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Tutti noi conosciamo Marco Polo e il suo "Il Milione". Lo abbiamo studiato a scuola. Il viaggio da Venezia fino in Cina. Il ritorno in patria e di come, prigioniero dei genovesi, dettò al compagno di cella il resoconto della traversata...

Carovane della memoria

Hero mi aveva presentato sua nonna, alta e bella, coperta di rose e di campanelli, che raccontava “Mio padre mi diceva, fin da quando ero piccola, vestiti sempre di fiori e colori, fino all’ultimo giorno della tua vita”
(Joyse Lussu, Portrait, Transeuropa, 1988, p. 101)
20 novembre 2007
Andrea Misuri

Tutti noi conosciamo Marco Polo e il suo Il Milione. Lo abbiamo studiato a scuola. Il viaggio da Venezia fino in Cina. Il ritorno in patria e di come, prigioniero dei genovesi, dettò al compagno di cella il resoconto della traversata del continente asiatico.

Il grande viaggiatore fa parte dell’immaginario collettivo. Il suo nome è sinonimo d’avventura e di coraggio nel percorrere nuove strade. Il Milione è il diario di viaggio per eccellenza. Per secoli le sue pagine l’unica conoscenza che l’Europa ha avuto dell’Oriente. Fino ad allora, l’Oriente è ancora quello di Plinio nella Storia naturale, (1) o quello di Giovenale (2) che per indicare un luogo lontano oltre ogni immaginazione, usa l’espressione “Ultra Auroram et Gangem”, oltre l’aurora e il Gange. Il Milione, nell’alternarsi d’episodi storici, descrizioni geografiche, aneddoti, racconti immaginifici, è fonte inesauribile di fantasie e soddisfa così la curiosità del lettore occidentale. Vi si riflettono le letture del giovane Polo, i romanzi d’Alessandro Magno (3) e della sua Porta del Ferro (4) e quelli mirabolanti del Prete Gianni, imperatore di un territorio leggendario che dalle giungle indiane si estende ai ghiacci dell’emisfero nord. Ne Il Milione si alternano le descrizioni di “cose vedute” e di “altre per udita”, come nel caso del Giappone e del Tibet. Animali esotici che incutono timore e meraviglia, piante ed erbe sconosciute, città sorprendenti per architetture e “stili di vita”, i grandi palazzi della corte mongola e i paesaggi sterminati delle pianure. Gli usi e i costumi degli abitanti delle città orientali si confrontano, per la prima volta, con il quotidiano delle nostre comunità. Per i percorsi misteriosi della storia, il libro che più d’ogni altro attraversa gli spazi infiniti di un continente immenso quale l’Asia, è nato perché il suo autore finisce tra le mura di una prigione, luogo chiuso come nessun’altro. Nella cella, l’incontro tra due uomini profondamente diversi. Le memorie di Marco Polo prendono così forma attraverso la penna di un cantore favolistico delle storie della Tavola Rotonda, Rustichello da Pisa, (5) già da lunghi anni nelle prigioni genovesi, (6) che “sa raccontare con ruvida grazia” (7) le storie del nuovo compagno di prigionia.

Quando Marco Polo parte nel 1271, insieme al padre Niccolò e lo zio Matteo, è appena diciassettenne. Percorrono quella che sarebbe diventata la Via della Seta. In Mesopotamia si fermano in una città dove si vendono panni di seta e d’oro chiamati “mosolin”. E’ il capitolo “Del reame di Mosul”. Vedono “una fontana (8) ove surge tanto olio e in tanta abondanza che cento navi se ne caricherebboro a la volta. Ma egli non è buono da mangiare, ma sì da ardere”. Oggi in quell’area si estrae il petrolio.
Discendono lungo il Tigri, un “fiume molto grande“ che attraversa una “grande cittade”, Baudac, l’odierna Baghdad. Allora il corso d’acqua era navigabile “fino al mare d’India, e quindi vanno e vegnono li mercatanti e loro mercatantie”. Tra queste, “lavorii di seta e d’oro in drappi a bestie e uccelli”. Pochi anni prima, “in anni Domini 1255 lo Grande Tartero, ch’ave’ nome Alau” (9) aveva conquistato la città e rinchiuso “lo califfo di tutti i saracini del mondo” (10) in una torre senza viveri e senza acqua, insieme agli ori e ai tesori che possedeva, perché soltanto di quelli si saziasse. Il califfo era morto quattro giorni dopo.
I veneziani proseguono per Bastra, oggi Bassora, dove “nasce gli migliori dattari del mondo”. Da lì s’imbarcano per la Persia. Il viaggio si conclude nel Catai dove il giovinetto conquista la fiducia di Kubilai Khan. Rimane alla sua corte per 18 anni, ne diviene prima il suo consigliere, poi il suo ambasciatore.
I Polo tornano in patria nel 1295. Pochi anni dopo Marco partecipa alla battaglia di Curzola fra Genova e Venezia. Fatto prigioniero, detta a Rustichello, in una lingua franco-italiana usata allora per scrivere poemi cavallereschi, il resoconto del suo viaggio, Divisament dou monde o Livre des merveilles. Il testo originale è presto scomparso, per riapparire in versioni diverse, in particolare nella redazione toscana detta dell’ottimo, dal nome del manoscritto italiano più attendibile (11), a lungo identificata con l’opera originale.(12) Nel corso del Novecento, studi filologici approfonditi hanno rivalutato traduzioni rimaste nell’ombra, che hanno portato ad un testo definitivo considerato vicino allo spirito originario dell’opera.(13)

Dopo Marco Polo, altri italiani nei secoli hanno visitato la Mesopotamia, quell’area geografica che si estende dalle montagne dell’Anatolia al Golfo Persico e al Deserto Arabico, lasciandoci degli scritti ancora oggi davvero interessanti. Nella maggior parte dei casi, però, questi viaggiatori sono conosciuti soltanto dagli addetti ai lavori.
L’articolo è rivolto a chi non sa niente di loro, dei racconti che hanno scritto, della passione che li ha spinti a spostare in avanti la frontiera della conoscenza. Nel contempo è un atto d’amore per la Mesopotamia, terra bellissima e tormentata, che ho visitato con la delegazione italiana dell’International Peace Bureau e dei sindaci di Mayors for Peace. Esiste infatti il mal d’Asia, anche per i viaggiatori contemporanei, fra coloro che hanno percorso quel continente, che lo hanno attraversato verso est in direzione del sorgere del sole.

(1): Storico romano del I sec. d.C. - Plinio il Vecchio, Storia naturale, Einaudi I Millenni, 1988
(2): Poeta romano tra il I e il II sec. d.C.
(3): A cura di Richard Stoneman, Il romanzo di Alessandro, Volume I, Fondazione Lorenzo Valla, Mondatori, 2007
(4): La Fortezza di Derbend che controlla il passo tra il Caucaso e il mare di Geluchelan, l’odierno Mar Caspio. Attribuita ad Alessandro Magno, fu fatta costruire dal re di Persia Cosroe nel VI sec. D.C.
(5): Scrisse Roman de Roi Artus, testo del ciclo bretone commissionato dal re Edoardo I d’Inghilerra - Il romanzo arturiano di Rustichello da Pisa, a cura di Fabrizio Cigni, Pacini, 1994
(6): Fatto prigioniero dai Genovesi nella battaglia della Meloria nel 1284
(7): Prefazione di Giorgio Manganelli, p. 13 in: Marco Polo, Il Milione, a cura di Antonio Lanza, Editori Riuniti, 1980
(8): Sorgente di nafta dell’odierna Baku
(9): Nel 1258 Hulagu nipote di Gengis Khan alla testa di 30.000 tartari conquista Baghdad
(10): Mostasim ultimo califfo di Baghdad
(11): Il codice magliabechiano II.IV.88
(12): Marco Polo, Il Milione, a cura di Daniele Ponchiroli, Einaudi I Millenni, 1954
(13): Oltre alla citata edizione Editori Riuniti (cifr. 7), Marco Polo, Il Milione. Le divisament du monde, a cura di Gabriella Ronchi, Mondadori I Meridiani, 1982

Nel Seicento un altro italiano compie un viaggio che non teme confronti con quello di Marco Polo. Dodici anni trascorsi in un Oriente ancora immerso nell’atmosfera di “Le mille e una notte”.
Pietro Della Valle ha ventotto anni quando parte, forse spinto da una delusione d’amore per una certa Beatrice, come accenna in un suo scritto. Il filo conduttore è il pellegrinaggio dei luoghi santi, in realtà a guidare Della Valle è il desiderio di avventura. Lasciare le sicurezze rappresentate dalla nobile famiglia romana d’appartenenza e dalla tranquilla carriera ecclesiastica. Seguire l’istinto che lo porta ad affrontare pericoli e disagi d’ogni sorta.
Il giovane patrizio scrive 56 lettere all’amico, il medico napoletano Mario Schipano. Saranno pubblicate tra il 1650 e il 1663. (14) Vi emergono i tratti salienti della sua personalità. Una profonda tolleranza, un desiderio di comprendere le ragioni anche politiche di quei popoli, pur in tempi di scontro del mondo occidentale con gli Ottomani. Personalità poliedrica, si fa botanico e disegna i fiori che mai ha visto. Descrive bevande che assaggia per la prima volta. Gli usi delle donne per abbellire il corpo, le vesti che indossano. Niente sfugge alla sua attenzione. Tutto è annotato nelle lettere.
Parte l’8 giugno del 1614 da Venezia. Attraversa la Turchia, l’Egitto, la Persia per arrivare fino all’India.

Andiamo a leggere tra le carte di Pietro Della Valle. In quelle pagine si ritrova la sua curiosità infinita che ci permette di poter gettare lo sguardo fra botteghe e mercati, fin dentro le stesse abitazioni.
Nella lettera 2 da Costantinopoli, descrive le persone che bevono “di quando in quando a sorsi (perchè è calda che cuoce) più d’uno scodellino di certa loro acqua nera, che chiamano Cahve”. Il caffé, che arriva in Europa verso la metà del secolo. Diviene la bevanda dell’aristocrazia francese, e da lì si espande in tutto il continente.
Nella lettera 3 del 7 febbraio 1615, ancora sul caffé: “Si fa questa bevanda del seme, o frutto che sia, di un certo albero, che nasce in Arabia, verso la città di Meka”. Come si prepara:“Le scorze del frutto, bruciandole, si fanno ridurre in una polvere minutissima, e di color quasi nero; della qual polvere se ne trova quì sempre quantità per le botteghe. Quando si vuol bere, si fa bollir dell’acqua in certi vasi fatti a posta, che hanno becchi lunghi e sottili; per poterla versare agevolmente ne’ vasi piccoli da bere. E dopo, che l’acqua ha ben bollito, vi si getta dentro di quella polvere del Cahve in giusta quantità. Chi la vuol più dilicata, insieme con la polvere del Cahve, mette anche nell’acqua buona quantità di zucchero, con cannella, e qualche poco di garofani, e riesce allhora di sapor gratiosissimo, e cosa di sostanza. E’ pur grata al gusto, e, come dicono, conferisce molto alla sanità; massimamente in aiutar la digestione, corroborar lo stomaco. Solo dopo cena, dicono, che leva un poco il sonno; e per ciò sogliono pigliarne in quella hora quei, che vogliono studiar la notte”.
Un trattato piccolo ma articolato, che anticipa abitudini radicate nel nostro quotidiano, comprese le notti sveglie accompagnate da una tazza di caffé.

(14): Pietro Della Valle, Viaggi di Pietro Della Valle il Pellegrino, 1843, 2 vol.

Nella stessa lettera, qualche pagina dopo, si sofferma su un’altra bevanda frequentemente usata in Turchia, il sorbetto:“Si altera l’acqua chiara ordinaria con Scerbet; si fanno di zucchero e sugo di limoni, con condimento di tutti i fiori e frutti, che si trovano, e d’altre cose ancora, quasi come le conserve di confetture di Napoli. Mi dispiace solo, che per lo più fanno la bevanda torbida; ma del resto sono galanti, perchè, come ho detto, si fanno di mille sorti: & oltra i sapori, e gli odori di rose, di viole, e d’altre galanterie, secondo che all’huomo piacciono; si fanno ancora con muschio, con ambra, con profumi d’ogni sorte”.

Gli parlano di “Betlis, Città ne i monti di Mesopotamia, o di Assiria, in confini tra’l Turco, e’l Persiano. Chiamano quì questi popoli, Curdi; e Betlis, dicono, che sia vicino alla Città di Van dell’Armenia, che in queste parti è molto famosa”. Il Chan, ovvero Signore di Betlis è in visita dal Gran Turco a trattare la restituzione di terre depredate durante la guerra.

Il 15 giugno 1616 descrive “la pianta che fa la Hna, overo Hanna, o Alcanna, come dicono i nostri, da tinger le mani delle donne, & i crini e le code de’ cavalli. Gran quantità se ne fa in quei campi, e della polvere, che è fatta delle frondi che fa l’arbuscello, io ne porterò con me in Italia, dove mi dicono, che non è conosciuta più che tanto; benchè a me paia di ricordarmi di havervi veduto nelle drogherie una cosa simile; e di avere inteso ancora, che in Napoli alcune donne, massimamente canute, l’usino per darsene la bionda”.
Continua attraversando il Kurdistan che mette in relazione, per la frammentazione politica che lo caratterizza, all’Italia divisa in governi in lotta costante tra loro.

Il 20 ottobre 1616 Pietro Della Valle arriva a Baghdad. Leggiamo la lettera 17. Ha attraversato l’Eufrate e ha trovato un Paese“tutto pianissimo, come il resto del Deserto, ma per l’humidità del fiume, era molto abbondante di varie sorti d’herbe. Trovai, tra le altre, certe Carrube silvestri stravaganti; certi, non so se Cipressi salvatichi, o Ginebri, che se ben piccioli, sono forse gli stessi, che i Cedri del Monte Libano: trovai anche l’herba , di cui si fa la cenere per gli cristalli di Venetia: e molte altre piante, & arbuscelli da me non più veduti; delle quali tutte, ne feci accuratamente scelta, & accommodatele nelle carte, le porto meco con la maggior diligenza che posso. Osservai ancora, che i colli sopra ‘l fiume, e tutte le pianure intorno, erano piene di un minerale bianco, e lustro, che io non so, se sia Nitro, o Talco”.
Oggi, quelle pianure dove il viaggiatore italiano scopriva nuove piante, sono attraversate dai mezzi militari di una guerra senza fine.
Gira per la città. Il 2 gennaio 1617 nella lettera 18 descrive “una specie di Pistacchi piccoli, di grandezza e di forma, molto differenti dagli ordinarij ma similissimi di sapore. Nascono nel paese di Mardin e di Mousul”. Ancora: “delle spezie di Terre da adoperar nel bagno, per polire e far bella la carne, & i capelli” fra le quali, una “che rosseggia di colore e viene dal paese de i Curdi, che i Turchi chiamano (al solito de’ nomi de i paesi) Kurdistàn; e però si chiama la terra in Turco Curdistàn-Ghilì, cioè Terra di Curdistàn”.
C’è la scorza di un albero, che chiamano “Deiràm, e l’uso di essa in Baghdàd è familiarissimo fra huomini e donne, ma fra le donne in particolare, per nettarsene i denti: i quali, stroppicciandoseli con la punta di un pezzo di questa Scorza, co’i denti medesimi un tantino acciaccata & ammollita, non solo ha virtù di polire e far bianchi a maraviglia, ma, come dicono, anche di fortificarli, d’incarnarli, e di corroborar le gengie”.
Potremmo scambiare questa descrizione per la pubblicità, magari un po’ aggressiva, di un nuovo dentifricio che sta cercando di conquistare il mercato.
Leggiamo ancora: “Alcuni mi han detto, che sia scorza de i rami delle Noci, e che venga quà dalle montagne della Persia, dove ne è copia: il che se fosse vero, potremmo sperare di haverne ancora ne’ paesi nostri, dove le Noci non mancano. Altri mi han detto, che vien d’India per via di Bafra, e che è quella medesima droga, che i mercanti chiamano Mesuak: ma io, cercando ne’ Vocabolari Arabici ho trovato, che Mesuak s’interpreta, e s’intende generalmente ogni legno, che sia istrumento buono per pulire i denti”. L’accenno ad un potenziale sviluppo intensivo di piantagioni di noci per diffondere la cura e la bellezza dei denti tra le donne europee...
La lettera prosegue con nuovi riferimenti al minerale bianco e lustro che ha visto arrivando, “si chiama Burac, e quì l’adoperano a farne bianche le volte & i muri, bruciandolo prima, e riducendolo come calce, o gesso”. Sul talco dice che “le Donne ne fanno una polvere da spargesene i capelli & i veli, che sopra ‘l nero fa molto bene, parendo argento; onde anche la chiamano in Arabico Mai-elsodhdha, cioè Acqua di argento”.

Nel periodo del soggiorno a Baghdad, a Della Valle è presentata Sitti Maani Gioerida, giovane nobile assira della quale si innamora profondamente. Sempre nella lettera 17, Della Valle parla del padre di lei: “quanto al rito della religione, è di coloro, che per havere i loro antichi seguitato già le follie di Nestorio, infin’hora si chiamano Nestorini”, è dunque un cristiano caldeo. Una Chiesa che fin dal primo concilio di Nicea sosteneva come in Cristo vi sono due distinte persone, una divina e una umana, con un’attività comune. Chiesa in declino fin dal Trecento con l’invasione di Tamerlano, ridotta tutt’oggi a poche centinaia di migliaia di fedeli, sparsi tra Iraq, Iran e India.
Ancora nella stessa lettera, Gioerida è descritta con indosso “drappi di seta sottilissimi, e leggieri per gli caldi grandi che regnano, di un color solo, o pauonazzo, o turchino scuro, con certi finimenti alle bande di altro colore pur’ oscuro, che rappresentano assai al vivo il manto”.
Un amore davvero travolgente, li porta a sposarsi nel volgere di pochi mesi.
Sorprende, in tempi come i nostri di paure e di steccati, che i sentimenti hanno qui la forza di imporsi tra persone che provengono da esperienze, tradizioni, convinzioni religiose e culturali tanto diverse, in un’epoca che siamo portati a considerare più “chiusa” dell’attuale. Partono per la Persia. Sul finire del 1621 Gioerida subisce un aborto e da lì a pochi giorni muore. Della Valle, a testimonianza dell’amore per la giovane sposa, decide di portarne con sé il corpo, fino al ritorno nella città natale.
Il viaggio prosegue ancora a lungo, per concludersi a Roma il 28 marzo 1626.

Il Seicento è un periodo di grande interesse per l’Oriente. Pochi anni dopo il veneziano Niccolò Mannucci arriva alla corte dei Moghul, in India. Applica l’uso delle erbe medicinali viste trattare nella bottega del padre droghiere, e conquista in questo modo la fama di guaritore che gli apre, primo europeo, le porte dell’harem della corte. Scrive “Storia di Moghor”, affascinante resoconto di un India sconosciuta. A differenza del suo famoso concittadino, Mannucci non riuscirà neppure a far pubblicare l’autobiografia. Ritrovata nella Biblioteca Marciana, uscirà soltanto nel 1907. “Se qualcuno dovesse accarezzare un progetto di viaggio in queste contrade lontane, può darsi che il racconto delle mie modeste avventure non gli sia del tutto inutile. Il viaggio è un grande maestro; chi si sposta sena nulla apprendere può con buona ragione esser definito un asino”. (16) Non c’è che dire, un atto d’amore per il viaggio, ma anche una chiarezza d’intenti sulla sua funzione educativa.

Trascorre un secolo e nel Settecento, in Kurdistan, c’è un italiano che lì vive a lungo. A differenza che da noi, è conosciuto ancora oggi in quel Paese. Questo l’ho potuto constatare di persona. Visitammo la Facoltà di Medicina dell’Università di Sulaymanya e durante la visita della libreria centrale, il direttore mi parlò di un italiano di nome Garzoni che aveva scritto, questo lo comprendevo bene, qualcosa d’importante. Tale era la certezza del mio interlocutore sul fatto che ben conoscessi il Garzoni in questione che, consapevole del mio inglese scolastico, preferii non approfondire. Soltanto più tardi Gulala e Nadhim mi spiegarono che effettivamente un frate domenicano, Maurizio Garzoni, nel Settecento aveva scritto il vocabolario italiano - curdo, motivo per il quale, ancora oggi, è molto conosciuto in Kurdistan fra gli studiosi. (17)

Nel nostro viaggio attraverso i secoli arriviamo all’Ottocento e facciamo conoscenza con un’altra persona che compie delle esperienze davvero singolari. Alessandro De Bianchi nasce nel 1831 a Mantova, allora parte dell’Impero austriaco. Per sfuggire alla repressione che porta all’arresto di suoi familiari durante la rivolta di Belfiore del 1851, si rifugia a Costantinopoli dove si arruola con il grado di ufficiale superiore d’Artiglieria della Guardia Imperiale Ottomana. In questa veste, al comando di un drappello di cavalieri, dal 1855 al 1858 percorre le regioni che delimitavano l’impero turco ad est. In una storia di fantasia, ce ne sarebbe voluta tanta per ideare una trama così.
Al ritorno, in “Viaggi in Armenia, Kurdistan e Lazistan” (18) racconta le esperienze di quegli anni. Entra nell’esercito italiano e partecipa alle campagne contro gli austriaci. Continua la carriera militare come ufficiale istruttore oppure distaccato presso vari Tribunali militari, a giro per l’Italia.
L’autore descrive la vita quotidiana di città e villaggi che attraversa nel ruolo di rappresentante del governo centrale. Ferma l’immagine di un mondo arcaico che poche decine d’anni dopo sarebbe scomparso con la fine dell’impero ottomano. La conoscenza della lingua turca e di quella curda gli permette di dialogare con autorità locali civili, militari e religiose e di gettare uno sguardo attento in luoghi dove nessun viaggiatore sarebbe arrivato. I borghi che il drappello attraversa, spesso dispersi tra le montagne, sono occasione di contatti diretti con una popolazione che mai aveva visto un occidentale.
De Bianchi è un uomo che anticipa il suo tempo, un vero liberale, preferisce non esprimere opinioni definitive. Insieme alle descrizioni delle persone e dei luoghi, analizza gli equilibri strategici di quell’area geografica, i rapporti politici che l’impero ottomano intrattiene con le potenze vicine, in particolare con la Russia. Le dinamiche interne di convivenza delle varie popolazioni riunite sotto un unico potere. Il libro si legge molto bene ancora oggi.
Ho avuto occasione di leggere la copia che l’Autore – così si firma – dedica All’illustrissimo Signor Dottore Baroffio Cav. Felice Medico Direttore presso lo Spedale Militare Div. di Firenze in segno di rispetto. In effetti De Bianchi, nel suo girare l’Italia come ufficiale istruttore, è distaccato a Firenze presso il Tribunale militare per brevi periodi nel 1868 e di nuovo nel 1870.
I Viaggi sono stati ristampati di recente da una casa editrice di Lecce. (19) Per fortuna che in questo Paese ci sono ancora persone che portano avanti scelte editoriali coraggiose. Case editrici magari piccole, di nicchia, ci danno la possibilità di leggere libri altrimenti difficilmente rintracciabili.

Mi soffermo su alcune pagine, quando il nostro ufficiale attraversa il Kurdistan.
Fin dai tempi remoti ”popolato dai Kardùki, cui Xenofonte accenna nella sua ritirata dei diecimila: regione che si trovava al nord dell’antica Assiria, la quale fu poi chiamata Kurdistàn dai Kurdi della Gordiène, i quali, rinchiusi dapprima fra le loro montagne, incominciarono a popolarla”. Per Strabone (20) “I Kurdi e i Mardi sono ladroni”, per Polibio (21) “abilissimi arcieri”. (22)
Visita le città di “Bedlis, edificata da Alessandro il Macedone, e Musc cioè l’antica Maxoene, luogo ove alcuni sostengono che abbia esistito il paradiso terrestre d’Adamo” e ancora “Suleymanieh, città di 15.000 abitanti: come quella di Koy-sangiak è popolata intieramente da Kurdi, all’infuori di poche famiglie ebree ed armene che vi attendono al commercio. A poca distanza da essa vogliono che si trovi la strada per la quale l’imperatore Eraclio (23) eseguì la sua ritirata al ritorno da Guazzuca, dopo la sua terza spedizione”.(24)
“I veri Kurdi, che conservano intatte le primitive abitudini ereditate da quei terribili cavalieri ch’erano i Parti; i più fieri, quelli dall’indomito coraggio, che è altrettanto ammirabile quanto periglioso a cimentarsi, si trovano nelle parti più meridionali e montuose del Kurdistan persiano e dell’ottomano adiacenti al Luristan, e nei dintorni di Suleymanieh, città posta nel centro della più alta e fertile vallata del Kurdistan. I Kurdi sono appassionati per la caccia dell’antilope, e nulla curando le asprezze e i precipizi, l’inseguono col più grande ardore a briglia sciolta sui loro corsieri”. (25)

(16): Federico Rampini in: Il veneziano che svelò gli harem, la Repubblica, 21 ottobre 2007, pp. 36-37
(17): Maurizio Garzoni, Grammatica e vocabolario della lingua kurda, Stamperia della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, 1787
(18): Alessandro De Bianchi, Viaggi in Armenia, Kurdistan e Lazistan, Stab. Tipografico già Boniotti, 1865
(19): Alessandro De Bianchi, Viaggi in Armenia, Kurdistan e Lazistan, a cura di Mirella Galletti, Argo, 2005
(20): Geografo greco del I sec. a.C.
(21): Storico greco del II sec. a.C.
(22): Ivi, p. 182
(23): Imperatore romano d’Oriente del VII sec. d.C.
(24): Ivi, pp. 186-187
(25): Ivi, p. 198

Le donne curde: “L’aspetto gioviale dei loro volti, la tinta bruna, la vivacità dei loro occhi rammentano le selvagge ninfe dei monti, immaginate dai poeti. Come l’altre orientali, le donne kurde hanno il costume di tingersi in rosso le unghie delle mani e dei piedi mediante il preparato assai in uso della hinnà-hinnà. Il più ricco ornamento, di cui sogliono fregiarsi, consiste in una collana di antiche monete d’oro infilzate, che risuonano ad ogni loro movimento”. (26)
La popolazione vive in gran parte di pastorizia, e quindi il nutrimento consiste in “latte, jaurt, caymac, burro e formaggio; rare volte si cibano di carne di montone e più spesso di uova acconciate con burro ed erbe selvatiche acide, di cui hanno perfetta conoscenza”. “Le vallate di Koy-sangiak e di Suleymanieh, nel Kurdistan propriamente detto, sono fertilissime; cinte da elevate montagne coperte di nevi per più della metà dell’anno, fruiscono dei vantaggi propri ai climi temperati e caldi insieme; colà si coltiva riso, frumento ed orzo più che in ogni altra parte di quel montuoso paese, ed i terreni vi sono mirabilmente irrigati”. (27)
De Bianchi scrive delle alte montagne del Kurdistan che rendono difficile ai Turchi il controllo del territorio. Annota che nelle gole sui monti, pochi uomini riescono a tener testa a forze numericamente superiori. Considerazioni che trovano riscontro negli eventi politici attuali.
Racconta aneddoti personali. Di quando gli abitanti di un villaggio, resisi conto che è europeo, lo circondano di un’attenzione oppressiva della quale si libera soltanto quando si professa yezida, una religione che incute timore.
Dell’origine indoeuropea della lingua curda, motivo per il quale una volta gli capita di sentir parlare un connazionale dietro ad una porta chiusa, per poi scoprire con sua sorpresa trattarsi di un curdo.
Una notte, invece, si sveglia nell’accampamento, per un malinteso i soldati sono ripartiti, lui è solo con il servo. Non nasconde che preso dal timore di cattivi incontri, monta a cavallo e di gran carriera, con il rischio di perdersi tra montagne e dirupi d’ogni sorta, riesce a raggiungere il drappello che ancora è buio fitto.
Ci racconta del ricevimento al quale è invitato dalla nobile dama Anifè, e della conversazione e degli scambi culturali di quella sera.
Della notte che cade rovinosamente dentro l’abbaino di un’abitazione e lì ha un incontro amoroso decisamente fortuito.
L’autore usa sempre toni bassi. Non vuole convincere d’essere protagonista di chissà quali imprese. Compie il suo dovere, e cerca di farlo nel modo migliore.

Facciamo un ultimo salto nel tempo. Arriviamo ai giorni nostri.
Gioconda Salvadori (nota col nome di Joyse Lussu) nasce a Firenze nel 1912. Con la famiglia è costretta a riparare in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Spirito libero, in contrasto con convenzioni e gerarchie, incontra Emilio Lussu al quale deve consegnare un progetto d’evasione dei confinati all’isola di Ponza. Lui è una delle figure principali dell’antifascismo.
Evaso da Lipari con Carlo Rosselli, è fra i fondatori di “Giustizia e Libertà”. Insieme vivono un’intensa vita politica e culturale, che racconta in Portrait. (28)
Joyse Lussu fa conoscere in Italia i poeti Nazim Hikmat e Agostinho Neto. A metà degli anni ’60 in Kurdistan incontra uomini di cultura e poeti come:

Hagiàr
Quando si sa morire con un sorriso
quando il vento della pianura spalanca le ali
sono ospiti dentro il mio petto – immagini
del non arrendersi...
(29)

e Gegherxhuìn
Mi svegliavo dal sonno quando vidi un mercante di rose.
Ne fui tutto felice. Mi dai, gli chiesi, una rosa,
una rosa in cambio del cuore?
Avevo un cuore solo, pieno di miserie e tristezza.
Non credevo che avrebbe dato una rosa per il mio cuore
una rosa per il mio cuore...
(30)

Scopre inoltre le opere del cantore della tradizione curda
Abdullah Goràn di Halabja
Ragazza di Hewraman, ingioiellata dalla testa ai piedi,
fragrante di garofano e balsamo,
elegante oltre ogni dire, vestita di colori luminosi;
aggraziata la figura, morbido e sinuoso il corpo:
il suo sguardo furtivo, un sorriso della stella della speranza.
La melodia della sua voce è il canto degli uccelli,
la sua vita è primavera d’amore e di giovinezza;
l’ostentazione della sua bellezza è il sentiero del frutteto
verso la primavera
(31)

La scrittrice conosce e frequenta a lungo Jalal Talabani e i suoi peshmerga. Le ricordano i “partigiani della Maiella o del cuneese”. Le raccontano “di Margarete, la leggendaria partigiana che aveva comandato una formazione ai confini dell’Iran, ed era morta in combattimento”. In quel periodo Talabani è impegnato nell’esproprio ai latifondisti delle terre che sono distribuite ai contadini poveri, lascia comunque loro terra sufficiente da coltivare per mantenere la propria famiglia.
La Lussu descrive così le donne curde: “Mi parvero tutte belle, coi capelli al vento e i volti abbronzati e sorridenti, libere nei loro abiti chiari e fioriti, con le loro tuniche dalle grandi rose rosse sui pantaloni sbuffanti stretti alla caviglia da un tintinnante cerchietto di anellini e dischetti d’argento; anellini e dischetti, adornavano anche le cintura e la fronte , accompagnando ogni movimento con un lieve suono di campanelli. I loro corpi erano armoniosi, e la loro femminilità sapiente”.

(26): Ivi, pp. 199-200
(27): Ivi, pp. 272-273
(28): Joyse Lussu, Portrait, Transeuropa, 1988
(29): Ivi, p. 104
(30): Ivi p. 105
(31): Fuad Aziz, Vanna Cercenà, Gastone Tassinari, La primavera viene d’improvviso: i kurdi, popolo di montagna, Fatatrac, 2000, p. 32

A Damasco l’incontro con Hero Talabani: “…lei mi si aggrappò stringendomi forte, perché le portavo notizie del suo uomo molto amato che combatteva lontano: il corpo di Hero era fluido e flessuoso come una morbida onda, come una lucertola vestita della calda pelliccia di un gatto. E io mi sentii rozza e goffa come un manico di scopa”. (32)

Negli anni ’70 del secolo scorso, tanti giovani occidentali intraprendono un viaggio verso Oriente per raggiungere la valle di Kathmandu, una “strada lastricata di cannabis” (33) per proseguire, talvolta, verso le rive del Gange. Sono ragazzi che al disagio generazionale cercano risposte nel paradiso psichedelico. Si spostano lentamente, in auto, in bus, in treno, talvolta in autostop. Hanno letto Siddharta di Herman Hesse (34) e Sulla strada di Kerouac (35). Per Istanbul, Erzurum, Barzagan, Tabriz e da lì per Teheran, più difficilmente deviando a sud verso Mosul, e poi per Herat, Kandahar, il fiume del popolo hippie arriva alla meta.
Suscita tenerezza riprendere in mano le guide (36) che allora facevano parte del loro bagaglio. Su quale bus salire in una determinata località, dove mangiare e fermarsi a dormire, per di più con pochi soldi in tasca. Per chi da Istanbul intende raggiungere direttamente Kabul, si consiglia il “Magic Bus”, vecchio autobus inglese dipinto a colori psichedelici. A Teheran si dorme al Baghdad Hotel, la costruzione su due piani, la struttura di un vecchio caravanserraglio. In città si mangia discretamente con quaranta rials al Tharighat Restaurant sull’Amirkabir Avenue. Gli esempi ci fanno vedere come tante cose sono cambiate nel volgere di poche decine d’anni. Navighiamo in rete e troviamo blog di chi quelle esperienze ha vissuto, raccontare le bellezze incontaminate del paesaggio, gli incontri casuali ai quali ci si apriva senza alcun timore, l’esperienza di comunità che si formavano e si scioglievano nel giro breve di una stagione.
E’ stata l’ultima generazione occidentale che in gran numero e senza obblighi militari ha visitato Paesi ora difficili da raggiungere.

Siamo arrivati in fondo a questo breve viaggio. Abbiamo seguito le tracce di viaggiatori, alcuni antichi, altri contemporanei. Paradossalmente territori oggi tanto più facilmente raggiungibili rispetto ad un passato anche recente, si chiudono allo straniero. Chi da sempre ha convissuto in pace, ora alza muri d’odio con i vicini di un tempo. La convivenza tra etnie e religioni sempre più precaria. Parliamo di società multietnica, ma la Baghdad di Marco Polo e Pietro Della Valle era città caleidoscopio di religioni che convivevano, musulmani, cristiani cattolici, cristiani armeni, caldei, giacobiti, ebrei. L’imperialismo dell’antica Roma non disperdeva le culture dei Paesi conquistati, i loro dei erano inglobati nel comune Pantheon. Noi, in tempi di globalizzazione, rifuggiamo dal voler conoscere, primo passo per accettare, culture diverse.
Allora, il sogno che possiamo esprimere per ogni bambino che nascerà domani, sarà quello di diventare un novello Marco Polo, di viaggiare fino ad incontrare persone provenienti da storie e culture lontane, anche se vivono ormai nella casa accanto.

(32): Joyse Lussu, Portrait, Transeuropa, 1988, p. 101
(33): Richard Neville, Playpower, Milano Libri, 1971
(34): Herman Hesse, Siddharta, Adelphi, 1978
(35): Jack Kerouac, Sulla strada, Oscar Mondadori
(36): Marco Amante, Luigi Buffarini Guidi, Viaggio all’Eden, Olympia Press, 1973

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