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Pretacci

Storie di uomini che portano il Vangelo sul marciapiede. Reportage dentro l'"altra" Chiesa. Quella estranea alla "ritualità pomposa e noiosa che non arriva al cuore della gente". È un lungo viaggio tra i preti che interpretano la diffusione della Parola in modo combattivo perché "il Vangelo è combattimento".
Giacomo Alessandroni5 dicembre 2008

Il Confronto – Circolo Culturale Pontedera
Biblioteca del Duomo - Pontedera
Arci Valdera

Giovedì 11 dicembre 2008, ore 21.15
Auditorium Museo Piaggio
Viale Rinaldo Piaggio, 7 - Pontedera

intervengono:

  • l’autore, Candido Cannavò, già direttore de “La Gazzetta dello Sport”
  • uno dei venti “Pretacci”, S. E. mons. Giancarlo Maria Bregantini, già vescovo di Locri - Gerace, oggi vescovo di Campobasso


Il libro (dalla prefazione di Gian Antonio Stella)

Pretacci, copertina del libro Quello di Candido Cannavò è un reportage dentro l'"altra" Chiesa. Quella estranea alla "ritualità pomposa e noiosa che non arriva al cuore della gente". È un lungo viaggio tra i preti che interpretano la diffusione della Parola in modo combattivo perché "il Vangelo è combattimento, è sfida agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle convenienze". Alla paura. Preti come monsignor Giancarlo Bregantini, che nel ruolo di vescovo di Locri è stato il faro di quanti si battono contro la 'ndrangheta. Come don Gino Rigoldi, il cappellano del "Beccaria" che da tanti anni cerca di aiutare ragazzi venuti su un po' storti. Come padre Mario Golesano, che è andato nel quartiere di Brancaccio a cercare di riempire il vuoto lasciato da don Pino Puglisi, ammazzato da un sicario al quale regalò il suo ultimo sorriso. E don Andrea Gallo, "gran cardinale della Basilica del Marciapiede", convinto come Fabrizio De André che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori" e dunque deciso a portare il Vangelo tra i peccatori. Fino a don Oreste Benzi, che se n'è andato per un infarto nel novembre 2007 dopo avere speso tutte le sue notti a offrire una via d'uscita a migliaia di "Maddalene" che si vendevano nelle strade. Preti spesso scomodi. "Pretacci". Come il capostipite al quale un po' tutti dicono di richiamarsi: don Lorenzo Milani. Il parroco di Barbiana che incitava i pastori di anime a non aver timore di "star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo". Candido Cannavò è andato a cercare questi suoi "preti da marciapiede" convinto che per capire davvero l'isolamento della Locride, per esempio, fosse necessario arrivarci con quel trenino che parte da Lamezia Terme e impiega tre ore per centotrenta chilometri. Fosse partito con l'auto blu, non l'avrebbe potuto capire mai. E i suoi "pretacci", potete scommetterci, gli avrebbero chiuso la porta in faccia.

Candido Cannavò

inizia a lavorare come giornalista per il quotidiano La Sicilia, poi come inviato speciale per lo sport per la Rai, e dal 1983 al 2002 è direttore della Gazzetta dello Sport. Nel 1996, durante i Giochi di Atlanta, il Cio gli ha conferito l’ordine olimpico. Nel 1998 ha ricevuto il prestigioso Premio Ischia per il giornalismo.

Il suo impegno è andato al di là dello sport. Da sempre si è occupato dei problemi della società, soprattutto della sua terra, e da quando ha smesso di dirigere la Gazzetta dello Sport ha pubblicato, fra l’altro, due romanzi che narrano la situazione delle prigioni italiane (Libertà dietro le sbarre, 2004) e quella dei disabili (E li chiamano disabili, 2005).

Mons. Giancarlo Maria Bregantini

Arcivescovo Metropolita di Campobasso – Bojano è stato vescovo di Locri-Gerace dal 1994 al 2007.

Conosciuto come il “vescovo anti ‘ndrangheta“ per il suo impegno a favore di una cultura della legalità e della giustizia, è un personaggio di autenticità come pochi, un uomo di Chiesa che in tanti anni, in un territorio assai difficile, è stato impegnato in prima linea contro tutte le mafie. Ha saputo "sporcarsi le mani", parlando di lotta alla mafia in maniera concreta, difendendo i suoi fedeli da ingiuste criminalizzazioni e generalizzazioni, dando vita alle cooperative di lavoro per giovani in Aspromonte, supplendo alla mancanza di coraggio di coloro che in Calabria non sanno investire in attività lavorative per lo sviluppo del territorio lasciando carta bianca al vivaio malavitoso.

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