione, mentre l'industria e gli usi domestici contano per il 20 e il 10% rispettivamente», fa notare il documento ( World's Water Resources Face Mounting Pressure, di Elizabeth Mygatt, Earth Policy Institute, 26 luglio).
Gran parte dell'aumento dell'uso di acqua nell'ultimo mezzo secolo è dovuto dunque all'irrigazione: il 60% dei cereali mondiali sono prodotti su terre irrigue. Globalmente, l'area irrigata è quasi triplicata tra il 1950 e il 2003 (da 94 a 277 milioni di ettari). L'estensione di terra irrigua in rapporto alla popolazione ha raggiunto un picco di 47 ettari per migliaio di persone nel 1978, poi è andata scendendo: nel 2003 era scesa sotto i 44 ettari per mille persone (è un dato della Fao, l'organizzazione dell'Onu per lagricoltura e l'alimentazione), e questo indica che la popolazione mondiale cresce più della possibilità di espandere la superfice agricola irrigata.
La pressione sulle risorse acquifere è particolarmente forte nelle regioni aride che devono sostenere popolazioni numerose e produzione agricola. Dunque il Medio Oriente, Asia centrale, nord Africa, regioni dell'Asia meridionale, della Cina, dell'Australia, degli Stati uniti occidentali e Messico sono particolarmente vulnerabili alla scarsità d'acqua.
La pressione su fiumi, laghi o falde acquifere ha diversi effetti. Sociali e umani, in primo luogo. Infinite comunità umane dipendono dai fiumi, sia per attingervi direttamente acqua (con gli acquedotti) sia per produrre energia. Così si trovano in competizione le popolazioni più a monte e più a valle - se i primi prelevano più acqua, o se i fiumi sono sbarrati da dighe, ci sarà meno acqua disponibile per le comunità a valle. L'assottigliarsi di fiumi e laghi è visibile a volte in modo drammatico, ma anche il crollo delle falde idriche è un indicatore della penuria d'acqua dolce. L'acqua viene pompata dalle falde sempre più profonde sia per l'agricoltura, sia per gli usi industriali e per gli usi civili. Il prosciugamento delle falde ha implicazioni altrettanto drammatiche ed è allarmante perché è difficile rinnovarle. I depositi d'acqua sotterranei sono supersfruttati in tutte le maggiori regioni produttrici di cibo (cereali in primo luogo), fa notare il Earth Policy Institute: nelle pianure della Cina settentrionale, dove si raccoglie metà del grano e un terzo del mais prodotto nel paese; in Punjab, Haryana e altre regioni di agricoltura intensiva dell'India settentrionale; nelle grandi pianure degli Stati uniti meridionali, altra grande regione produttrice di cereali. Insieme, queste tre regioni contano per tre quarti dell'estrazione mondiale d'acqua di falda per usi agricoli: l'istituto di Washington suona dunque un allarme, la penuria d'acqua in queste regioni metterà in difficoltà la produzione alimentare. Senza contare che anche grandi metropoli urbane contano sulle falde idriche per i propsi acquedotti. il mondo deve poensare da subito a come usare meglio il suo «oro blu».

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