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Il terrorista, un terrorizzato

La giustificazione ufficiale è la tutela dei diritti umani e la diffusione della democrazia: ma dall'Iraq a Gaza, non sono che guerre di aggressione, in nome di un progetto imperialistico di egemonia globale. Danilo Zolo e il suo ultimo libro: un'indagine sulle radici e ragioni del terrorismo islamico - "perché l'Occidente può combattere l'in-tegralismo altrui solo cominciando dal proprio"
22 luglio 2010

 

danilo zolo Si dice terrorismo, e si dice Undici Settembre. E invece il discrimine, lei sostiene, non è il 2001, ma il 1989.

La mia tesi è che il discrimine è stato segnato dalla fine dell’impero sovietico, dal rapido declino del bipolarismo nei rapporti internazionali e dall’emergere degli Stati Uniti come la sola potenza politico-militare in grado di affermare la propria egemonia a livello globale. I documenti pubblicati dalla Casa Bianca e dal Pentagono nei primi anni Novanta sono una prova lampante della consapevolezza che gli Stati Uniti hanno della propria assoluta supremazia. Essi sanno di essere la sola potenza in grado di dare vita a un new world order e garantire, in collaborazione con Europa e Giappone, una global security. La guerra di aggressione scatenata dal presidente George Bush senior contro l’Iraq nel 1991 è stata l’inizio sanguinario di questo "Nuovo Ordine Mondiale”. Ed è stata, nello stesso tempo, la causa del costante incremen-to del terrorismo suicida, come ha provato Robert Pape nella sua accuratissima analisi Dying to Win. L’attacco terrori-stico dell’Undici Settembre è stato, da ogni punto di vista, una replica terroristica al terrorismo di una guerra che aveva fatto strage di centinaia di migliaia di innocenti con l’uso di armi di distruzione di massa quasi nucleari, come le cluster bombs, le daisy-cutter e i famigerati fuel-air explosives.

Il terrorismo, lei scrive, è oggi il nuovo tipo di guerra - da entrambe le parti. E è l'esito di un processo di transi-zione dalla guerra moderna, la guerra di Clausewitz, a quella che lei definisce una "guerra globale".
A mio parere il terrorismo è oggi il nuovo tipo di guerra perché terroristiche sono state sin dagli inizi le guerre degli ag-gressori occidentali, Israele incluso. Penso in particolare alle guerre che si sono susseguite negli ultimi due decenni nei Balcani, nel Medio Oriente e nell’Asia centro-meridionale. Guerre unilaterali, asimmetriche, non orientate alla conqui-sta di specifici territori ma finalizzate alla conquista di una egemonia economica, politica e militare su scala globale. Guerre ispirate al modello terroristico di Hiroshima e Nagasaki. Il terrorismo suicida degli aggrediti è stato un tragico, spietato, disperato - anch’esso criminale - strumento di vendetta e difesa per liberare i propri paesi dall’occupazione de-gli aggressori. Esemplare è la formula adottata da Yadh Ben Achour: le terroriste est en fait un terrorisé.

L'obiettivo del suo libro è ripensare l'attuale definizione di terrorismo.
La nozione di terrorismo oggi dominante in Occidente è quella recentemente definita da Antonio Cassese, che ne so-stiene la generale condivisione da parte dei giuristi internazionalisti. Egli la ritiene pertanto giuridicamente vincolante, anche se, a rigore, non esiste un trattato o un documento internazionale che l’abbia fatta propria e non mancano dissen-si, soprattutto nel mondo islamico. Secondo Cassese, un'organizzazione è terroristica se è animata da motivazioni ideo-logiche, religiose o politiche ed è caratterizzata dall’uso indiscriminato della violenza contro una popolazione civile, con l’intento di diffondere il panico e di coartare un governo o un’autorità politica internazionale. A mio parere, questa nozione può essere accettata soltanto dalle potenze occidentali - come è emerso alla Conferenza euromediterranea dei ministri degli esteri tenutasi a Barcellona nel novembre 2005. La clausola secondo la quale si ha terrorismo solo se la violenza è rivolta contro la popolazione civile è un residuo del passato. Oggi non solo è impossibile individuare e ri-sparmiare nel corso di un conflitto la popolazione civile, ma la violenza omicida e distruttiva delle armi a disposizione delle grandi potenze è tale per cui la guerra di aggressione è puramente e semplicemente la negazione del diritto alla vita di migliaia e migliaia di persone innocenti e indifese. A mio parere, il crimine di terrorismo ricorre anzitutto quan-do le autorità politiche e militari di uno stato, usando armi di distruzione di massa, si valgono della loro supremazia mi-litare per aggredire un altro stato o una nazione, e per diffondere il terrore e fare strage di civili e militari. E sono altret-tanto responsabili del crimine di terrorismo i membri di un movimento in lotta per ragioni politiche, religiose o ideolo-giche che diffondono il terrore e fanno strage di civili e militari attraverso l’uso di strumenti bellici equivalenti, per il loro potenziale distruttivo e omicida, alle armi di distruzione di massa, come è accaduto l’11 settembre 2001. E andreb-be aggiunto che i membri di un movimento in lotta per la difesa del proprio paese da un'aggressione terroristica e/o da un’occupazione sono responsabili di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità se usano strumenti bellici che fanno strage di civili innocenti fra la popolazione che considerano nemica, come è accaduto ai cittadini israeliani, sia ebrei sia arabi, vittime dei kamikaze palestinesi. Essi non sono però, a rigore, dei terroristi. In questo caso specifico le eventuali sanzioni dovrebbero tenere conto, come attenuante di rilievo, della loro sostanziale qualità di freedom fighters.

Secondo Bobbio, a cui è stato legato da trent'anni di amicizia, la più promettente tra le possibili "vie alle pace" è il cosiddetto pacifismo istituzionale. Il modello è Hobbes - la concentrazione del potere in un Leviatano mondiale che abbia nei confronti dei singoli stati lo stesso monopolio della forza che uno stato ha nei confronti dei singoli individui. E le Nazioni Unite sarebbero un primo passo in questa direzione.
Bobbio ha sostenuto per decenni che la pace poteva risultare solo da nuove istituzioni che superassero il sistema degli Stati sovrani - il cosiddetto sistema di Vestfalia - e attribuissero efficaci poteri di intervento politico-militare a una autorità centrale di carattere sovranazionale, una sorta di stato o governo mondiale. Ed è in questa prospettiva teorica che Bobbio ha sostenuto che l’organizzazione delle Nazioni Unite era un’anticipazione e quasi il nucleo generatore di quella istituzione centrale che sarebbe stata in grado di garantire in futuro condizioni di pace più stabili e universali. Da Hobbes, Bobbio aveva preso in prestito, oltre all’idea dello stato di natura come condizione anomica e anarchica, le categorie di pactum societatis e di pactum subjectionis. Questi patti erano metaforicamente intesi da Bobbio come procedure consensuali attraverso le quali gli Stati avrebbero conferito ad un "Terzo" il potere di regolare coattivamente i loro rapporti e le loro eventuali controversie, e quindi di garantire la pace fra le nazioni. Più volte e in diverse circostanze Bobbio si è autocriticamente rammaricato di avere aperto, nel corso della sua lunga militanza intellettuale, una grande quantità di questioni teoriche, ma di non essere mai riuscito a chiuderne alcuna. Personalmente penso che questo sia stato uno dei suoi meriti filosofici, la prova del carattere esplorativo del suo pensiero. Bobbio stesso ne era perfettamente consapevole e per questo non ha mai interrotto la sua ricerca, fedele alla sua vocazione antidogmatica. Negli ultimi anni della sua vita, in particolare, si è reso conto delle ombre del pacifismo istituzionale e della prospettiva cosmopolitica. Pur criticando le tesi di un mio libro che avevamo lungamente discusso assieme - Cosmopolis. La prospettiva di un governo mondiale - ha alla fine riconosciuto il grave rischio della concentrazione del potere internazionale nelle mani di singole grandi potenze e non ha più usato l’espressione "governo mondiale” o “stato mondiale”.

Un bilancio fallimentare in cui lei include anche la principale invenzione istituzionale del Novecento: i tribunali penali internazionali. Ha intitolato un suo libro La giustizia dei vincitori.
Nei primi decenni del secolo scorso la comunità internazionale ha concepito l’idea di dare vita a una giurisdizione pena-le internazionale con l’intento di favorire processi di pacificazione e transizione politica in situazioni caratterizzate da ampie violazioni dei diritti umani e conflitti armati fra gruppi etnico-religiosi. Questa tendenza si è concretizzata soprat-tutto nell’istituzione dei tribunali ad hoc e, più recentemente, della Corte Penale Internazionale. Come è noto, alla fine del secondo conflitto mondiale vennero istituiti a Norimberga e a Tokyo dei tribunali penali per processare i nemici sconfitti. Vennero decise, e immediatamente eseguite, diciassette condanne a morte. Dopo la lunga pausa della Guerra fredda, l’esperienza della “giustizia dei vincitori” si è ripetuta a partire dai primi anni Novanta e ha riguardato i vertici politici e militari della Repubblica Federale Jugoslava, con in testa l’ex presidente Slobodan Milošević. Demonizzato come il massimo responsabile delle guerre balcaniche, Milošević è stato catturato dalla NATO e trasportato all’Aja, dove è morto prima della conclusione del processo. Qualche anno più tardi, in Iraq, la “giustizia dei vincitori” ha investito gli esponenti politici e militari del partito Ba’ath, in primis Saddam Hussein, catturato e recluso in un luogo segreto dalle milizie statunitensi. Processato a Baghdad da un tribunale speciale iracheno, voluto e organizzato dagli Stati Uniti, è stato alla fine impiccato. Sia Milošević che Hussein sono stati processati dopo la conclusione vittoriosa di due guerre di aggressione: quella “umanitaria”, scatenata nel 1999 dalla NATO contro la Repubblica Jugoslava, e quella “preventiva” contro l’Iraq, del 2003. Nulla è invece accaduto ai responsabili delle stragi atomiche di Hiroshima e di Nagasaki dell’agosto 1945, o dei bombardamenti a tappeto delle città tedesche e giapponesi che a conclusione del secondo con-flitto mondiale, quando ormai la guerra era già vinta dagli Alleati, hanno intenzionalmente provocato centinaia di mi-gliaia di vittime fra la popolazione civile. Nulla è accaduto alle autorità politiche e militari della NATO, responsabili di un crimine internazionale “supremo” come la guerra di aggressione e anche di una serie di gravissimi crimini di guerra commessi nel corso di 78 giorni di ininterrotti bombardamenti "umanitari" contro la Repubblica Jugoslava. La procura del tribunale dell’Aja ha archiviato tutte le denuncie presentate contro la NATO, non esitando a porre la giustizia inter-nazionale - e i diritti dell’uomo - al servizio delle potenze occidentali che hanno vinto la guerra e che sostengono e fi-nanziano il tribunale. Mi sembra dunque ragionevole denunciare il sistema dualistico della giustizia penale internazio-nale. C’è una giustizia su misura per le grandi potenze e le loro autorità politiche e militari. Dal 1946 a oggi non è mai stato celebrato un solo processo, né a livello nazionale, né a livello internazionale, per i loro crimini di aggressione. E c’è una giustizia dei vincitori che si applica agli sconfitti, ai deboli e ai popoli oppressi, con la connivenza delle istitu-zioni internazionali, l’omertà di larga parte dei giuristi accademici e la complicità dei mass media occidentali.

La strada, per lei, è quella piuttosto di una "alternativa mediterranea" - un mare metafora, prima che geografia.
Nell’introduzione a un volume collettivo, dal titolo L’alternativa mediterranea, ho sostenuto che un'alternativa al trion-fo della “guerra globale” potrebbe essere un processo di liberazione dell’Unione Europea dalla sua pluridecennale sud-ditanza agli Stati Uniti. A questo fine sarebbe necessario il recupero del processo di Barcellona del 1995, che puntava su una stretta collaborazione fra i paesi delle due sponde del Mediterraneo. Soddisfatta una lunga serie di difficili con-dizioni, il Mediterraneo potrebbe divenire un luogo di dialogo e incontro. Potrebbe trasformarsi nel tavolo della pace fra l’Occidente e il mondo islamico e giocare un ruolo importante per l’avvio di un processo di pacificazione in Medio O-riente, con effetti rilevanti su scala globale. Oggi l’Europa, nella percezione diffusa degli europei e non solo nella ideo-logia dei neocons statunitensi, è la periferia sud-orientale dello spazio atlantico, mentre il centro è saldamente ancorato alla statua della libertà. Ha una popolazione che è più del doppio di quella statunitense e quattro volte quella del Giap-pone. È la prima potenza commerciale del mondo e il suo prodotto interno lordo è pari a un quarto del prodotto interno lordo mondiale. Ma sul piano politico e militare, l'Europa è inesistente: è semplicemente la frontiera che separa l’emisfero occidentale dall’oriente asiatico e dal mondo islamico. Ed è sempre più in ritardo sul quadrante di una storia contemporanea che l’energia distruttiva e innovativa del "nuovo mondo" spinge verso una mutazione continua. La pace potrebbe essere favorita dalla capacità dell’Europa di svolgere una funzione di equilibrio strategico in un mondo che tenta di liberarsi dall’unilateralismo imperiale degli Stati Uniti e di darsi un assetto policentrico e multipolare. Si po-trebbe sostenere che l’ordine mondiale dipenderà dalla capacità dell’Europa di essere europea, e cioè sempre meno at-lantica e sempre meno occidentale: un’Europa orientata a svolgere un ruolo autonomo nel Medio Oriente e nell’Oriente asiatico. L’emergere di grandi potenze regionali come l’India e la Cina rischia altrimenti di fare del Pacifico il nuovo epicentro egemonico del mondo, emarginando ancora una volta l’Europa, il Mediterraneo e i loro valori.

Nessuno parla dei contraccolpi di questo nuovo (dis)ordine internazionale sulle nostre società. E invece dilaga, lei scrive, la paura, "in una deriva di frustrazioni e solitudini che alimentano, crescente, una domanda di protezione individuale" - un'evoluzione del concetto di sicurezza da inclusivo a esclusivo. Un breve, intenso libro ha definito queste guerre "l'Occidente contro se stesso".
La nozione di sicurezza sta profondamente cambiando nella percezione emotiva degli europei, e degli italiani in partico-lare. La richiesta di sicurezza è divenuta più pressante che mai e ha mutato profondamente motivazioni e rivendicazioni: da una versione "positiva" della richiesta di sicurezza si è passati a una versione "negativa". Il termine è sempre meno as-sociato ai legami di appartenenza sociale, alla solidarietà, alla prevenzione, all’assistenza, in una parola alla sicurezza intesa come garanzia per tutti di trascorrere la vita al riparo dall’indigenza, dallo sfruttamento, dalle malattie e dallo spettro di una vecchiaia invalidante e miserabile. Si tratta di un drastico passaggio da una concezione della sicurezza come riconoscimento dell’identità delle persone e della loro partecipazione alla vita sociale a una concezione della sicu-rezza intesa come semplice difesa poliziesca degli individui da possibili atti di aggressione e come repressione e severa punizione della devianza. Occorrerebbe domandarsi, assieme a Geminello Preterossi, autore del bel libro che lei ha cita-to, che cosa rimane oggi dei valori, delle istituzioni, dell’identità storica dell’Occidente. In realtà, siamo in presenza di un processo paradossale che rischia di distruggere, proprio in nome degli "interessi vitali" dell’Occidente, i valori e la stessa legittimità della cultura politica e giuridica occidentale. L’uso sistematico della forza in palese violazione del di-ritto internazionale sembra annunciare il tramonto di una civiltà che ha sempre dichiarato di fondarsi - e in parte si è fondata - sul diritto, l’autonomia individuale, la tolleranza religiosa, la libertà della ricerca, le istituzioni rappresentative. La faccia potestativa e violenta dell’Occidente - il suo universalismo coloniale e imperiale, il suo delirio di onnipotenza - prevale su quella relativista, garantista e liberale.

Il libro si conclude con quattro diari di viaggio: Afghanistan, Palestina, Colombia, Corea del Nord. Con un titolo che è una citazione di Erasmo, dulce bellum inexpertis, la guerra è dolce a chi non ne ha esperienza - ma un titolo che è anche, soprattutto, una denuncia della "strategia intellettuale a sostegno della strategia politica e militare" di cui lei in particolare, da filosofo del diritto, accusa i giuristi. Coerente a uno dei pilastri della sua formazione, Emmanuel Mounier - "l'apoliticità è una diserzione morale".
In Occidente oggi nessuno può negare che l’uccisione di un numero incalcolabile di civili e di militari, il bombardamen-to a tappeto di intere città, l’imprigionamento, la tortura e l’assassinio di centinaia di persone accusate senza prove di essere militanti terroristi, la devastazione della vita quotidiana di milioni di cittadini inermi sono qualcosa di infinita-mente più crudele e terrorizzante di quanto il cosiddetto terrorismo internazionale ha fatto in questi ultimi decenni e po-trà fare in futuro. Se i giuristi accademici "al di sopra delle parti" fossero meno sedentari e libreschi, e più sensibili alle sofferenze del mondo, forse potrebbero offrire alle nuove generazioni un contributo di comprensione del " tramonto glo-bale" che si profila minaccioso all’orizzonte tra le fitte nubi della globalizzazione.

Note: Danilo Zolo, "Terrorismo umanitario. Dalla guerra del Golfo alla strage di Gaza", Diabasis 2009

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